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Mantenimento figlio maggiorenne fannullone

28 Gennaio 2021
Mantenimento figlio maggiorenne fannullone

Assegno mantenimento figli: fino a che età il genitore deve versare gli alimenti? 

Un nostro lettore chiede fino a che età debba versare, all’ex moglie, l’assegno di mantenimento in favore dei propri figli. Uno di questi, in particolare, ha raggiunto 28 anni di età ed è ancora disoccupato. Non risulta che faccia nulla per cercare un’occupazione né per frequentare corsi di specializzazione che possano immetterlo nel mercato del lavoro. Insomma, il ragazzo si lascia mantenere dai genitori e pigramente passa le sue giornate in compagnia degli amici, cercando di tanto in tanto qualche fonte di guadagno occasionale da internet. 

Il problema dell’assegno di mantenimento al figlio maggiorenne fannullone è stato più volte affrontato dalla giurisprudenza. Da ultimo, la Cassazione ha emesso un’importante pronuncia in merito [1]. Di seguito proveremo a sintetizzare gli aspetti principali di tale delicato argomento.

Fino a che età bisogna versare l’assegno di mantenimento ai figli?

Non esiste alcuna legge che fissa, in modo specifico, l’età fino a cui i genitori hanno l’obbligo di versare il mantenimento ai figli. Sicuramente, il mantenimento spetta sempre ai figli minorenni e ai maggiorenni portatori di un grande handicap e, perciò, incapaci di badare a se stessi. 

Invece, per quanto riguarda i figli maggiorenni, l’obbligo del mantenimento in capo ai genitori [2] è solo eventuale, da valutare caso per caso, in base alla situazione concreta di ciascun figlio. 

Il diritto del figlio «non sussiste, cioè, certamente dopo che, raggiunta la maggiore età, sia altresì trascorso un ulteriore lasso di tempo, dopo il conseguimento dello specifico titolo di studio, che possa ritenersi idoneo a procurare un qualche lavoro». Bisogna infatti riconoscere «al figlio il diritto di godere di un lasso di tempo per inserirsi nel mondo del lavoro». 

Questo significa, da un lato, che non è con i 18 anni che si perde automaticamente l’assegno di mantenimento ma, dall’altro, che tale assegno non rimane impregiudicato a vita, fino a quando il figlio non trova un lavoro. A quest’ultimo, infatti, è richiesto un atteggiamento attivo nella ricerca di un’occupazione. In buona sostanza, il figlio non può stare in panciolle. 

È vero che spetta al genitore dimostrare che il figlio maggiorenne è fannullone, ma è anche vero che la colpevolezza del figlio per il suo stato di disoccupazione inizia a presumersi al crescere della sua età. In buona sostanza, è impensabile – sostiene la Cassazione – che un giovane in età ormai adulta non abbia mai ottenuto un’offerta di lavoro. 

Salve le eccezioni dimostrabili per impossibilità a trovare il lavoro ambìto o altro lavoro conseguibile, il diritto al mantenimento deve trovare un limite «sulla base di un termine, desunto dalla durata ufficiale degli studi e del tempo mediamente occorrente a un giovane laureato, in una data realtà economica, affinchè possa trovare un impiego»; con la possibilità per il giudice di fare riferimento a dati statistici disponibili per il periodo storico. 

Di conseguenza, al progredire dell’età, la prova del diritto all’assegno di mantenimento, che dev’essere fornita dal richiedente, sarà più gravosa.

Di solito, si fa coincidere la perdita definitiva del diritto al mantenimento con i 35 anni per chi ha intrapreso un corso di studi particolarmente complesso (si pensi alla laurea in medicina) o con i 30 anni per chi invece ha sì ottenuto una laurea ma per la quale non sono richieste particolari specializzazioni (si pensi a un commercialista).

Invece, per chi non ha intrapreso la scelta universitaria o si attarda a prendere la laurea, la perdita del mantenimento potrebbe scattare molto prima, qualora il genitore dovesse dimostrare che il giovane non intende svolgere attività lavorative né vuole formarsi.

Mantenimento figlio maggiorenne e offerte di lavoro

La Cassazione ha ribadito i predetti principi con ulteriori sentenze. Ad esempio, è stato detto che «Il figlio divenuto maggiorenne ha diritto al mantenimento a carico dei genitori soltanto se, ultimato il prescelto percorso formativo scolastico, dimostri, con conseguente onere probatorio a suo carico, di essersi adoperato effettivamente per rendersi autonomo economicamente, impegnandosi attivamente per trovare un’occupazione in base alle opportunità reali offerte dal mercato del lavoro, se del caso ridimensionando le proprie aspirazioni, senza indugiare nell’attesa di una opportunità lavorativa consona alle proprie ambizioni».

Il che lascia intendere come anche gli studi specialistici potrebbero essere accantonati qualora il giovane non trovi in quel campo una specifica occupazione. Si pensi così a chi, pur avendo iniziato la pratica per diventare avvocato, non riesca a passare l’esame o, anche una volta superato, non prenda il titolo o non acquisisca una propria clientela. Si pensi anche a chi prenda una laurea in psicologia e in questo settore non riesce a trovare un’occupazione. 

L’aspirazione quindi deve essere perseguita, ma non in eterno. Il figlio ha infatti il dovere, dopo un certo lasso di tempo – che come detto non arriva oltre 30/35 anni – di rendersi comunque indipendente.

L’occupazione fa perdere definitivamente il diritto al mantenimento

Il diritto al mantenimento cessa definitivamente quando il figlio consegue un guadagno stabile. Il contratto precario che viene annualmente rinnovato può considerarsi tale.

La raggiunta indipendenza economica recide definitivamente il legame coi genitori. Sicché l’eventuale successiva perdita del lavoro non ripristina più il diritto a ottenere di nuovo l’assegno di mantenimento che, una volta cessato, non può più ritornare in vita. 


note

[1] Cass. sent. n. 17183/2020.

[2] Previsto dall’articolo 337-septies del Codice civile.

[3] Cass. sent. n. 29779/2020.

Autore immagine: depositphotos.com


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