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Cane muore per colpa del veterinario: quale risarcimento?

28 Gennaio 2021 | Autore:
Cane muore per colpa del veterinario: quale risarcimento?

La responsabilità per i danni causati da errori di diagnosi o di terapia: come provare e quantificare la sofferenza del padrone per la perdita del suo animale domestico.

Per molti, gli animali domestici sono al medesimo livello delle persone nella scala degli affetti e, talvolta, anche più su. Soprattutto i bambini e gli adulti che vivono soli instaurano un legame intenso e profondo con i loro cani o gatti, ma la stessa cosa accade in molte famiglie, dove la presenza dell’animale è fondamentale per il benessere di tutti i membri.

I padroni affezionati e solerti sottopongono i loro piccoli amici animali a tutte le cure veterinarie necessarie: visite, esami, terapie e, talvolta, interventi chirurgici. Ogni malattia o infortunio dell’animale viene vissuto dal padrone con apprensione e sofferenza. A volte, purtroppo, le cose vanno male. Il veterinario può compiere un’errata diagnosi, somministrare cure inadeguate o commettere uno sbaglio nell’eseguire un’operazione. L’animale muore.

In questi casi, quando un animale domestico come un gatto o un cane muore per colpa del veterinario quale risarcimento spetta al padrone? Come si misura l’entità del danno e in cosa consiste? Può essere compreso anche il dolore causato dalla perdita? E come ci si regola quando il padrone è un bambino o l’animale è un cucciolo? Per maggiori informazioni, prosegui nella lettura.

L’errata diagnosi o terapia del veterinario

A tutte le precedenti domande ha risposto una nuova ed articolata sentenza del tribunale di La Spezia [1] relativa ad un cucciolo deceduto in conseguenza di un’errata diagnosi: il veterinario non si era accorto che l’animale aveva ingerito alcuni oggetti, che gli avevano provocato un’occlusione intestinale. Inutile il ricovero in clinica: il cane è morto per peritonite, dopo tre giorni di vomito e dolori intensi. E il padrone era una bambina piccola, che aveva sofferto molto per la perdita del suo cucciolo.

I genitori hanno agito in giudizio contro il veterinario per essere risarciti sia dei danni patrimoniali sia dei danni non patrimoniali provocati dalla prematura e inaspettata morte del cane, sostenendo che il professionista non aveva prestato le cure appropriate al caso.

Il tribunale si è pronunciato affermando i principi che regolano la responsabilità medico-veterinaria ed ha stabilito i criteri per operare il risarcimento dovuto ai danneggiati.

Nel corso del giudizio, è emerso che il cane (un cucciolo di rottweiler di 4 mesi), all’insaputa dei padroni, aveva ingerito ben sei tettarelle da biberon. Il veterinario, durante la visita e gli esami gastrointestinali (compresa una radiografia addominale), non aveva rilevato la presenza di questi corpi estranei nello stomaco e nell’intestino.

Nonostante il vomito continuo e la visibile sofferenza addominale, il cane non era stato sottoposto ad accertamenti clinici più approfonditi. In particolare, come ha rilevato il Ctu medico-veterinario nel processo civile, è stata omessa la necessaria terapia chirurgica consistente nella rimozione della causa dell’occlusione intestinale, da cui è derivata la perforazione con peritonite settica che ha provocato la morte del cane.

Morte del cane in conseguenza di un intervento chirurgico omesso

Se l’intervento chirurgico fosse stato eseguito il giorno stesso della visita del veterinario, o entro il successivo, il cane sarebbe molto probabilmente sopravvissuto: la prognosi calcolata dal Ctu ha stimato un tasso di sopravvivenza fra l’83% ed il 99%.

«Il decesso del cane si sarebbe potuto evitare attraverso una corretta diagnosi e di conseguenza una corretta cura», ha evidenziato il perito nelle sue conclusioni presentate al giudice.

Il tribunale, nell’affermare la responsabilità risarcitoria, ha applicato il criterio del “più probabile che non”, in base al quale con buona probabilità una tempestiva operazione chirurgica per la rimozione dei corpi estranei avrebbe evitato l’evento letale.

La responsabilità del veterinario

Il veterinario è un professionista qualificato, munito di laurea e di abilitazione. La responsabilità del veterinario si fonda su un criterio di diligenza nell’eseguire le prestazioni: deve assicurare il massimo impegno, ma non è tenuto a garantire il risultato (così come un medico o un avvocato).

Si tratta, quindi, di una responsabilità analoga a quella della colpa medica per errata diagnosi o comunque per negligenza o imperizia nell’eseguire le attività dovute e richieste dal caso clinico sottopostogli.

Cosa deve provare il padrone del cane per essere risarcito

Ogni danno deve essere provato nella sua entità e nella consistenza. Nel caso di specie, trattandosi di responsabilità contrattuale il padrone dell’animale deve dimostrare l’inadempimento del veterinario, cioè il non aver eseguito la sua prestazione professionale con la diligenza dovuta.

In pratica, dovrà provare di aver affidato l’animale alle cure del veterinario o della clinica e di avergli esposto la sintomatologia presentata fino a quel momento. Il veterinario, dal canto suo, per andare esente da responsabilità, è tenuto a dimostrare di aver svolto la propria opera in modo corretto e diligente, dunque senza colpa professionale.

Quando la responsabilità del veterinario è diminuita

Può accadere però che il caso sia complesso (una malattia rara, una patologia sopravvenuta, un intervento chirurgico difficile) ed allora interviene una norma del Codice civile [2] che limita la responsabilità risarcitoria del professionista ai soli casi di dolo o di colpa grave quando «la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà».

Il concorso di colpa del proprietario dell’animale

Per l’accertamento della responsabilità civile che dà origine al risarcimento occorre anche accertare il nesso di causalità tra l’azione tenuta o omessa dal veterinario e la morte dell’animale.

Nel caso che stiamo esaminando, il giudice ha accertato che l’evento morte era dovuto sia alla condotta colposa del medico, che non aveva rilevato l’ingestione degli oggetti, sia dei proprietari, che non avevano sorvegliato il cucciolo e non si erano accorti che le tettarelle del biberon erano sparite.

Il tribunale ha perciò applicato un’apposita disposizione del Codice civile [3] che riconosce una concausa determinante del danno per concorso di colpa dei danneggiati. In questi casi, infatti, non si può affermare che la morte del cane fosse dovuta esclusivamente alla colpa del veterinario: c’è anche una parziale responsabilità dei padroni dell’animale.

Il giudice ha ritenuto che se, da un lato, il veterinario fosse stato più diligente e se, dall’altro lato, i proprietari fossero stati più attenti nella sorveglianza il decesso del cane non si sarebbe verificato: la patologia non sarebbe insorta affatto, oppure sarebbe stata curata adeguatamente.

Con un’operazione logica, volta a stabilire cosa sarebbe successo se una o tutte e due le rispettive condotte doverose fossero state tenute dai rispettivi soggetti, il tribunale ha stabilito che con buone probabilità il cane sarebbe sopravvissuto e perciò ha imputato la responsabilità per la morte del cucciolo in pari misura ad entrambi, nella misura del 50% ciascuno.

Responsabilità veterinaria: quali danni sono risarcibili

Una volta accertata la responsabilità veterinaria, occorre stabilire quali danni sono risarcibili. Anche a questa importante domanda ha risposto il tribunale di La Spezia.

Secondo il giudice, innanzitutto sono risarcibili i danni patrimoniali, consistenti nel valore monetario dell’animale e che comprendono anche tutte le spese mediche e legali sostenute per curare la patologia e per accertare le cause del decesso.

Ma possono essere risarciti anche i danni non patrimoniali derivati ai proprietari dalla morte dell’animale. Sotto questo profilo viene in rilievo il danno biologico consistente nella lesione della salute psicofisica del padrone e dei suoi familiari affezionati all’animale.

Il tribunale ha riconosciuto che il rapporto tra il padrone ed il suo animale d’affezione esprime «una relazione che costituisce occasione di completamento e sviluppo della personalità individuale» e quindi «rileva come vero e proprio bene della persona, tutelato dall’art. 2 della Costituzione», che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità.

Perciò, la lesione di questo rapporto affettivo, provocata dalla perdita dell’animale, è risarcibile, come già affermato in varie occasioni dalla giurisprudenza [4]. I tribunali italiani sono ormai orientati a ritenere, in base ad una «lettura contemporanea delle abitudini sociali e dei relativi valori», che la morte di un’animale di affezione non è certo futile, ma piuttosto «integra la lesione di un interesse della persona alla conservazione della propria sfera relazionale ed affettiva» [5].

Come provare il danno della perdita dell’animale

In ogni caso, però, il proprietario dell’animale deceduto per colpa veterinaria «è tenuto a provare di aver subito un effettivo pregiudizio in termini di sofferenza patita in dipendenza dalla perdita dell’animale d’affezione» [6].

La prova può essere fornita anche mediante presunzioni (o prove indirette), purché siano gravi, precise e concordanti e diverse dal fatto in sé del decesso dell’animale.

Nel caso concreto deciso, però, il tribunale ha ritenuto non provato il danno non patrimoniale subito dalla bambina alla quale apparteneva il cane, perché per la sua tenera età (due anni e quattro mesi) e il limitato tempo di permanenza del cucciolo in famiglia (un mese e venti giorni) non poteva essersi «instaurato un rapporto affettivo particolarmente intenso» e dunque non era emerso un danno biologico permanente.

Il giudice ha comunque riconosciuto alla bimba la somma di 1.000 euro (più rivalutazione monetaria ed interessi) a titolo di danno non patrimoniale in base ad una perizia psicodiagnostica che aveva dimostrato «la sussistenza di un concreto pregiudizio risarcibile». Questa cifra si aggiunge ai 2.756 euro riconosciuti per il danno patrimoniale, consistente nel valore venale dell’animale e nelle spese sostenute.


note

[1] Trib. La Spezia, sent. n. 660/2020 del 31 dicembre 2020.

[2] Art. 2236 Cod. Civ.

[3] Art. 1227, comma 1, Cod. Civ.

[4] Trib. Torino, sent. n. 6296 del 29 ottobre 2012.

[5] Trib. Pavia, sent. n. 1266 del 16 settembre 2016; Trib. Vicenza, sent. n. 24 del 3 gennaio 2017.

[6] Cass. ord. n. 19434 del 18 luglio 2019; Cass. ord. n. 4005 del 18 febbraio 2020.


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