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Conte: cosa c’è dietro la sua improvvisata in piazza

4 Febbraio 2021 | Autore:
Conte: cosa c’è dietro la sua improvvisata in piazza

Il premier uscente parla volutamente fuori da Palazzo Chigi, si propone leader del M5S, snobba Renzi e chiede un Governo politico.

Un tavolino in piazza Colonna pieno di microfoni. Una convocazione tanto inattesa quanto improvvisata non dentro Palazzo Chigi, ma fuori dalla sede del Governo. Un segnale inequivocabile: «Ormai sono fuori, parlo da Giuseppe Conte, non da presidente del Consiglio dei ministri». Non a caso, il suo fedele portavoce, Rocco Casalino, che ha organizzato la messinscena, chiede agli operatori tv: «Non va inquadrato Palazzo Chigi». Per questo Conte non usa la solita sala in cui ha ricevuto la stampa fino a qualche giorno fa nelle vesti di premier. O quella da cui si rivolgeva agli italiani, nel consueto appuntamento in prima o in seconda serata televisiva, per illustrare i suoi Dpcm anti-Covid. Fuori. In piazza. Da dove parlerebbe chiunque. Per ribadire che lui, ormai, si sente «chiunque». Non più il capo del Governo italiano. «Mi hanno voluto fuori, eccomi qua fuori».

Ecco la prima indicazione da cogliere da quello che oggi abbiamo definito il «colpo di scena di Conte fuori da Palazzo Chigi». Un discorso breve con cui ha mandato tanti altri segnali molto forti e con il quale ha voluto tracciare il suo futuro politico. O almeno suggerirlo a chi è capace di vedere in lui l’unica ancora di salvezza.

Impossibile non cogliere nelle parole pronunciate da Conte, dietro la mascherina nonostante questa volta i giornalisti fossero a dovuta distanza, il doppio tentativo di ricomporre un Movimento 5 Stelle spaccato come non mai e di proporsi non solo come collante ma come leader unico ed efficace per dare un futuro al progetto di un Beppe Grillo che ancora oggi chiede ai suoi di stringersi attorno al premier uscente.

Conte ha avvertito che la creatura politica di Grillo che lo ha portato e tenuto a Palazzo Chigi per ben due anni e mezzo si sta sbriciolando. Sa che non c’è un personaggio in grado di prendere la situazione in mano per salvare il salvabile. Sa anche di non avere il tempo che serve a mettere in piedi una formazione politica tutta sua. Meglio, dunque, immolarsi per la causa ed offrirsi in diretta televisiva, con il clamore suscitato da un’inconsueta dichiarazione in mezzo a una piazza, «agli amici del Movimento». A loro dice davanti ai microfoni che a malapena ci stanno sul tavolino messo lì in qualche modo: «Io ci sono e ci sarò». Tradotto: inutile che faccia un partito mio, datemi in mano il vostro se volete avere ancora un minimo di ruolo nello scenario politico italiano.

Certo, per guadagnarsi il consenso delle varie correnti del Movimento, ci vuole anche una presa di posizione netta e ben precisa nei confronti del Governo nascente sotto la guida di Mario Draghi (a cui, cortesemente, fa gli auguri di buon lavoro). Arriva, a questo punto, l’altro asso nella manica di Conte: «Auspico un Governo politico che sia solido e abbia sufficiente coesione per operare quelle scelte politiche, eminentemente politiche perché le urgenze del Paese richiedono scelte politiche non possono essere affidate a squadre di tecnici». Ovvero, né più né meno di quanto richiesto dal Movimento 5 Stelle. Che con un Governo tecnico sarebbe l’ombra dell’ombra di quello che è stato finora.

Che Conte non abbia gettato la spugna lo dimostrano altre espressioni utilizzate nel suo discorso, durato appena una manciata di minuti e, per questo – si suppone –, ben misurato nelle parole. Tutte quelle espressioni hanno in comune una cosa: l’uso del «noi». Non un noi maiestatis, come quello utilizzato una volta dai Papi o dalle eminenze sociali, ma inclusivo. Dice Conte, rivolgendosi agli «amici» di Pd e Leu (e lasciando fuori volutamente i «nemici» di Italia Viva): «Noi dobbiamo continuare a lavorare tutti insieme perché il nostro progetto politico, che ho sintetizzato come alleanza per lo sviluppo sostenibile, continui. È un progetto forte, concreto, che aveva già iniziato a dare buoni frutti. Dobbiamo continuare a perseguirlo perché offre una prospettiva reale di modernizzazione del nostro Paese nel segno della transizione energetica, digitale e dell’inclusione sociale».

In estrema sintesi: Conte crea una clamorosa improvvisata in piazza per attirare l’attenzione su di sé in modo che il suo messaggio sia amplificato il più possibile. Fa gli auguri a Draghi. Si mette a disposizione del Movimento 5 Stelle e chiede un Governo Politico, non tecnico. Tende una mano (parlando già da leader del M5S) a Pd e Leu ed esclude Italia Viva. Tutto questo, in pochi minuti. Dietro un tavolino sistemato alla meglio in piazza. Davanti a Palazzo Chigi, che, evidentemente, non sente più casa sua.



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