Cellulari, sulla tassa di concessione il Governo interviene con un colpo di mano

28 Gennaio 2014
Cellulari, sulla tassa di concessione il Governo interviene con un colpo di mano

Contromossa del Governo: dopo le richieste di rimborso dei comuni e il peso dell’imminente sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione, l’esecutivo vara una norma che ripristina l’obbligo della tassa di concessione governativa sui cellulari.

 

Nascosto nella bozza del decreto legge sul rientro dei capitali dall’estero (discussa dal Consiglio dei Ministri lo scorso venerdì 24 gennaio), vi è un articolo, appena approvato dall’esecutivo, con cui si intende chiudere definitivamente la questione relativa alla tassa di concessione governativa sui cellulari. Si tratta di una norma di interpretazione autentica, volta a impedire ai giudici di poter più mettere in discussione il fatto che la tassa in questione sia dovuta. Il tutto per mettere l’erario al sicuro da eventuali richieste di rimborsi da parte dei cittadini. Ma vediamo meglio di cosa si tratta.

Lo scorso maggio, la sezione tributaria della Cassazione, ritenendo illegittima la tassa di concessione, ha rimesso [1] la decisione finale alle Sezioni Unite della Corte (leggi l’articolo “Tassa di concessione governativa sui cellulari: la Cassazione alle Sezioni Unite”).

La sentenza non è ancora uscita, ma evidentemente il Governo ha subodorato la possibilità – in caso di sentenza favorevole ai cittadini – di dover rimborsare ai Comuni la tassa in questione, dietro richiesta dagli utenti. Insomma, un meccanismo a cascata che comporterebbe per il fisco un’uscita di diversi milioni di euro.

Così, la nuova disposizione approvata dal consiglio dei ministri considera dovuta la tassa di concessione governativa, pari a 12,91 euro al mese per ogni telefonino. La nuova norma [2] spegne ogni possibile entusiasmo derivante dall’imminente sentenza della Cassazione (che, comunque, dovrà pronunciarsi lo stesso).

Il che è comprensibile: in caso di dichiarazione di illegittimità del prelievo da parte della Cassazione, si sarebbe corso il rischio di richieste di rimborso di quanto pagato negli ultimi 10 anni. Un “colpo di mano” quello del Governo, che si giustifica con la consueta “ragion di Stato”…

La controversia nasce da richieste di rimborso avanzate dai Comuni, i cui esiti però ovviamente riguardano anche gli altri contribuenti con un contratto di telefonia in abbonamento.

Ma la speranza è l’ultima a morire. In passato, vi fu un precedente che potrebbe riaprire la questione. In tema di Ici, il parlamento intervenne con una norma di interpretazione autentica quando la questione era stata già posta all’attenzione delle sezioni unite. In quell’occasione la Cassazione [3] disse che, quando la norma di interpretazione è introdotta con decreto legge, allora essa promana direttamente da una delle parti in causa e ciò potrebbe configurare una violazione della Costituzione sia laddove impone una posizione di parità delle parti nel processo [4], sia laddove prescrive alla pubblica amministrazione, anche quando è parte in causa, di essere imparziale [5].


note

[1] Cass. ord. n. 12056 del 17.05.2013.

[2] L’Art. 5, comma 2, della bozza del Dl prevede che agli effetti dell’articolo 21 della tariffa annessa al Dpr 641/1972, le disposizioni dell’articolo 160 del Codice delle comunicazioni elettriche di cui al Dlgs 259/2003, richiamate dal predetto articolo 21 «si interpretano nel senso che per stazioni radioelettriche si intendono anche le apparecchiature terminali per il servizio radiomobile terrestre di comunicazione», esattamente l’opposto di quanto statuito nell’ordinanza 12056/2013.

[3] Cass. sent. n. 25506/2006.

[4] Art. 111 Cost.

[5] Art. 97 Cost.

Autore immagine: 123rf.com


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