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La moglie ha sempre diritto ad essere mantenuta?

7 Febbraio 2021
La moglie ha sempre diritto ad essere mantenuta?

Assegno di mantenimento in caso di separazione e assegno divorzile in caso di divorzio: le nuove regole scritte dalla Cassazione.

Se, nell’immaginario collettivo, il matrimonio è visto come la tomba dell’amore, il divorzio potrebbe essere invece la tomba dello stipendio. Il più delle volte, infatti, il giudice addossa, a carico del coniuge con il reddito più alto, un assegno di mantenimento mensile in favore dell’ex che invece “non se la passa bene” economicamente. E se già uno stipendio è appena sufficiente a coprire le necessità di una famiglia, le cose non migliorano quando i nuclei si separano e diventano due. 

È indubbio che, il più delle volte, il reddito più alto sia quello dell’uomo e che pertanto il soggetto svantaggiato da questa situazione sia proprio il marito; tuttavia, i luoghi comuni sono a volte frutto di convinzioni errate o non al passo coi tempi. Come nel nostro caso. Chi infatti crede che la donna ha sempre diritto ad essere mantenuta sbaglia di grosso, specie ora che la Cassazione ha rivisto i principi cardine di questa materia. E, difatti, crescono sempre più i casi in cui le giovani mogli, anche se disoccupate, non riescono ad ottenere dal tribunale gli “alimenti”. 

Questi errori possono ingenerare facili aspettative e contenziosi che, invece, potrebbero essere evitati con un po’ di ragionevolezza.

Proprio per ciò, in questo articolo voglio darvi gli ultimi aggiornamenti in materia di separazione, divorzio e assegno di mantenimento. 

Mantenimento: a che serve

Partiamo dallo sfatare un luogo comune. L’assegno di mantenimento non è una sanzione: non è una punizione che viene addossata solo a chi viola le regole del matrimonio, ad esempio con un comportamento violento o fedifrago. 

L’assegno di mantenimento, come dice la parola stessa, è un contributo al mantenimento del coniuge che non ha sufficienti risorse economiche per vivere da solo. O, almeno, così doveva essere. Ma fino ad oggi, la giurisprudenza è stata “larga di maniche” e così ha piuttosto stabilito che scopo di tale contributo era quello di attribuire ai due ex coniugi le medesime capacità economiche, a prescindere da chi si procurasse il reddito. 

In pratica, il giudice, nel prevedere il versamento di un mantenimento dall’uno all’altro coniuge, andava ad eliminare ogni disparità economica tra i due, eguagliando le rispettive condizioni. 

In questo modo, si garantiva al coniuge col reddito più basso lo stesso tenore di vita che aveva quando ancora era sposato e poteva far affidamento sulle disponibilità economiche del partner. 

Mantenimento: cosa è cambiato?

Con una sentenza del 2017 [1], però, la Cassazione ha detto una cosa importantissima: il divorzio cancella definitivamente ogni legame tra i due coniugi. L’assegno di mantenimento che scatta quindi dopo il divorzio (che più propriamente si chiama “assegno divorzile) non può quindi diventare una forma di parassitaria rendita vitalizia. 

Bisogna quindi recuperare la sua vera funzione: quella cioè di dare un contributo solo a chi se lo merita, a chi cioè, non per propria colpa, non è in grado di mantenersi da solo. 

La rivoluzione sta quindi in questo: se prima della riforma, il mantenimento andava ad equiparare i due redditi (per cui, più era alto il reddito di un coniuge, più era alto il mantenimento), oggi invece questo non avviene più e l’assegno si limita solo all’importo strettamente necessario per vivere una vita decorosa. Con la conseguenza che un ricco imprenditore che guadagna decine di migliaia di euro al mese non dovrà più versare importi esorbitanti ma si limiterà a più modeste somme.

La novità però non sta solo nell’importo dell’assegno divorzile che, come abbiamo appena detto, oggi è molto più basso del passato, ma anche nelle condizioni per averlo. Se in precedenza alla moglie bastava dimostrare di non avere uno stipendio o di avere un reddito molto più basso dell’uomo per essere mantenuta, oggi questo non è più sufficiente. La donna deve dimostrare di meritarsi il mantenimento. E ciò avviene sostanzialmente in quattro ipotesi:

  • quando le sue condizioni di salute non le danno la possibilità di lavorare;
  • quando l’età, sopra i 45/50 anni, non le permette di trovare agevolmente un’occupazione;
  • quando, nonostante la ricerca di un posto di lavoro, non sia riuscita a trovare un’occupazione;
  • quando, per tutta la durata del matrimonio, si è dedicata alla famiglia e ai figli, così perdendo ogni prospettiva di carriera, favorendo invece quella del marito che, così facendo, si è potuto arricchire. Il riferimento è palesemente rivolto alle donne che, d’accordo con l’uomo, hanno scelto di fare le casalinghe. 

Ma le complicazioni per la donna non finiscono qui. È lei che deve fornire al giudice la prova del diritto al mantenimento e, senza prove, la richiesta di mantenimento le viene rigettata.

Quindi, una donna disoccupata che tuttavia è giovane e ha ancora potenzialità lavorative non ottiene il mantenimento. Così come non lo ottiene la trentenne che non riesce a dimostrare di aver cercato un’occupazione, ad esempio inviando il curriculum, partecipando a bandi, iscrivendosi alle liste di collocamento. E c’è stato anche un giudice che ha escluso il diritto al mantenimento per la donna con un semplice part time perché non aveva dimostrato di aver prima richiesto al suo datore di lavoro la trasformazione del contratto in uno full time. 

Ed ecco che ora possiamo rispondere alla domanda dalla quale siamo partiti: la donna ha sempre diritto ad essere mantenuta? Assolutamente, non più. E non ha certo diritto a tutti gli importi che un tempo le venivano riconosciuti. 

I guai per le donne non finiscono qui. Se anche ci può stare che il giudice, in prima battuta, le riconosca l’assegno di mantenimento è sempre possibile la successiva revoca quando, ancora giovane, non si dà da fare per trovare, nei mesi successivi, un’occupazione. 

Insomma, la nuova morale è chiara: non si può campare sempre alle spalle dell’ex. 

note

[1] Cass. sent. n. 11504/17

[2] Cass. sent. n. 18287/18 


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