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Governo resta in carica per affari correnti: cosa vuol dire?

1 Febbraio 2021 | Autore:
Governo resta in carica per affari correnti: cosa vuol dire?

Il significato della formula e i poteri dell’Esecutivo dimissionario: sono ancora possibili nuovi Dpcm? Che fine fanno i ristori? Chi decide sul Recovery Fund?

Mentre l’Italia è alle prese con una crisi economica, politica e sanitaria che non ha precedenti nella storia repubblicana ed appare di incerta durata e soluzione, il Governo dimissionario presieduto da Giuseppe Conte rimane in carica per il «disbrigo degli affari correnti».

Ma cosa significa questa formula? La risposta a questa domanda è essenziale per capire se e come in questo periodo il Governo può occuparsi di questioni fondamentali, come la gestione dell’emergenza Covid-19, la sorte dei ristori economici già annunciati e le decisioni per l’impiego delle risorse europee destinate all’Italia dal Recovery Fund per oltre 200 miliardi di euro.

Il disbrigo degli affari correnti: cosa dicono le leggi?

La prima cosa da sottolineare è che in questo periodo l’Italia non rimane senza un Governo. Quello uscente resta in carica per le attività di ordinaria amministrazione. I poteri dell’Esecutivo, che non è più sostenuto da una maggioranza parlamentare, sono molto ridotti. L’Esecutivo non può assumere decisioni di rilievo politico: tra poco, vedremo ciò che questo comporta in concreto.

Il «disbrigo degli affari correnti» non è disciplinato dalla Costituzione e nemmeno dalle leggi. È una formula che nasce dalla prassi ed è stata adottata frequentemente, in tutti i casi di crisi politiche improvvise che hanno provocato le dimissioni dei presidenti del Consiglio in carica e dei loro ministri.

La direttiva di Giuseppe Conte ai suoi ministri

Anche Giuseppe Conte ha fatto questa esperienza nell’estate del 2019, quando è stato costretto a dimettersi per il ritiro dell’appoggio della Lega di Matteo Salvini. In quell’occasione, ha mantenuto il timone degli affari correnti per 15 giorni – dal 20 agosto al 5 settembre – fino al conferimento del nuovo incarico che ha dato vita al Governo Conte 2, sostenuto da una nuova maggioranza (formata da M5S, Pd, Leu e Italia Viva).

Quella volta, il premier, il giorno stesso in cui ha rimesso il mandato nelle mani del presidente della Repubblica, aveva emanato una direttiva ai suoi ministri, per chiarire che il Governo sarebbe rimasto impegnato «nell’attuazione delle determinazioni già assunte dal Parlamento e nell’adozione degli atti urgenti», sottolineando che avrebbe dovuto anche «essere assicurata la continuità dell’azione amministrativa».

Quali sono i poteri del Governo dimissionario

Anche un Governo dimissionario mantiene la possibilità di convocare il Consiglio dei ministri per approvare i provvedimenti urgenti, compresi quelli relativi ad atti amministrativi da adottare in termini perentori e, dunque, non rinviabili.

L’handicap maggiore sta nel fatto di non poter esaminare ed approvare nuovi disegni di legge, ad eccezione di quelli imposti da obblighi internazionali e comunitari.

Il Consiglio dei Ministri, però, può sempre emanare i decreti legge, in tutti i «casi straordinari di necessità e di urgenza» previsti dall’articolo 77 della Costituzione, come avviene durante i normali periodi. Nemmeno la crisi in atto comporta limitazioni a questo potere.

L’attività del Parlamento durante la crisi di Governo

Ecco perché durante la crisi di Governo anche l’attività del Parlamento si ferma, ma non del tutto: la Camera ed il Senato si riuniscono ancora, per discutere, e infine approvare o respingere, entro i prescritti 60 giorni, la conversione dei decreti legge proposti dal Governo.

Inoltre, i rappresentanti del Governo continueranno ad essere presenti nelle aule parlamentari per assicurare le necessarie interlocuzioni con le due Camere, anche nelle varie Commissioni (Finanze, Difesa, Trasporti, Istruzione, ecc.) e assicurare l’iter dei provvedimenti in atto, compreso il progetto sull’impiego del Recovery Plan che è attualmente all’esame della Camera dei deputati.

Stop, invece, alle attività legislative ordinarie: la conferenza dei Capigruppo ha già deciso che riprenderanno solo quando si sarà formato un nuovo Governo e nel momento in cui avrà ricevuto la fiducia di entrambi i rami del Parlamento.

Cosa farà ora il Governo Conte

Così delineato il quadro dei poteri consentiti, vediamo cosa farà ora il Governo in concreto per fronteggiare le varie emergenze – economica, sanitaria e politica – in atto.

Conte potrà emanare nuovi Dpcm?

Innanzitutto, sembra ancora possibile che l’ormai “quasi ex” premier Giuseppe Conte possa continuare ad emanare i ben noti Dpcm, i Decreti del presidente del Consiglio dei ministri, che hanno finora scandito le varie fasi della pandemia.

Dall’autunno scorso, il premier, per garantirsi da problemi di incostituzionalità, ha scelto di far precedere i Dpcm da decreti legge “di copertura” che prevedono espressamente la possibilità di adottarli, indicando anche le materie consentite in cui essi devono esplicarsi (divieti di spostamenti, istituzione di zone gialle, rosse ed arancioni, chiusure di esercizi commerciali, ecc).

È probabile che Conte seguirà questa strada anche per il prossimo futuro, soprattutto a partire dal 15 febbraio, quando andranno in scadenza le misure adottate dal Dpcm di gennaio. E lo stato di emergenza, prorogato fino al 30 aprile 2021, fornisce la cornice per adottare altri provvedimenti con validità fino a quella data.

Ci sarà, però, un limite più stringente, perché d’ora in poi il ricorso ai Dpcm sarà condizionato dall’effettivo ricorrere delle condizioni di necessità ed urgenza, che dovranno essere imposte da un’effettiva emergenza in atto, come nel caso del riacutizzarsi dei contagi o difficoltà di terapie (ora anche le somministrazioni dei vaccini). Quindi, probabile sì ad altri Dpcm, ma con più condizioni.

Che fine farà il Decreto Ristori?

La sorte del Decreto Ristori 5 – che contiene l’ultima edizione delle misure economiche a sostegno delle categorie più colpite dalla pandemia – è appesa a un filo. Gli indennizzi anti-Covid previsti per circa 20 miliardi di euro potrebbero essere compromessi dall’impossibilità di proporre e far approvare dal Parlamento lo scostamento di bilancio necessario per finanziarli. Si tratta, infatti, di un atto politico (vale quasi quanto una manovra finanziaria), difficilmente conciliabile con gli affari correnti e gli atti di ordinaria amministrazione.

Probabile addio, quindi, ai bonus per imprese e partite Iva, ma anche slittamento della nuova rottamazione delle cartelle esattoriali che era stata preannunciata appena pochi giorni prima dell’apertura della crisi.

Anche molti degli incentivi già adottati in passato (con i Decreti Ristori, Liquidità, Semplificazioni e le prime 4 versioni dei Decreti Ristori già varati), sono in bilico e subiranno degli slittamenti: mancano, infatti, più di 500 decreti attuativi indispensabili per garantire l’effettiva erogazione dei sussidi e dei benefici economici. Per maggiori particolari leggi “bonus a rischio con la crisi di governo“.

La sorte dei fondi europei 

La sorte del Recovery Fund del valore di 209 miliardi di euro assegnati all’Italia tra prestiti e finanziamenti a fondo perduto è incerta. Il Governo prima di cadere aveva presentato la bozza del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) con l’allocazione delle risorse nei vari comparti, dalla digitalizzazione alla sanità, dai trasporti ed infrastrutture alla giustizia.

Vedi qui quali sono gli investimenti approvati dal Governo e ora destinati a subire una battuta d’arresto fino al momento in cui l’attuale crisi si risolverà con l’insediamento di un nuovo Governo.

Dopo il secco “no” del leader di Italia Viva Matteo Renzi – che ha aperto l’attuale crisi di Governo proprio partendo da questo tema – sembra difficile trovare in Parlamento la maggioranza necessaria per deliberare l’approvazione del documento definitivo da presentare all’Unione Europea. Intanto, Bruxelles ha già fatto sapere che il termine del 30 aprile fissato per la presentazione è elastico e non tassativo. Ci sarà un po’ di tempo in più, quindi, per predisporre il piano e trovare l’accordo delle forze politiche sui contenuti, ma occorre comunque fare in fretta per ricevere al più presto i finanziamenti già stanziati e necessari per la ripresa, senza sprecare l’occasione.



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