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Povertà in Italia: analisi e soluzioni

24 Maggio 2021 | Autore: sonia spinelli
Povertà in Italia: analisi e soluzioni

Quando finirà questa crisi riusciremo ancora a rialzarci? Non basta un’analisi delle statistiche, bisogna agire in fretta per trovare soluzioni.

La povertà italiana porta cicatrici nascoste che hanno origine nel lontano 1973 quando la dipendenza dal petrolio e l’aumento spropositato dei barili di greggio portò il paese alle prime Austerity. Poteva sembrare goliardia giocare indisturbati nelle strade deserte per mancanza di benzina, ma la crisi petrolifera innescò una profonda crisi economica. Successivamente, nel 2008, gli strascichi di una nuova povertà urbana e il crack dei sistemi bancari e finanziari mostrarono la vera faccia di uno sviluppo capitalistico che non è mai stato applicato in modo appropriato.

La ripresa dell’economia italiana, disuguale a seconda delle regioni, dipenderà oggi dall’azione di contenimento del Covid in primis. In questo inizio 2021, la lista delle incertezze dà ancora le vertigini: quale sarà la portata della terza ondata del virus? Quanto tempo ancora la nostra economia e il tessuto sociale terranno duro? Se solo potessimo avere una macchina del tempo: in gennaio dello scorso anno eravamo ancora in piena euforia.

Il Fondo Monetario Internazionale puntava su una crescita del 3,3%, a fronte di una del 2,9% nel 2019, e la stima di una crescita del 3,4% per il 2021 in corso. Purtroppo, sei mesi, fa l’istituzione che controlla la crescita dell’economia annunciò una recessione del -4,9% a carico del 2020 e un contraccolpo del 5,4% stimato per il 2021, a mala pena sufficiente per coprire le perdite dell’anno prima.

Nello scenario abbozzato con prudenza dagli economisti per i mesi a venire, l’evoluzione della pandemia e il suo controllo giocheranno un ruolo chiave per cominciare a debellare la povertà in Italia.  Staremo a vedere se lo Stato sarà in grado di intraprendere misure valide per arginare il danno economico e sociale portato dalle varie crisi del passato mai realmente superate.

Povertà urbana e fuga dal Sud, i bacini di deprivazione nelle ultime due crisi dagli ’80 al 2008

Lo zoccolo duro della povertà in Italia resiste e cambia faccia agli inizi degli anni ’80, quando la miseria urbana cresce a vista d’occhio con lo sviluppo sconsiderato delle città industrializzate. La protezione sociale svanisce ai margini della vita lussuosa delle zone agiate.

Mancanza di rapporti di vicinato, disinteresse per le scelte politiche dei quartieri poveri, una diffidenza verso il diverso creano sacche di povertà ancora esistenti sul territorio italiano. La povertà nei quartieri suburbani si porta dietro l’assenza di asili e scuole, di trasporti pubblici adeguati, scarso controllo dei giovani lasciati per le strade e un conseguente aumento della criminalità.

L’impennata della povertà in Italia ha luogo verso gli anni ’80 e aumenta ancora di più verso il ’96. Il fenomeno degli indigenti si è bruscamente amplificato portando 8 famiglie su 100 alla soglia della povertà. Soprattutto il Sud cade in un isolamento sociale a causa della fuga verso il Nord che spacca in due le famiglie monoreddito. Capi famiglia ai margini delle grandi città del Nord accompagnati dall’etichetta negativa che il povero si porta sempre dietro, lasciano un’eredità di deprivazione che continuerà di padre in figlio.

Se durante la crisi del 2008 sembrava accorciato il divario tra ricchi e poveri, erano le statistiche a sbagliare, poiché in realtà erano i benestanti ad essere retrocessi come ricchezza. Quale pensi che sia la reale misura della soglia di povertà? L’indicatore che determina quanto sia il valore della soglia di povertà misura la cifra al di sotto della quale non si dovrebbe scendere per poter consumare alimenti, vestiti e beni di primissima necessità.

È stabilito che per un adulto dai 18 anni entro i 59 anni la soglia di povertà sia, al Nord pari a 840 euro, e al Sud pari a 570 euro. Il Sud e le isole sono le zone territoriali più colpite dalla povertà. Le famiglie numerose e quelle mandate avanti da un solo genitore sono il quadro più critico dei nuclei disagiati e a rischio sopravvivenza.

La situazione della povertà crescente in Italia riguarda 2 milioni di famiglie, corrispondenti a circa 5 milioni di persone sotto la soglia di povertà.

Emergenza povertà: le mafie in aiuto degli indigenti

Il sostegno anticrisi messo a disposizione dei cittadini italiani riesce ancora ad ammortizzare lo spettro della povertà? Il Censis, l’istituto di statistiche italiane, ha rilevato 600.000 nuovi poveri, mentre 5 milioni di italiani vivono senza potersi nutrire degnamente.

Dopo il Coronavirus, la povertà esplode. A Roma, è stata creata “la guida Michelin dei poveri” per venire in aiuto agli italiani indigenti che non sanno più come fare a sopravvivere. L’Italia pena a sostenere i nuovi disagiati. A Palermo, 8500 famiglie su 680.000 abitanti hanno estremo bisogno di aiuto per alimentarsi e avere un tetto sulla testa.

Nonostante il lockdown, più di 33000 richieste di sostegno sono state fatte alla Protezione Civile. Ci si è resi conto che molte famiglie non hanno i documenti, oppure non li hanno in regola, senza codice fiscale, né carta d’identità e resteranno ancora più invisibili degli altri poveri.

L’urgenza di trovare soluzioni a questo stato di nuova povertà dilagante riguarda soprattutto l’evitare che la criminalità organizzata approfitti di questa crisi italiana. Mafia e sciacallaggio tentano dal dopoguerra di sostituirsi allo Stato nei momenti di povertà incipiente. In fasi di forte crisi di liquidità e di urgenza sociale, le mafie usano i loro ingenti patrimoni per creare dipendenza tra gli indigenti e aumentare il controllo sul territorio.

Lo scopo delle mafie è quello di infiltrarsi nelle comunità disagiate, dove nessuno rifiuterà il denaro malavitoso per salvare la propria famiglia e la propria azienda in crisi. È un salvagente gettato in mare aperto il cui scopo non è di certo riprendersi indietro i soldi dati in prestito, ma quello di utilizzare in futuro l’impresa salvata per fini di lavaggio di denaro sporco. Se lo Stato non è più in grado di salvare i cittadini in difficoltà, ci penserà la mafia con la sua rete capillare di estorsioni.

Meno poveri con il Piano di rilancio nazionale?

Quando sarà possibile un vero rilancio nazionale se le forze di Governo sono ancora divise? Il ristagno della produttività si riflette sulle differenze territoriali tra nord e sud dell’Italia. Il tessuto produttivo è tenuto in piedi da artigiani, aziende familiari e piccole e medie industrie. L’insufficienza di investimenti pubblici e privati, e l’assenza di aiuti per sostenere le chiusure dovute alla pandemia hanno messo in ginocchio il settore produttivo del Bel Paese.

Come sarà possibile diminuire la povertà in Italia se anche il clima dell’amministrazione statale è instabile e poco credibile? Altri fattori complicano la lotta alla povertà in Italia come una giustizia lenta e obsoleta che avrebbe bisogno di riforme urgenti, e un mercato del lavoro che non risponde più alle caratteristiche dei tempi moderni.

Il Recovery Plan prevede un intervento di 223,9 milioni di euro per sanare i settori dell’Italia che potrebbero farci uscire dalla povertà. È necessario aggiornare le infrastrutture e le popolazioni verso una versione digitale e informatizzata più capillare. Si deve rimettere al primo posto la ricerca scientifica e il diritto alla salute.

Occorre incentivare cantieri, opere pubbliche e nuove gestioni della mobilità. E quando il mercato del lavoro si sarà ripreso, sarà il caso di adeguare i contratti dei lavoratori con formule flessibili e adatte a giovani e adulti con competenze specifiche. Anche una rinnovata attenzione all’ecologia e al risparmio energetico farebbe dell’Italia un paese più in linea con gli standard europei.

L’Italia è il 6° paese in Europa a rischio povertà, addirittura superato dalla Spagna che gode di una previsione migliore rispetto alle soglie di povertà. Al 1° posto la Bulgaria, poi Romania e Grecia, Lettonia e Lituania che portano i segni del post-comunismo.

Il Fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale ha fatto confluire buona parte delle risorse di sua pertinenza verso il Reddito di Cittadinanza [1]. Risultando insufficiente per coprire le spese degli affitti, delle bollette e del cibo, viene istituito come misura straordinaria il Reddito di Emergenza, per sostenere ulteriormente le famiglie in gravi situazioni di povertà. Purtroppo, nessuna di queste soluzioni palliative sono tuttora in grado di risollevare quella fascia di popolazione che non riesce a vivere in modo dignitoso.

Le politiche sociali intraprese per fronteggiare la crisi economica sono frammentate, confuse, agendo senza uno schema che rispecchi le differenti priorità. Secondo i dati dell’Ocse, il reddito medio, per chi ancora ha un lavoro, è in diminuzione, riducendo quindi la capacità di spesa delle famiglie e la conseguente restrizione dello stile di vita e dei consumi.

Reddito di cittadinanza e Social Card

Chi non ha ricevuto soldi dal Decreto Cura Italia, avrà i requisiti per chiedere ancora il Reddito di Cittadinanza? I Decreti Ristori hanno cercato di arginare la deriva delle attività lavorative e del lavoro dipendente, ma non sono risultati efficaci per sconfiggere la povertà, sia dei lavoratori autonomi che dei dipendenti. Il Decreto Ristori 5 prevede soprattutto ausilio per le categorie più bistrattate, ovvero lavoratori dipendenti stagionali e lavoratori intermittenti, oltre che le partite Iva e il settore del turismo e dello spettacolo [2].

La Carta Acquisti o Social Card riservata alla fascia di indigenti di età superiore ai 65, o di genitori con bambini di massimo 3 anni di età, è una carta elettronica caricata a seconda dei requisiti, con 80 euro ogni 2 mesi.

Molte persone che vivono in condizioni di estrema povertà non hanno nemmeno la possibilità di fare domanda ai vari programmi di ausilio, poiché sia per analfabetismo, disagio, anzianità e solitudine vivono soli in abitazioni abusive o fatiscenti. Da qui, sorge l’impossibilità di presentare documenti d’identità, certificati di residenza e tantomeno certificazioni riguardo all’immobile dove vivono illegalmente. Questa fascia estesa di popolazione, soprattutto al Sud riempie le fila dei dimenticati dalle istituzioni.

Esiste un’assistenza sociale in aiuto ai più poveri?

Quando pensi che sia il caso di rivolgersi all’assistente sociale? In molti comuni italiani l’assistenza a nuclei familiari in estremo disagio economico riconosce automaticamente i bonus sulle bollette, ovvero il Bonus elettrico, il Bonus idrico e il Bonus gas. Per ottenere aiuti economici ulteriori per affrontare la soglia di povertà dovrai iscriverti all’Isee e attendere di avere i requisiti idonei.

Quando l’Inps troverà conforme la richiesta metterà i tuoi dati nel servizio del SII, ovvero Sistema Informativo Integrato rendendo efficace la tua richiesta di bonus per disagio economico. L’assistenza sociale in Italia è organizzata a 3 tre livelli, nazionale, regionale e comunale [3].

Il disordine interno a questa istituzione che dovrebbe aiutare a risolvere il disagio dei poveri e degli indifesi, amplifica il dramma di milioni di famiglie italiane in serie difficoltà. Manca una classificazione precisa dei bisogni primari da offrire come ausilio. Manca una descrizione mirata delle categorie dei disagi salienti, comprendendo ad esempio protocolli per la povertà, la disabilità, la difesa della famiglia, e le tossicodipendenze.

Il denaro adibito all’assistenza sociale non è mai stato definito con certezza poiché nelle voci di bilancio dello Stato convergono sempre altri capi di spesa che vengono decurtati dal welfare. Questa incertezza finanziaria rispetto ai soldi a disposizione per assistere i poveri e i bisognosi, rende impossibile sconfiggere il problema dei nuovi indigenti. Anche nel campo dell’assistenza sociale esiste una forte disparità di trattamento tra Nord e Sud, città e campagna.

La soluzione per rafforzare la lotta contro la nuova povertà in Italia dovrebbe vedere la presenza di almeno un’assistente sociale ogni 5000 abitanti, e punti di consulenza più accessibili e diffusi.

Donne e bambini: il bersaglio della povertà in Italia

Perché le donne devono faticare tanto per stare a galla nella società? Le statistiche sulla povertà in Italia vedono protagoniste le donne, facenti parte di famiglie monogenitoriali con figli minori a carico.

Nel periodo dal 2008 al 2017, i mariti che persero il lavoro fecero sì che le mogli per garantire un’entrata alla famiglia cercassero lavori in un terziario scadente e poco tutelato. Fu così che i proventi di badanti, governanti e colf si sostituirono al reddito portato a casa dai mariti. Non era un salario aggiuntivo quindi, ma l’unica rendita familiare. Quelle che avevano un lavoro precario o in nero, con il Covid hanno perso anche l’unica fonte di reddito, e per le più in difficoltà con età superiore a 55 anni risulta molto difficile il reinserimento nel mondo del lavoro.

È difficile occuparsi della casa, dell’alimentazione, dei figli e della cura dei genitori anziani e trovare anche il tempo e la forza di ritagliarsi un lavoretto precario che coincida con le priorità di una donna. Donne sole, con figli spesso disabili o con seri disagi psicologici, con una capacità di spesa di molto inferiore alla soglia della povertà arrancano ogni giorno per campare, dato che il Reddito di Cittadinanza copre a malapena i bisogni primari del nucleo familiare. Le novità 2021 prevedono la proroga di “Opzione Donna” e le domande previdenziali e assistenziali sono al via (leggi Pensioni e previdenza: le ultime novità).

Le istituzioni statali fanno sempre più fatica ad ottenere fondi per le politiche per l’infanzia e l’adolescenza, in uno scenario che vede più di 1 milione di minori in Italia in serie condizioni di povertà e disagio.

Esistono fondazioni bancarie ed altri enti di solidarietà che stanno portando avanti il progetto Save the Children per offrire ai bambini gli strumenti per imparare, studiare e potere sviluppare conoscenze utili nella vita. Sono solo una goccia in mezzo al mare, ma il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile ha già approvato interventi per circa 280 milioni di euro per aiutare almeno 480.000 bambini indigenti.

Distribuzione beni alimentari, solidarietà e lotta allo spreco

Perché la lotta alla povertà l’hai sempre vista come iniziativa di enti religiosi, e le autorità di governo non hanno mai mosso un dito? Rispetto ad altri Stati europei l’Italia ha preso coscienza del livello di povertà crescente nel Bel Paese molto tardi. Un timido accenno ci fu negli anni del governo Prodi, per arrivare a provvedimenti pratici solo nel 2017 con il Reddito di Inclusione.

Da quando la redistribuzione della ricchezza e la disuguaglianza sociale non sono più temi marginali? È successo di recente quando la povertà è diventata un fenomeno trasversale a tutta la società, mettendo in ginocchio commercianti, datori di lavoro, artigiani e imprese familiari. Il Covid ha dato il colpo di grazia all’economia italiana già in evidente difficoltà.

Capita sempre più spesso di vedere persone che godevano di una vita agiata e di un lavoro garantito, fare la fila nei centri di distribuzione alimentare gestiti da Caritas e altri enti solidali. Persone che hanno perso il lavoro e la casa per non riuscire più a pagare affitti, mutui e dipendenti, fanno parte dei nuovi poveri italiani.

L’Unione Europea ha approvato l’erogazione nel triennio 2020-2022 di 1 milione di euro per la distribuzione di beni e cibi di prima necessità, prodotti per l’igiene, materiale scolastico, vestiti e scarpe. Si spera che l’utilizzo di queste importantissime risorse venga realmente destinato alla lotta contro la povertà, rafforzando i servizi mensa nelle grandi città e i punti di accoglienza notturna per dare rifugio ai senza tetto. È necessario inoltre assottigliare i gravi contrasti che a causa della povertà provocano enormi problemi di emarginazione adulta.

Le associazioni di solidarietà stanno portando avanti una sinergica lotta allo spreco, permettendo ad altre aziende correlate di poter donare le eccedenze di cibi basilari e prodotti farmaceutici a enti o privati per combattere il disagio della povertà.

Nel caso il materiale edibile e i medicinali non fossero più idonei per uso umano, sarà possibile donare ad altri enti per la protezione degli animali. Alla fine, se l’Unione Europea nella stesura del Recovery Plan ha messo a disposizione 209 miliardi di euro per l’Italia, 40 per la Germania e 120 per la Francia significa che i sintomi dello Stato più malato erano già evidenti da tempo. Un debito pubblico altissimo, una macchina statale non funzionante e una serie di riforme non fattibili ci lasceranno ancora per un po’ nella fascia di povertà.



Di sonia spinelli

note

[1] L. Stabilità 2016.

[2] L. quadro sull’Assistenza 328/2000.

[3] L. quadro sull’Assistenza 328/2000.


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