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Quando il coniuge ha diritto al mantenimento?

3 Febbraio 2021
Quando il coniuge ha diritto al mantenimento?

Per la Cassazione va riconosciuto l’assegno di mantenimento quando il coniuge non può reinserirsi nel mondo del lavoro o quando le sue condizioni di salute non gli consentono di lavorare. 

Quando ci si separa o si intraprende la strada del divorzio è usuale preoccuparsi degli aspetti patrimoniali che regoleranno i rapporti tra i due ex coniugi. Tra questi, oltre alla casa, c’è l’assegno mensile che il coniuge più benestante dovrà versare all’altro, in caso di sproporzione tra i due redditi. Di qui la comune domanda: «Quando il coniuge ha diritto al mantenimento?».

La materia non è regolata, in modo puntuale, dalla legge. Sicché, per rispondere, dovremo riferirci ai chiarimenti offerti sino ad oggi dalla giurisprudenza e, in particolare, dalla Cassazione che proprio di recente ha riformato la materia. 

Ecco allora tutti i casi in cui è dovuto l’assegno di mantenimento e quando invece si perde tale diritto. 

Assegno di mantenimento: cosa c’è da sapere

Prima di illustrare quando il coniuge ha diritto al mantenimento dobbiamo fare alcune premesse di carattere generale che serviranno a comprendere meglio lo stato attuale dell’interpretazione di tale istituto.

Con la riforma attuata dalle due sentenze della Cassazione emesse tra il 2017 e il 2018 [1], l’assegno di mantenimento ne è risultato profondamente stravolto. Parliamo, più nel dettaglio, del cosiddetto «assegno divorzile», quello cioè riconosciuto dopo il definitivo scioglimento del matrimonio che consegue alla sentenza di divorzio e che si sostituisce al vero e proprio “mantenimento” (quello cioè attribuito subito dopo la separazione). 

Ebbene, secondo la Cassazione, ci sono tre principi da seguire. 

Il primo: il mantenimento non deve innanzitutto mirare a garantire al coniuge più debole economicamente lo «stesso tenore di vita» che aveva durante il matrimonio, ma solo l’autosufficienza economica; gli deve cioè garantire la possibilità di mantenersi da solo in modo decoroso, senza però andarlo ad arricchire o a garantirgli una rendita parassitaria vitalizia. 

Il secondo: chi chiede il mantenimento deve comunque dimostrare che la propria incapacità a mantenersi non dipende dalla propria colpa o inerzia. Deve pertanto fare di tutto, laddove possibile, per rendersi autonomo.

Il terzo: in ogni caso, il coniuge che ha dedicato la propria vita alla gestione della casa e della famiglia, consentendo così all’ex di fare carriera e arricchirsi, ha sempre diritto a partecipare a tale ricchezza con un assegno divorzile “a vita”.

Assegno di mantenimento: quando è dovuto?

Ora vediamo, più nello specifico, quando il coniuge ha diritto al mantenimento, o meglio «all’assegno divorzile». Come anticipato in apertura, ci riferiremo infatti ai rapporti patrimoniali tra i coniugi che scattano a partire dal divorzio e che proseguono di lì in avanti. 

Analizzeremo, qui di seguito, tutti i singoli casi. In ognuno di questi, però, devono sempre sussistere due condizioni: la sproporzione tra i redditi e l’incapacità, del richiedente, di mantenersi da sé.

Ne consegue che, non è dovuto l’assegno di mantenimento quando:

  • i due coniugi hanno le stesse capacità economiche: si pensi, ad esempio, a due disoccupati o a due impiegati part-time;
  • il coniuge con il reddito più basso ha tuttavia la capacità di mantenersi da solo. Si pensi, ad esempio, a una moglie che abbia un contratto di insegnante, percependo 1.500 euro al mese mentre il marito, professionista, abbia un reddito annuo di 100.000 euro: in tal caso, l’assegno divorzile non è dovuto. Dopo i chiarimenti della Cassazione, infatti, scopo dell’assegno divorzile non è bilanciare le condizioni economiche dei due ex coniugi ma garantire a quello meno benestante l’autosufficienza economica; con la conseguenza che se tale autosufficienza è già sussistente (come nel caso di un soggetto con un proprio stipendio full time), non è dovuto alcun contributo.

L’assegno di mantenimento non è poi dovuto quando la causa di separazione si sia chiusa con il cosiddetto addebito, ossia con l’imputazione di responsabilità in capo al coniuge che chiede il mantenimento. Ciò avviene quando vi è prova che sia stato questi, con il proprio comportamento colpevole, a determinare la crisi del matrimonio. Ciò avviene in caso di tradimento, di abbandono del tetto coniugale senza una valida ragione, di maltrattamenti e violazione dei doveri coniugali di assistenza e rispetto reciproco.

Ciò posto, vediamo ora i singoli casi in cui il coniuge ha diritto al mantenimento. 

Età matura

Secondo la Cassazione [2], va riconosciuto l’assegno di divorzio all’ex in età matura, che ha almeno 50 anni, in quanto è difficile che possa collocarsi nel mondo del lavoro. E ciò vale anche se lei non si impegna in tal senso, perché non si reca ai colloqui né al centro per l’impiego.  

Ne consegue che se l’ex coniuge è ancora giovane e formata, non può chiedere il mantenimento, anche se privo di un lavoro stabile. 

Condizioni di salute incompatibili col lavoro

L’ex coniuge che non possa lavorare per gravi problemi di salute, che ne comportino una totale inabilità, ha diritto all’assegno divorzile. In questo caso, infatti, lo stato di disoccupazione non dipende da colpa ma da circostanze oggettive.

Stato di disoccupazione incolpevole

L’assegno di divorzio va anche riconosciuto a chi si dia da fare per cercare un’occupazione e, ciò nonostante, non riesca a collocarsi nel mercato del lavoro. A tal fine, è necessaria la prova di aver tenuto un comportamento attivo nella ricerca del posto: inviando il proprio curriculum, partecipando a bandi e concorsi, iscrivendosi alle liste di collocamento, richiedendo incontri di lavoro conoscitivi ecc.

Casalinga

Il coniuge che, durante la vita matrimoniale, in accordo con l’ex, abbia impiegato il proprio tempo (o gran parte di questo) alla cura del ménage domestico e ai figli, così perdendo occasioni di carriera, ha sempre diritto – a prescindere dall’età – ad ottenere un assegno divorzile che lo renda partecipe della ricchezza accumulata nel frattempo dall’ex. È indubbio infatti che quest’ultimo, proprio grazie al contributo che l’altro ha offerto alla gestione quotidiana della casa, ha potuto impegnarsi maggiormente nel proprio lavoro, conseguendone anche un incremento di reddito.


note

[1] Cass. sent. n. 11504/17, Cass. sent. n. 18287/18 

[2] Cass. ord. n. 289/2021 

Autore immagine: depositphotos.com


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2 Commenti

  1. Queste sanguisughe devono capire che devono guadagnarsi da vivere e non campare sulle nostre spalle che ci sacrifichiamo ogni giorno e lavoriamo anche per una misera paga. E poi arrivano loro e vogliono anche l’aumento dell’assegno perché non riescono a mantenere il tenore di vita, cosa che da grandi ignoranti non sanno nemmeno che ormai le cose sono cambiate!

  2. Parliamo sempre di diritti a ricevere soldi per mantenersi. Ma dico io, perché non si danno da fare anziché pensare solo alla casa? Perché non cercano di attivarsi alla ricerca di un lavoretto visto che dopo aver sbrigato le faccende domestiche molte si attaccano alla tv a guardare quei programmi stupidi e ridicoli fatti solo per “donnette” che vogliono campare e permettersi il lusso di dare ordini senza alzare neppure un dito.

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