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L’autolesionismo nei bambini e negli adolescenti

1 Febbraio 2021 | Autore:
L’autolesionismo nei bambini e negli adolescenti

I segnali, le cause ed il trattamento del cutting. Come intervenire in presenza di comportamenti autolesionistici? Chi è responsabile se un alunno provoca del male a se stesso?

Il malessere interiore può portare un ragazzino a farsi del male consapevolmente? La risposta non è così scontata come si potrebbe pensare. Spesso, siamo portati a credere che i casi di autolesionismo e di tentato suicidio tra i più giovani siano casi isolati che riguardano solo alcuni profili caratteriali. Al contrario, sono molto più frequenti di quanto possiamo immaginare. Basterebbe farsi un giro tra i reparti di neuropsichiatria infantile per comprendere la portata e la gravità di questo fenomeno. Per non parlare di quanti altri casi restano nell’ombra; casi che purtroppo vengono alla luce quando ormai è troppo tardi.

Ma cosa si innesca nella mente dell’autolesionista? Perché gli adolescenti arrivano a farsi del male? Mentre qualcuno scarica lo stress, la tensione, le proprie angosce e l’ansia praticando sport o trovando altre valvole di sfogo, qualcun altro arriva a tagliarsi per provare un senso di liberazione e di quiete. Sensazioni momentanee si intende.

Ma come accorgersi che il proprio figlio ricorre a questa pratica? Spesso, molti gesti, cambiamenti e segnali vengono sottovalutati dagli adulti. Tutti possono avere la classica “luna storta”, ma un conto è se si tratta di uno stato momentaneo, di un periodo di passaggio in cui il ragazzo ce l’ha con il mondo intero e si chiude temporaneamente in sé stesso. Altra cosa, ben più grave, è se il cambiamento si estende a periodi più prolungati di qualche giorno: potrebbe trattarsi di settimane o, addirittura, di mesi.

L’autolesionismo è un fenomeno molto diffuso, ma i casi si sono amplificati a dismisura soprattutto negli ultimi tempi di pandemia. Complici il timore del contagio, il lockdown, la chiusura delle scuole, l’aumento dello stress e l’assenza di socialità, negli ultimi mesi, i reparti di neuropsichiatria infantile hanno registrato un boom di casi di autolesionismo. Oltre al cutting (l’attività autolesiva non suicidaria che consiste nel procurarsi dei tagli), molti ragazzi hanno tentato addirittura il suicidio.

Ma come riconoscere i casi di autolesionismo nei bambini e negli adolescenti? Quali sono le cause? In che modo possono intervenire i genitori? Ne abbiamo parlato con il dr. Stefano Vicari, professore ordinario Università Cattolica di Roma e primario neuropsichiatria infantile dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.

Da ottobre fino ad oggi, il prof. Vicari ha registrato al pronto soccorso un aumento dei ricoveri del 30% circa. Sul tema, l’esperto ha lanciato un allarme, avendo grande risonanza mediatica. Per saperne di più, prosegui nella lettura. Dopo l’intervista allo specialista, ti parlerò di un interessante caso di autolesionismo portato all’attenzione della Corte di Cassazione.

Esiste un profilo caratteriale dell’autolesionista? Quali sono le caratteristiche che riscontra con più frequenza nella sua pratica clinica?

L’autolesionismo è un fenomeno molto diffuso; riguarda il 20% degli adolescenti in Italia. Un adolescente su cinque fa autolesionismo. In Europa, addirittura, la percentuale sale al 25% (cioè 1 ragazzo su 4).

Quindi, identificare un profilo unico dell’autolesionista è molto difficile: c’è il perfezionista che si taglia perché non tollera la frustrazione del non riuscire a fare le cose come devono essere fatte; c’è il depresso che si taglia perché pensa che non vale la pena vivere; c’è l’ansioso che vive un’angoscia profonda e che, invece, grazie all’autolesionismo, si scarica. A volte, anche alcune ragazzine anoressiche si tagliano.

L’autolesionismo accomuna molti malesseri mentali. Può trattarsi di comportamenti che affiancano i disturbi dell’umore oppure che accompagnano un esordio psicotico. Si tratta di un’attività davvero trasversale che può riguardare molte condizioni psicologiche. Tuttavia, non sempre c’è un disturbo associato: può trattarsi di un momento o di un particolare periodo in cui lo stress che i ragazzi vivono, assume questa forma.

Quali sono le diverse forme dell’autolesionismo?

L’autolesionismo ha diverse anime: ci sono i comportamenti autolesionistici non suicidari e ci sono i comportamenti autolesionistici che portano invece al suicidio. Questo fenomeno è pericoloso non perché tutte le forme dell’autolesionismo portano al suicidio, ma in quanto chi tenta il suicidio ha spesso una pregressa storia di autolesionismo. Quindi, è importante riconoscere tempestivamente questo fenomeno.

A che età i ragazzi ricorrono con più frequenza all’autolesionismo?

I comportamenti autolesionistici non suicidari tendono a comparire a tutte le età. Ho incontrato ragazzini che anche a 12 anni si fanno del male. L’età media oscilla tra i 14 ed i 15 anni, soprattutto nel momento di passaggio tra la scuola media e le superiori. Questi comportamenti sono il segno di un disagio, di un malessere psicologico che può assumere forme diverse tra loro.

Non nascondo che c’è anche una sorta di emulazione, anche se non si tratta della categoria più frequente. Molti ragazzi che navigano sui social restano addirittura affascinati da leader negativi che postano foto di tagli e avvertono quasi una spinta a fare altrettanto.

Oltre ai tagli, quali sono i campanelli d’allarme?

I campanelli d’allarme sono i cambiamenti nei comportamenti. Ad esempio, potrebbe capitare che un ragazzino a 13/14 anni è allegro, spensierato, frequenta la scuola ed ha ottimi risultati, ma poi diventa sempre più cupo, intrattabile, irritabile, chiuso, non vuol vedere nessuno, abbandona le sue attività preferite (ad esempio, la palestra), i risultati scolastici peggiorano, fa fatica a dormire la notte, mangia poco e male oppure mangia troppo e male.

Attenzione, tutti gli adolescenti attraversano più o meno un periodo di questo tipo, però si tratta di periodi transitori di breve durata. Io mi riferisco invece a tutte quelle situazioni in cui i comportamenti negativi a cui facevo riferimento prima perdurano nel tempo.

Come intervenire?

I genitori e gli insegnanti devono stare sempre molto attenti. In genere, questi ragazzi girano con le maniche lunghe anche a luglio, perché non vogliono mostrare le braccia. Bisogna controllare con un occhio discreto i loro comportamenti per capire se c’è qualcosa che non va, ovviamente non con un atteggiamento da carabiniere, perché questo irrita il ragazzo, ma attraverso piccole attenzioni.

Inoltre, è importante fare una visita neuropsichiatrica per capire se i comportamenti di autolesionismo sottendono modalità comportamentali particolari.

Quali sono le frasi più ricorrenti che questi ragazzi confidano al neuropsichiatra?

Spesso, questi ragazzi non dicono nulla, non ne vogliono parlare. Quando invece riesci a stabilire un canale di comunicazione, spiegano che si tagliano perché in questo modo si liberano dall’angoscia, dall’oppressione interiore e dal peso che avvertono al petto. E l’autolesionismo è una momentanea sospensione del loro malessere mentale.

Estremizzando il concetto, una forma di autolesionismo che tutti conoscono è il fumo di sigaretta. Il fumatore è consapevole di provocare un danno al proprio corpo. Quindi, perché la gente fuma? Molti dicono che fumando riescono a controllare l’ansia e la tensione.

Ecco, molti ragazzini dicono che tagliandosi è come se da quelle ferite uscisse la loro angoscia, mentre altri ricorrono all’autolesionismo perché si annoiano e magari non pensano a quello che stanno facendo. Ancora una volta, i ragazzi non sono in grado di cogliere la complessità dei comportamenti che mettono in atto.

Come insegnare a questi ragazzi che esistono altre valvole di sfogo?

Non li convinci di certo a parole. Intanto, devi affrontare il loro malessere di vivere. Devi aiutarli a prendere consapevolezza di chi sono e di chi potrebbero diventare. Questo è il percorso della psicoterapia.

Nelle forme lievi, in cui non è necessario l’intervento farmacologico, bisogna lavorare sulla consapevolezza. È necessario l’intervento di tecnici che sono stati appositamente formati per questo, non bastano certo belle parole e una pacca sulla spalla.

Bisogna appunto seguire un percorso di consapevolezza e mostrare che al malessere si possono trovare altre risposte. L’altro aspetto molto importante è che in questi casi di solito si accolgono anche i genitori a cui vengono forniti degli elementi per gestire la sofferenza dei loro figli.

Per il trattamento dell’autolesionismo si ricorre anche al parent training?

Si, spesso il parent training diventa importante, soprattutto se l’autolesionismo si associa a problemi comportamentali come, ad esempio, di disregolazione e di aggressività.

Come intervenire se l’autolesionismo sfocia in un tentativo di suicidio?

Quando dall’autolesionismo si arriva ad un tentativo di suicidio si assiste ad un’escalation della gravità del disturbo. Spesso, i ragazzi che tentano il suicidio con molta probabilità ci riproveranno. Quindi, bisogna interrompere quel tipo di meccanismo e capire qual è il disturbo psichiatrico che sottostà al tentativo di suicidio.

Nell’85% dei casi, c’è una depressione, anche se non sono i depressi che arrivano a suicidarsi ma i depressi che all’improvviso hanno la forza per poter agire. Dall’altra parte, una forte spinta sta nell’impulsività.

C’è un caso clinico che vuole condividere con i nostri lettori?

Tempo fa, abbiamo ricoverato una ragazzina. I genitori le avevano tolto il cellulare e lei li aveva minacciati dicendo che se le avessero tolto lo smartphone, lei si sarebbe buttata dalla finestra. I genitori le hanno tolto il cellulare, immaginando che mai la figlia sarebbe arrivata a compiere quel gesto, invece lei si è lanciata dalla finestra.

Questo non vuol dire che, per la paura di questi comportamenti, i genitori devono far fare ai ragazzi tutto quello che vogliono, ma devono essere in grado di dare delle regole tenendo conto del loro disturbo. Per questo, il parent training diventa importante: per affiancare i genitori in questa attività.

Cosa consiglia ai genitori?

L’indicazione per i genitori è di non allarmarsi e di non sottovalutare questi fenomeni di autolesionismo. Consiglio di ricorrere al consulto di un neuropsichiatra.

Quanto sono aumentati i casi di autolesionismo durante la pandemia?

Mentre nel 2011 i ricoveri per l’attività autolesionistica (a scopo suicidario e non) erano 12, nel 2020 sono stati oltre 300. In pratica, quasi uno al giorno. L’isolamento determina un aumento della sofferenza mentale. A causa del Covid-19 sono aumentate l’irritabilità e l’aggressività dei ragazzi. Le scuole, come anche i cinema, i teatri, le palestre, sono ambienti essenziali per la loro crescita, dal momento che permettono loro di imparare a conoscere le emozioni e a stabilire relazioni positive.

Non bisogna sottovalutare l’impatto del Covid-19 tra i bambini e gli adolescenti, in quanto c’è il rischio di trasformare l’emergenza sanitaria in una crisi dei diritti dei più giovani.

Autolesionismo: giurisprudenza

Dopo aver approfondito il tema dell’autolesionismo nell’intervista al prof. Stefano Vicari, a seguire ti parlerò di una pronuncia della Corte di Cassazione relativa ad un caso di autolesionismo verificatosi tra le mura scolastiche. Scopriamo insieme qual è la stata la decisione degli Ermellini a riguardo.

Prima di entrare nel dettaglio e analizzare l’orientamento dei giudici, facciamo un’importante premessa. La scuola è un contesto protetto, fondamentale per la crescita formativa e personale dei giovani. Non svolge soltanto una funzione didattica, ma è importante per favorire il confronto tra i ragazzi con i loro pari e con gli insegnanti e per la costruzione di relazioni positive.

Nel momento in cui accompagni tuo figlio all’ingresso dell’istituto scolastico, immagini di poter stare tranquillo, in quanto il ragazzo sarà sotto la vigilanza degli insegnanti e dell’istituto scolastico. Immagini, dunque, che non possa accadergli nulla di grave. Purtroppo, non sempre è così. Molti casi di cronaca giudiziaria ne sono la dimostrazione. Leggiamo e sentiamo spesso parlare di storie di abusi di mezzi di correzione, di violenze psicologiche e fisiche e di bullismo. Ma di chi è la responsabilità in caso di autolesionismo? Se un alunno provoca un danno a sé stesso, chi è responsabile?

Ricordiamo che la responsabilità dell’istituto scolastico e dell’insegnante non ha natura extracontrattuale, bensì contrattuale. Al momento dell’accoglimento della domanda di iscrizione, con la conseguente ammissione dell’allievo, con l’istituto scolastico si determina l’instaurazione di un vincolo negoziale; vincolo da cui sorge, a carico della scuola, l’obbligo di vigilare sulla sicurezza e sull’incolumità dell’allievo nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni. Ciò comprende anche l’intento di evitare che l’allievo possa procurare un danno a sé stesso.

Tra insegnante e allievo si instaura un rapporto giuridico in virtù del quale, oltre agli obblighi di istruzione e di educazione dell’allievo, l’insegnante assume anche un obbligo specifico di protezione e vigilanza al fine di evitare che l’allievo possa procurare un danno alla propria persona.

La Corte di Cassazione precisa dunque che, nelle controversie instaurate per il risarcimento del danno da autolesione nei confronti dell’istituto scolastico e dell’insegnante, può essere applicato il regime probatorio desumibile dall’articolo 1218 del Codice civile. Che significa? Significa che l’attore deve provare che il danno si è verificato nel corso dello svolgimento del rapporto, mentre sull’altra parte incombe l’onere di dimostrare che l’evento dannoso è stato determinato da causa non imputabile né alla scuola né all’insegnante.


note

[1] Cass. civ. sez. III n.5067 del 03.03.2010.

Autore immagine: depositphotos.com


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8 Commenti

  1. Discorso molto interessante, ben approfondito. Il tema purtroppo è di grandissima attualità. I giovani sono stati privati della loro spensieratezza durante questo periodo. Trascorrono ore ed ore davanti a degli schermi: a partire dallo smartphone, al pc fino alla tv per guardare serie tv e spesso programmi spazzatura. Bisogna trovare il modo di farli tornare ad uscire in sicurezza nel rispetto delle regole anti-covid

  2. Purtroppo, il quadro delineato in questo articolo corrisponde perfettamente alla realtà. Ormai, è da un anno che stiamo vivendo con il timore di uscire dalle nostre case per il contagio. E quando noi genitori consentiamo ai nostri figli di uscire anche solo per fare una passeggiata al centro commerciale per cambiare aria e ritrovarsi con i propri amici siamo pieni di apprensioni e li riempiamo con le nostre mille raccomandazioni, ma è inevitabile visto che basta davvero poco per contagiarsi. Poi, sicuramente, non ha senso chiudere le scuole per così tanto tempo se poi alla fine c’è la possibilità di uscire per altre ragioni.

  3. Ridiamo ai bimbi e agli adolescenti la loro normalità. Stanno vivendo i periodi della loro crescita, che dovrebbero essere i più belli e spensierati, con frustrazione e angoscia. E’ davvero allarmante la situazione che vivono tante famiglie che purtroppo fanno i conti con questi casi drammatici di autolesionismo e tentativi di suicidio. Immagino le preoccupazioni e le colpe che si possono fare le famiglie in queste situazioni. Ecco perché è importante subito rivolgersi agli esperti in modo da poter intervenire subito ed evitare che possano verificarsi situazioni irrimediabili. Penso che questo articolo debba fare riflettere tutti noi e aprire gli occhi a chi sottovaluta spesso le richieste di aiuto dei giovani!

  4. Dovremmo proteggere i più piccoli da tutti i mali del mondo… Non dovrebbero sentirsi mai i casi come questi e soprattutto questo tipo di notizie dovrebbero essere solo scene tratte da film. Ma invece è la pura realtà. Una realtà che specialmente in questi mesi si sta intensificando sempre di più. Io mi auguro che i genitori siano in grado di trascorrere più tempo con i propri figli e favorire il dialogo, in modo da andargli incontro e sostenerli proprio per evitare che possano verificarsi casi di questo tipo. E’ importante divulgare questo tipo di informazioni e non tacere sui disturbi mentali e sulle tragiche conseguenze a cui possono portare in modo che si possa intervenire subito. Non bisogna vergognarsi o far finta che il problema non ci sia….

  5. Una volta ho sorpreso mio figlio a guardare un video con scene di violenza raccapriccianti e a scambiarsi foto di tagli con gli “amici”. Lui diceva che era solo per ridere. Ne abbiamo parlato subito con mia moglie e abbiamo fatto un bel discorsetto. Per fortuna, lui non aveva fatto ricorso a questa pratica autolesionistica ma temo che se non fossimo intervenuti tempestivamente il passo dal vedere certe foto e video all’azione era davvero breve. Abbiamo cercato subito di farlo sentire a suo agio e raccontarci cosa stesse vivendo in quel periodo, Poi, abbiamo pensato di portarlo ad un incontro con un esperto. All’inizio, lui era molto titubante, ma poi ha capito che lo stavamo facendo per il suo bene. Era caduto in depressione e parlare con uno specialista e trovare con noi una possibilità di confronto senza filtri gli è stato molto d’aiuto

  6. Molti genitori credono che regalare uno smartphone di ultima generazione costoso e assecondare il proprio figlio ogni volta che batte a terra i piedi sia la soluzione per sopperire alle loro assenze. I figli così si rinchiudono sui social e rischiano di entrare in contatto con gente poco raccomandabile. Sono tanti i casi in cui si arriva ad entrare in giri di conoscenze pericolose…Bisogna stare dietro ai propri figli. Non è che devono imparare a crescere da soli. Loro soffrono la solitudine ed i più fragili spesso arrivano a situazioni estreme

  7. E’ importante focalizzare l’attenzione su questi temi. Spesso, come si precisa nell’articolo, tanti casi vengono sottovalutati e non si bada ai cambiamenti. Ma diamine, vi domandate come mai un ragazzino sempre gioioso poi si chiude in sé stesso, non parla con voi ed è scontroso? Ma volete farvi due domande? Anche quando mio figlio mi mandava al quel paese, poi io cercavo di capire quale fosse il problema della sua irritabilità e della sua aggressività e si cercava di affrontare insieme i problemi e di confrontarsi anche se si trattava di piccole cose. Qui, addirittura, parliamo di autolesionismo, di tagli, di cose molto gravi che devono fare riflettere tutto il sistema: i genitori, gli insegnanti e tutti coloro che stanno intorno a questi ragazzi.

  8. Il figlio di una mia amica purtroppo è arrivato a tagliarsi. Lui indossava sempre le maniche lunghe anche quando le temperature erano elevate. Allora, un giorno, cercando un’escamotage, gli ho regalato un bracciale e gli ho detto che ci tenevo a metterglielo io al braccio. Avevo un certo sentore su quello che avrei visto sul braccio. Purtroppo, il mio intuito aveva ragione. Mi ha chiesto di non dire nulla a nessuno perché si vergognava ma era in un vortice di malessere da cui non riusciva ad uscire. Gli ho assicurato che non avrei parlato con la madre se lui si fosse fatto aiutare. Allora, ne ho parlato con la mia amica facendole giurare che mai avrebbe dovuto svelargli questo segreto e non avrebbe dovuto perdere il controllo perché conoscevo un bravissimo specialista. E così è stato. Lo accompagnavo agli incontri e, in accordo con la mia amica, abbiamo mantenuto il segreto. Gli incontri con l’esperto prevedevano l’intervento della madre così lui piano piano si è convinto e le ha confidato tutto liberandosi di questo peso. Ora, sta meglio ed ha ripreso in mano la sua vita.

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