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Dieta tumore stomaco

17 Maggio 2021 | Autore:
Dieta tumore stomaco

Cosa può mangiare il paziente prima e dopo l’intervento di asportazione parziale o totale dell’organo? Cos’è il consenso informato e quando il medico è tenuto a risarcire il paziente?

È risaputo che, per prevenire gravi patologie (specialmente quelle neoplastiche e cardiovascolari), un’alimentazione sana ed equilibrata e lo svolgimento dell’attività fisica giocano un ruolo fondamentale. Tra le malattie maggiormente diffuse nei Paesi più industrializzati, troviamo il tumore dello stomaco: una patologia multifattoriale che annovera, tra i fattori di rischio, una dieta sregolata, ricca di amidi, grassi, insaccati, affettati, cibi conservati sott’olio o affumicati, il consumo eccessivo di alcol, il fumo di sigaretta. Ovviamente, tra le possibili cause troviamo una predisposizione familiare, alterazioni a carico di alcuni geni.

Ma quali sono i sintomi del tumore dello stomaco? Tra i segnali più evidenti troviamo dolore o bruciore di stomaco, difficoltà nella deglutizione e nella digestione, calo ponderale, nausea o vomito, sensazione di pienezza o gonfiore anche a seguito di un piccolo pasto, sangue nelle feci. In presenza di certi campanelli d’allarme, è importante rivolgersi prontamente al proprio medico curante affinché possa fare una corretta diagnosi e assicurare un intervento immediato e mirato. A questo punto, lo specialista potrà suggerire un intervento chirurgico consistente nell’asportazione totale o parziale dello stomaco (la cosiddetta gastrectomia). Ma come bisogna intervenire in questi casi? Qual è la dieta in caso di tumore dello stomaco? Cosa può mangiare il paziente prima e dopo essersi sottoposto alla gastrectomia?

Per conoscere quale dieta è consigliata per il tumore dello stomaco, abbiamo intervistato il dr. Mario Coco, responsabile della nutrizione clinica ed oncologica dell’ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli.

Dopo l’intervista all’esperto, ti spiegherò cos’è il consenso informato e quali sono le modalità attraverso cui deve essere prestato; poi, ti parlerò di un interessante caso sottoposto all’attenzione della Corte di Cassazione relativo alla responsabilità professionale del medico.

Ma procediamo con ordine.

Quali sono le difficoltà dei pazienti con tumore dello stomaco?

A differenza degli altri distretti (tenendo salva la questione pancreas), a mio avviso, quella dello stomaco è la problematica oncologica più delicata e più difficile da gestire, proprio perché il paziente riscontra una vera e propria difficoltà nel mangiare. Oltre ad un aspetto fisiopatologico, c’è anche una grossissima componente psicosomatica. Come si suol dire “mi faccio venire il mal di pancia”.

Quanto incide la diagnosi di tumore sul piano psicologico?

In questi casi, la componente psicologica è una grossa fetta del problema, perché questi pazienti hanno una sintomatologia abbastanza invasiva, ma si fanno condizionare da alcuni disturbi (che possono comparire anche nelle persone sane) e, soprattutto, dalle paure legate all’intervento chirurgico (relative alla fase preoperatoria e alla fase postoperatoria). Condizioni che portano il paziente ad ingigantire il problema e la situazione che stanno vivendo.

Qual è la fase in cui è richiesto l’intervento nutrizionale?

Io intervengo soprattutto nel primo mese, perché ricorda che questo follow-up nutrizionale deve essere cadenzato a livello bisettimanale. Per fare in modo che questi pazienti possano riscontrare un miglioramento nelle loro condizioni, bisogna intervenire spesso e in maniera effettiva.

Queste persone subiscono un contraccolpo psicologico che rema contro la ripresa. Fortunatamente, ci sono delle eccezioni. Le persone che non vivono determinati problemi sono le persone che affrontano questo tipo di situazioni con un approccio psicologico positivo. Spesso, il paziente ha difficoltà nell’accettare le quantità alimentari che possono essere assunte a seconda della porzione di stomaco che rimane, tenendo conto del tipo di intervento a cui il paziente è stato sottoposto.

Quali sono le diverse tecniche chirurgiche?

A seconda dei casi, si può ricorrere ad una gastrectomia parziale oppure ad una gastrectomia totale; quest’ultima determina la totale rimozione dello stomaco, situazione in cui tutto diventa più complicato.

Nella gastrectomia parziale, la porzione di organo restante, se ben stimolato con tecniche di nutrizione specifiche, ha la possibilità di espandersi. Non intendo dire che lo stomaco ritornerà al volume precedente, ma potrà acquisire un volume tanto importante al punto che, con il passare del tempo (mesi o anni), è possibile ritornare più o meno alla condizione normale (ndr, ossia prima della comparsa del tumore). In queste problematiche oncologiche, quando viene asportato tutto l’organo, diventa molto più difficile intervenire sia dal punto di vista nutrizionale sia dal punto di vista della gestione del paziente.

Prima dell’intervento, cosa può mangiare il paziente?

In ospedale, abbiamo messo a punto dei protocolli definiti Eras (Enhanced recovery after surgery), sviluppati per fare in modo che il paziente possa avere delle valutazioni nutrizionali a distanza di un mese dall’operazione per prepararsi al meglio all’intervento. Ricordiamo che si tratta di pazienti molto debilitati, in quanto non riescono a mangiare avendo queste problematiche allo stomaco.

Quindi, il nostro compito è quello di individuare gli alimenti più facilmente assorbibili da parte di questi pazienti per potersi preparare all’intervento chirurgico nella maniera più idonea possibile.

Consiglio sempre di consumare cinque o sei pasti al giorno. Deve trattarsi di cibi molto cotti affinché, dal punto di vista chimico, l’assorbimento sia migliore. Ad esempio, per pranzo e cena consiglio di consumare piatti con poca verdura ed una giusta quantità di olio extra vergine di oliva.

Perché consiglia di consumare poca verdura?

Sicuramente, questa scelta va contro quelli che sono i concetti di prevenzione; tuttavia, in questi casi, bisogna fare in modo che tutto quello che si mangia venga assorbito al meglio. In genere, la verdura viene consigliata a chi deve perdere peso, mentre questi pazienti oncologici hanno già un peso basso. Pertanto, il mio intervento mira proprio a far mettere su un po’ di peso, intervento che è molto più complicato rispetto ai casi in cui bisogna far perdere i chili di troppo.

Qual è la sua strategia nutrizionale?

La mia strategia consiste nel far consumare pasti ben cotti e facilmente assorbibili come carne, pesce, uova e altre proteine nobili sia a pranzo che a cena. Per gli spuntini, a seconda della compliance del paziente, consiglio sempre di costruire un’alimentazione basata sulle sue abitudini perché ricordiamo che l’aspetto psicologico è molto importante.

Cosa può mangiare il paziente dopo una gastrectomia totale?

Subito dopo l’intervento di gastrectomia totale, per le prime due o tre settimane, il mio protocollo prevede di iniziare a consumare alimenti resi semi solidi, cioè delle creme. Spesso, purtroppo, dobbiamo attivare la nutrizione artificiale proprio per assicurarci un introito calorico decente. Io tento sempre di “svezzare” i pazienti con la nutrizione naturale e non con quella artificiale, però nella metà dei casi abbiamo la necessità di un sondino nasogastrico piuttosto che una nutrizione artificiale in vena.

Cosa può mangiare il paziente dopo una gastrectomia parziale?

La gastrectomia parziale è un po’ più tollerata dai pazienti. Nei primi giorni, si attacca un sondino nasogastrico e poi si “svezza” il paziente sempre con alimenti semiliquidi, anche con sette oppure otto somministrazioni al giorno.

Quali sono i piatti da consumare in questi casi?

Consiglio sempre come primo piatto una crema di riso o crema di cereali con sugo di pomodoro e come secondo piatto del pesce poco condito, saporito e ben cotto.

Può comparire la cosiddetta sindrome da stomaco piccolo dopo l’intervento?

Bella domanda. In realtà, non c’è la possibilità di diagnosticarlo, però sappiamo che di default si soffre di questa sindrome. Il paziente avverte una sensazione di pienezza precoce e, di conseguenza, si verifica un inevitabile malassorbimento. Ed è per questo che l’intervento nutrizionale specialistico diventa fondamentale.

Prescritta una dieta, il pasto potrebbe risultare indigesto?

Si, succede spesso che alcune pietanze possano risultare indigeste. Ma in questi casi, c’è da insistere. L’aspetto psicologico è importantissimo, perché in questi pazienti lo scoraggiamento è dietro l’angolo.

Come si interviene in questi casi?

Interveniamo con un counselling nutrizionale, cioè lo specialista in nutrizione deve motivare e cercare di dare al paziente il giusto approccio con la corretta alimentazione. Nella mia esperienza, purtroppo, vedo tanta ignoranza da questo punto di vista. Si tende a prescrivere una dieta senza seguire il paziente. In realtà, si perde il 60% dell’efficacia della terapia se non viene offerto al paziente anche un approccio psicoterapeutico. Intervento che sono tenuto ad offrire per cercare di migliorare la vita di questi pazienti. Ma questo vale per tutte le patologie, specialmente quelle oncologiche.

Ogni paziente è diverso dall’altro. Non esiste un sistema che tiene conto di queste problematiche che, molto spesso, vengono sottovalutate. In realtà, il counselling nutrizionale e la consulenza di uno specialista in scienze dell’alimentazione sono fondamentali. Noi gestiamo i pazienti a 360°. Suggerisco sempre di rivolgersi a personale altamente specializzato.

Consenso informato e giurisprudenza

Dopo averti illustrato quali sono le indicazioni nutrizionali in caso di tumore dello stomaco nell’intervista al dr. Mario Coco, a seguire ti parlerò di un interessante caso giurisprudenziale. Approfittiamo di questa pronuncia per ricordare cos’è il consenso informato e quali sono le modalità attraverso cui deve essere prestato.

Il caso analizzato dalla Suprema Corte [1] riguarda la responsabilità professionale di un medico a causa dell’assenza del consenso informato. In questi casi, il sanitario è tenuto a risarcire i danni alla salute? Prima di rispondere alla domanda, facciamo un passo indietro.

Ricordiamo che prima di qualsiasi trattamento sanitario, il medico è tenuto ad informare adeguatamente il paziente ed esporre con chiarezza e in maniera esaustiva le eventuali conseguenze a cui questi potrebbe andare incontro sottoponendosi ad un determinato intervento terapeutico. Una volta acquisite tutte le informazioni del caso sulla natura e sui possibili sviluppi del percorso terapeutico, il paziente potrà fornire il cosiddetto consenso informato.

Quando parliamo di consenso informato, ci riferiamo alla manifestazione di volontà espressa dal paziente nel sottoporsi ad un determinato trattamento sanitario. Il consenso informato deve essere scritto; redatto in forma semplice e chiara; specifico (deve riferirsi alle precise condizioni del paziente); completo (deve illustrare le possibili conseguenze e gli eventuali rischi del trattamento). Avendo un quadro ben definito dell’intervento terapeutico, il paziente potrà valutare se sottoporsi o meno ad esso.

Quando ricorre la responsabilità medica per la mancata o inesatta predisposizione del consenso informato? La responsabilità del sanitario ed il conseguente diritto al risarcimento del paziente scattano se il paziente dimostra che, se correttamente informato, avrebbe rifiutato il trattamento sanitario.

Fatte queste doverose premesse, ora possiamo analizzare il caso deciso dalla Corte di Cassazione.

Il caso in esame riguarda un atto terapeutico necessario e correttamente eseguito in base alle regole dell’arte da cui, tuttavia, sono derivate delle conseguenze dannose per la salute del paziente. Precisiamo che questo intervento non era stato preceduto da un’adeguata informazione del paziente circa i possibili effetti pregiudizievoli non imprevedibili.

A questo punto, sulla base di quello che ti ho spiegato nei passaggi precedenti, possiamo rispondere alla domanda iniziale: «Il medico può essere chiamato a risarcire il danno alla salute del paziente?». La risposta dipende appunto dalla prova che il paziente, anche tramite presunzioni, deve essere in grado di fornire, deve cioè dimostrare che, se compiutamente informato, egli avrebbe verosimilmente rifiutato l’intervento, non potendo altrimenti ricondursi all’inadempimento dell’obbligo di informazione alcuna rilevanza causale sul danno alla salute.

note

[1] Cass. civ. sez. III n.7237 del 30.03.2011.


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