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Cos’è la comunicazione aumentativa e alternativa?

21 Maggio 2021 | Autore:
Cos’è la comunicazione aumentativa e alternativa?

Le strategie, i metodi e gli strumenti per accrescere la comunicazione attraverso il potenziamento delle abilità già presenti nel bambino con disturbi del linguaggio. La Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità e la Carta dei diritti della comunicazione.

Il tuo piccolo ha appena compiuto un anno, ma ancora non accenna a parlare. Non ha pronunciato neppure le paroline più semplici come mamma e papà. Quando lo chiami per nome, non risponde e non interagisce con gli altri. Il bambino ha difficoltà a comprendere anche le più semplici richieste. In famiglia, siete molto preoccupati così avete pensato di rivolgervi ad uno specialista. In particolare, avete richiesto la consulenza di un logopedista per capire come e quando si sviluppa il linguaggio nei bambini e in che modo bisogna intervenire per aiutare il piccolo nella comunicazione verbale e non verbale. L’esperto vi ha parlato della cosiddetta CAA.

Ma cos’è la Comunicazione Aumentativa ed Alternativa? Si tratta di un complesso di strategie, metodi e strumenti (come l’uso di simboli, immagini, gesti) che consentono di sostenere e supportare la comunicazione dei bambini con bisogni comunicativi complessi. Lo scopo della CAA consiste nel potenziamento delle abilità già presenti nel bambino, nella valorizzazione delle modalità naturali a cui il piccolo ricorre abitualmente (orali, visive, gestuali) e nel fornire modalità indipendenti di comunicazione allo scopo di favorirne la partecipazione negli ambienti di vita quotidiana.

Per saperne di più sulla Comunicazione Aumentativa ed Alternativa abbiamo intervistato il dr. Fabio Quarin (logopedista). Dopo l’intervista, ti parlerò della Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità.

In che momento il bambino sviluppa le abilità comunicative?

Il bambino inizia sin da subito a relazionarsi e a comunicare con il mondo. Le prime forme comunicative sono infatti il sorriso ed il pianto. Il piccolo modula il pianto in base alle sue esigenze (come la fame o il sonno) e le mamme imparano ad interpretare i bisogni del loro bambino.

Successivamente, il piccolo inizia anche a ridere. Da qui, parte il vero sviluppo del linguaggio con i suoni e i vocalizzi, per poi arrivare alle prime parole. Quando il bambino ha un buon vocabolario, inizia a combinare le parole tra loro e a formulare le prime frasi. Questo si verifica dopo il primo anno di vita e intorno ai due anni. Siamo nello sviluppo tipico. A questo punto, lo sviluppo del linguaggio arriva a quella fase in cui l’abilità narrativa consente al bambino di creare un discorso.

Come accorgersi delle difficoltà nel linguaggio?

Tutti abbiamo diritto a comunicare, ancora di più le persone con le difficoltà nello sviluppo del linguaggio, come precisa la Carta delle Nazioni Unite che dovrebbe essere in tutti gli studi e in tutti i nostri ambulatori.

Ci accorgiamo che un bambino piccolo non raggiunge le tappe standard dello sviluppo quando non risponde al nome, non indica, non inizia a parlare. In tal caso, a 12 mesi non pronuncia le parole mamma e papà; a 24 mesi, non ha un vocabolario di circa 100 parole e non inizia a denominare tutto, a ripetere o a formulare le prima frasi. In questi casi, dobbiamo preoccuparci. Ma dobbiamo preoccuparci ancora di più quando il bambino non capisce o ci sembra che non capisca le semplici richieste. A questo punto, è bene rivolgersi ad uno specialista.

A quale specialista bisogna rivolgersi?

Prima si effettuano i controlli dei pediatri; poi, sarà necessaria la consulenza di un logopedista che andrà a fare un bilancio logopedico, una valutazione adeguata dello sviluppo comunicativo e linguistico del bimbo.

Fino ai 3 anni, c’è molta variabilità nello sviluppo di ogni bambino, anche nel linguaggio. Alcuni bambini sono chiamati parlatori tardivi, in quanto iniziano un po’ dopo a parlare, ma a 3 anni raggiungono le tappe di sviluppo che ci aspettiamo tutti e raggiungono i loro coetanei.

A cosa è legata la difficoltà nella comunicazione?

Può esserci un quadro di malattie genetiche, un quadro di bambini che rientrano nello spettro dell’autismo o di bambini con disturbi del neurosviluppo in generale. In questi casi, uno dei primi punti di debolezza è quello delle aree comunicativo-linguistiche. Ci accorgiamo spesso che c’è qualcosa che non va perché il bambino non parla, non comunica oppure parla troppo poco.

Cos’è la Comunicazione Aumentativa ed Alternativa?

È molto frustrante non comunicare, ma è altrettanto frustrante non capire chi ci sta davanti. La comunicazione alternativa aumentativa è un intervento multidisciplinare e precoce che usa canali diversi dalla comunicazione verbale e va a potenziare tutte le forme comunicative che usa già il bambino (ad esempio, i gesti ed i suoni).

La comunicazione aumentativa sta all’interno delle linee guida nazionali e internazionali che, ad esempio, abbiamo per il trattamento dello spettro dell’autismo perché è un intervento che prevede la mediazione dei genitori, che sono i partner comunicativi preferiti dal bambino.

In cosa consiste l’intervento con la CAA?

Interveniamo adottando tecniche che possono prevedere l’uso di pittogrammi, immagini, segni, gesti e di tutto quello che non è verbale.

Perché le immagini funzionano?

Facciamo un esempio. All’interno dello spettro dell’autismo, sappiamo che il canale visivo è uno dei punti di forza di questi bimbi. Questi bambini preferiscono stimoli visivi e strutture stabili come simboli che permangono nello stesso posto, che sono tangibili, che si possono prendere e staccare, indicare.

Pertanto, utilizzare un sistema comunicativo fatto da pittogrammi che usano modalità visive è un ottimo punto di partenza, è un punto a favore per la CAA.

Come dimostrano molte ricerche scientifiche, utilizzare le immagini sostiene lo sviluppo del linguaggio verbale.

Quali sono i vantaggi della Comunicazione Aumentativa ed Alternativa?

La CAA sostiene l’attenzione, la produzione e la comprensione verbale, favorisce lo sviluppo delle competenze sociali. Quindi, se capisco di più, sarò anche in grado di migliorare il mio comportamento. Pertanto, questo tipo di trattamento è anche adatto per lavorare sui problemi di comportamento, molto frequenti nei bambini autistici. Creare delle agende visive e delle tabelle comunicative li aiuta a capire di più e riduce anche i loro comportamenti problema.

Come si articola l’intervento di Comunicazione Aumentativa ed Alternativa?

Se vogliamo creare un progetto di comunicazione aumentativa, dobbiamo assolutamente coinvolgere tutti i contesti di vita del bambino. Ad esempio, se decidiamo di utilizzare i pittogrammi per favorire e sostenere la comunicazione, li dobbiamo condividere con tutti i contesti di vita frequentati dal bambino e in tutti i momenti della giornata. In particolare, intendo a casa, a scuola, al centro di riabilitazione, in piscina, in parrocchia, nel centro sportivo, ecc.

Non avrebbe senso proporre al bambino, ad esempio, le immagini solo durante l’incontro con il terapista nella stanza asettica dei nostri centri. Bisogna coinvolgere la famiglia, che deve essere parte attiva di questo progetto. Ed è questo che fa la differenza. Spesso, si hanno molti insuccessi perché non passa questo messaggio.

Quali sono gli strumenti e le strategie che possono favorire l’inclusione a scuola di questi alunni?

Normalmente, le scuole utilizzano già moltissimi ausili visivi; pensiamo ai cartelloni, ai pittogrammi, alle tabelle. Per i nostri bimbi, potrà essere utile crearne alcuni ad hoc come le tabelle comunicative e le agende visive.

Lavorare con la scuola e dentro la scuola non deve essere un ostacolo. È facile: dobbiamo solo coinvolgere gli insegnanti che hanno già una predisposizione a lavorare con il supporto visivo e dobbiamo portare questi ausili anche nell’ambiente scolastico. Deve trattarsi degli stessi ausili che vengono usati a casa e in terapia così sarà possibile sostenere concretamente il bimbo con il disturbo del neurosviluppo.

Come spiegare ai genitori l’importanza di ricorrere alla CAA?

Anche noi comunichiamo tantissimo con le immagini, al di là di WhatsApp e delle faccine. Io ricordo dove ho parcheggiato il motorino stamattina grazie all’immagine dell’albero e alla foto della pubblicità che ho visto mentre stavo parcheggiando. Le immagini sostengono il linguaggio. Le parole volano via, sono concrete, si possono toccare, rimangono nello spazio. Per un bambino che ha difficoltà a capire e a dire, le immagini rappresentano un aiuto immenso.

Quali sono i pregiudizi a riguardo?

Sono tanti i pregiudizi. La prima cosa che pensa una mamma o un papà quando vogliamo proporre una forma di Comunicazione Aumentativa e Alternativa è che il bambino non parlerà mai. E noi dobbiamo lavorare per abbattere questi pregiudizi perché questo non è vero. A confermarlo sono i dati, la clinica, la ricerca.

Un bimbo che utilizza le immagini sviluppa più vocaboli e sarà in grado di capire di più e sviluppare più abilità comunicative e linguistiche. Non sto dicendo però che usando le immagini, il bimbo parlerà tanto oppure comunicherà come i suoi coetanei, ma sto dicendo che il bambino riuscirà a parlare di più rispetto al suo livello di partenza. Con la CAA non si guarisce magicamente ed i disturbi del linguaggio e della comunicazione non spariscono, ma sostengono lo sviluppo di queste abilità.

In periodo di pandemia, cosa consiglia ai genitori?

Rispetto alla pandemia, dobbiamo spiegare ai bambini cosa sta succedendo e dire loro che a causa del Covid dobbiamo stare in casa, che non è possibile andare al parco, in pizzeria, al ristorante, a casa dei compagni. Dobbiamo anche precisare che tornerà il momento in cui usciremo di nuovo. Inoltre, è importante spiegare che tutto continua, anche le attività quotidiane nonostante alcune differenze.

Siccome l’emergenza Covid ci ha insegnato nuove parole come pandemia, distanziamento sociale, quarantena e Coronavirus, anche in CAA è importante inserire nuovi pittogrammi con nuovi simboli che possano aiutare i bambini a capire.

La Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità

Dopo aver approfondito il tema della Comunicazione Aumentativa ed Alternativa nell’intervista al dr. Fabio Quarin, a seguire ti parlerò della Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità e della Carta dei Diritti della Comunicazione.

La Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità è stata approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 13 dicembre 2006.

Con la Legge n. 18 del 3 marzo 2009, il Parlamento ha autorizzato la ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità e del relativo protocollo opzionale.

Composta da un preambolo e da 50 articoli, la Convenzione tutela e promuove i diritti umani. Lo scopo è garantire alle persone con disabilità il pieno godimento di tutti i diritti riconosciuti agli altri consociati, dunque favorire il riconoscimento dei diritti di pari opportunità e di non discriminazione.

Ricordiamo che comunicare è un bisogno primario dell’uomo, è essenziale per lo sviluppo dell’individuo e per la sua partecipazione alla vita sociale (relazioni, scuola, lavoro).

Nell’articolo 2, la Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità riconosce che «La comunicazione comprende lingue, visualizzazioni di scritti, Braille, comunicazione tattile, stampa a grandi caratteri, le fonti multimediali accessibili come scritto, audio, linguaggio semplice, il lettore umano, le modalità, i mezzi ed i formati comunicativi alternativi e accrescitivi, comprese le tecnologie accessibili della comunicazione e della informazione».

All’articolo 9, la Convenzione richiama il diritto a ricevere e disporre dei propri ausili necessari alla comunicazione in ogni momento e ambiente di vita, proprio per garantire la piena partecipazione della persona con disabilità.

Carta dei diritti della comunicazione

A partire dal 1985, il National Joint Committee for the Communication Needs of Persons With Severe Disabilities (Comitato Nazionale congiunto per le necessità comunicative di persone con disabilità grave) ha individuato alcune linee guida per favorire lo sviluppo della comunicazione delle persone con disabilità grave.

In particolare, è bene analizzare i contenuti della Carta dei diritti della comunicazione, secondo cui: «Ogni persona indipendentemente dal grado di disabilità ha il diritto fondamentale di influenzare, mediante la comunicazione, le condizioni della propria esistenza».

Oltre a questo diritto, devono essere garantiti:

  • il diritto di richiedere gli oggetti, le azioni, le situazioni e le persone desiderate, nonché il diritto di esprimere sentimenti;
  • il diritto di scegliere tra più alternative;
  • il diritto di rifiutare oggetti, situazioni, azioni indesiderati e di rifiutare le offerte proposte;
  • il diritto di chiedere e ottenere attenzione e scambi comunicativi con gli altri;
  • il diritto di richiedere informazioni relative ad oggetti, persone, situazioni o fatti che suscitano l’interesse della persona disabile;
  • il diritto di veder attivati gli interventi o le terapie che possano consentire alla persona disabile di comunicare messaggi in qualsiasi modalità e nella forma più efficace possibile, a prescindere dal grado di disabilità;
  • il diritto di veder riconosciuti i propri atti comunicativi e di ottenere una risposta anche quando non è possibile soddisfare una richiesta;
  • il diritto di avere accesso in qualsiasi momento ad ogni ausilio di comunicazione aumentativa ed alternativa o di altro tipo;
  • il diritto di disporre di pari opportunità rispetto ad ogni altro individuo, di contesti e di interazioni della vita quotidiana;
  • il diritto di ricevere informazioni per poter partecipare alle conversazioni che avvengono nell’ambiente di vita nel rispetto della dignità del disabile;
  • il diritto di ricevere messaggi in modo comprensibile e appropriato dal punto di vista culturale e linguistico.


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