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La sofferenza e il dolore che portano al suicidio vanno sempre risarciti

29 Gennaio 2014 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 Gennaio 2014



Vita completamente sconvolta: il danno esistenziale subìto da chi si suicida deve essere risarcito.

Anche la sofferenza che porta una persona a suicidarsi può essere risarcibile. Secondo infatti una recente sentenza della Cassazione [1], gli eredi di una persona tanto disperata da arrivare, in perfetta coscienza e lucidità, a togliersi la vita possono chiedere un ulteriore risarcimento.

Il caso deciso dalla Corte si riferisce ai figli di un uomo che si era suicidato per via della morte della moglie in un incidente stradale. Gli eredi hanno chiesto – e ottenuto – dall’assicurazione il risarcimento non solo del danno per la perdita della madre, ma anche per il dolore interiore sofferto dal padre, dolore che lo aveva portato all’estremo gesto.

Si comprende, quindi, come la sentenza in commento sia un precedente del tutto eccezionale e importante: essa infatti riconosce una nuovissima voce di danno che sino ad oggi era rimasta quasi ignorata dalla giurisprudenza. La depressione indotta dalla perdita di un caro, depressione che che provoca uno sconvolgimento talmente forte da portare al suicidio, è un danno a sé stante che va risarcito oltre a tutte le altre richieste.

Si tratta, comunque, di danno morale (o anche danno non patrimoniale), inteso come patema d’animo o sofferenza interiore.
Secondo la Suprema Corte, lo sconvolgimento delle abitudini di vita, come nel caso di un uomo che perda la propria moglie a causa di un incidente, integra il danno da perdita del rapporto parentale (o cosiddetto esistenziale).

 

Tale danno si trasmette agli eredi e va valutato dal giudice sulla base delle circostanze del caso concreto.   

note

 

[1] Cass., sent. n. 1361 del 23.01.14

Autore immagine: 123rf.com


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