Covid: ecco cosa fa aggravare l’infezione

2 Febbraio 2021
Covid: ecco cosa fa aggravare l’infezione

Si manifesta in forma asintomatica nella maggioranza dei casi, mentre per alcuni è letale. Prevedere il decorso della malattia è da sempre la sfida numero uno.

Questione di citochine e di cellule immunitarie: c’è chi ne ha di meno e chi ne ha di più ed è questo che potrebbe fare la differenza tra un contagiato senza sintomi e uno in terapia intensiva.

È quanto sostiene un nuovo studio sul Coronavirus portato avanti dall’Università di Cambridge, che va ad approfondire un tema che, fin dalla prima ora, è stato d’interesse cruciale per la scienza. Perché alcuni pazienti si ammalano gravemente e altri si accorgono a mala pena di avere il virus?

Il Covid-19, da questo punto di vista, assomiglia a una grande lotteria. Ma gli scienziati ritengono determinante prevedere il decorso della malattia, in modo tale da capire se c’è possibilità di anticiparne gli esiti letali per risparmiare vite.

La ricerca degli studiosi di Cambridge si muove lungo questo solco. Gli autori hanno analizzato i campioni di sangue di 605 pazienti che avevano contratto il Coronavirus, monitorando le loro risposte immunitarie.

Si sono accorti che coloro che si erano infettati in forma lieve, senza sintomi o con pochi malesseri, avevano una maggiore riserva di cellule immunitarie e un minor livello di citochine, proteine che fanno da mediatori tra le cellule immunitarie per organizzarne la risposta. In questi casi, la reazione, nell’attivarsi per combattere il virus, è stata più pronta e veloce.

Diversamente, chi ha contratto il Covid in forma più grave, aveva nel sangue meno linfociti B e T, due tipi di cellule immunitarie, e più citochine.

Si è visto, infatti, come i danni all’organismo umano – per esempio ai polmoni, al cervello o al cuore – siano stati solo una conseguenza indiretta del virus; le lesioni agli organi interni e ai tessuti, con conseguente complicazione del quadro clinico, erano da imputare piuttosto alla cosiddetta «tempesta di citochine», cioè a una reazione immunitaria sproporzionata che porta a un’iperinfiammazione, proprio a causa del rilascio incontrollato di citochine.

Le difese di questi pazienti erano più lente e carenti. Non solo: ma l’iperinfiammazione per eccesso di citochine diventava la manifestazione più evidente della gravità di una malattia difficile da arginare, una volta arrivata a questo stadio.

Serviranno ulteriori approfondimenti su questo terreno: lo studio è ancora in fase sperimentale. Ma è importante indagare questo aspetto, nella chiave di un miglioramento della prevenzione, parallelamente ai risultati che si possono ottenere dalla somministrazione di farmaci come gli anticorpi monoclonali.

Anche su questi si sta concentrando la ricerca. Sono molto costosi, dunque non vanno sprecati. Proprio per questo motivo, è cruciale capire quali sono i fattori genetici e non che possono portare a un peggioramento rapido dei pazienti.

Riuscire ad eseguire una diagnosi precoce è la sfida da vincere: se si capirà in anticipo quali pazienti rischiano grosso in caso di infezione, si potranno somministrare dei medicinali per contrastare i sintomi, ancora prima che compaiano.



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