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Collaborazione familiare gratuita: vanno pagati i contributi?

2 Febbraio 2021
Collaborazione familiare gratuita: vanno pagati i contributi?

Anche se l’attività è stagionale, il marito deve versare i contributi alla gestione separata per conto della moglie?

Non è raro che un familiare – la moglie ad esempio – presti aiuto e assistenza gratuita nell’impresa familiare. In questi casi, si pone il problema di regolarizzare la prestazione ai fini previdenziali. Non è raro infatti che gli ispettori Inps elevino verbali e sanzioni nei confronti degli imprenditori che impieghino parenti “in nero”. Qual è allora il confine tra il semplice supporto occasionale – che non necessita di comunicazioni e regolarizzazioni – e quello invece stabile? In caso di collaborazione gratuita di un familiare vanno pagati i contributi? 

Sul punto si è espressa, proprio di recente, la Cassazione [1]. Ecco i chiarimenti forniti dai giudici. 

L’obbligo di iscrizione nella Gestione lavoratori autonomi si configura quando la prestazione lavorativa eseguita dal familiare sia abituale e prevalente, cioè sia svolta stabilmente e in via principale rispetto ad altre attività. 

Ai fini contributivi, inoltre, non conta che tale attività sia stagionale piuttosto che annuale. Difatti, il «regime contributivo imposto dalla legge non è correlato alla durata della prestazione nel corso dell’anno ma al reddito prodotto nel corso dell’anno», sicché non rileva il fatto che la collaborazione sia stagionale piuttosto che distribuita nel corso dell’intero anno. Al contrario, nessuna legge impone al commerciante stagionale di versare i contributi per tutto l’anno e quindi anche per i mesi in cui non svolge alcuna attività lavorativa.

Per legge [2], l’obbligo di iscrizione nella Gestione lavoratori autonomi si configura allorquando la prestazione lavorativa prestata dal familiare «sia abituale, in quanto svolta con continuità e stabilmente e non in via straordinaria od eccezionale», nonché sia «prevalente, in quanto resa, sotto il profilo temporale, per un tempo maggiore rispetto ad altre occupazioni del lavoratore». 

Nel caso di specie, è emerso dall’istruttoria che la moglie del datore di lavoro non svolgeva altra attività lavorativa e che per sua stessa ammissione svolgeva il suo ruolo di coadiutrice con continuità. Tanto basta a ritenere fondata la pretesa dell’Inps. 

Lo stesso discorso del resto vale anche per i soci. E, difatti, come chiarito a più riprese dalla Cassazione, deve essere assicurato alla gestione commercianti, il socio di società che si dedica abitualmente e prevalentemente al lavoro in azienda.

L’onere della prova grava sull’ente che esige i contributi ed esso può dirsi assolto attraverso la prova di un effettivo svolgimento di un’attività di lavoro prevalente ed abituale all’interno della società, rispetto alla quale la dichiarazione del contribuente nella compilazione del modello unico può svolgere una funzione probatoria a condizione che la stessa offra gli elementi di fatto da cui sia desumibile la sussistenza effettiva dell’attività lavorativa, riguardando altrimenti la citata annotazione soltanto le pretese impositive che si fondino sui dati allegati dall’obbligato [3]. 

 


note

[1] Cass. ord. n. 1684/2021.

[2] Art. 2 della legge 613/1966.

[3] Cass. sent. n.6944/2020.


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