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Miscellanea Perché gli ordini professionali soffocano l’economia italiana

Miscellanea Pubblicato il 3 febbraio 2014

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> Miscellanea Pubblicato il 3 febbraio 2014

 Se l’interesse generale della comunità viene sostituito all’accordo con le singole categorie si sfocia nel consociativismo e lo Stato perde la sua legittimazione democratica: così come sta avvenendo ormai da tempo in Italia…

 

Pubblichiamo qui di seguito l’introduzione all’interessantissimo saggio Riccardo Cappello, dal titolo “Il cappio: perché gli ordini professionali soffocano l’economia italiana”.

“Quando lo Stato sostituisce l’accordo con le categorie all’interesse generale rinuncia di fatto alla sua legittimazione democratica, scadendo inevitabilmente nel consociativismo che imprigiona gli attori in un sistema di veti incrociati, condanna il governo all’indecisione, rende marginale il parlamento e consolida le parti sociali interessate solo a mantenere assetti di potere personale. Inoltre, se le riforme dipendono dall’assenso della categoria e non dal consenso elettorale corporativismo e concertazione coincidono con buona pace del suffragio universale.

Nella contrattazione ogni categoria cerca di strappare la maggior quota possibile di sovranità per gestirla a vantaggio della propria consorteria ed a spese della collettività.  Man mano che il numero e il peso delle categorie aumentano si riducono gli spazi di libertà individuale e diventa sempre più vasta ed incisiva l’interferenza politica, per cui all’economia di mercato si sostituisce progressivamente un mercato dell’economia

Gli ordini professionali, quindi, costituiscono camicie di forza dannose per i giovani, per la bilancia dei pagamenti, per la competitività delle imprese, per i cittadini e per gli stessi professionisti. Essi strozzano l’economia, ostacolando la nascita di un vero mercato, e rappresentano la metafora ideale per leggere le strutturali inefficienze del paese.

Il Cappio

 

Perché gli ordini professionali soffocano

l’economia italiana

Introduzione

L’attaccamento alla professione legale e il cruccio di vederla progressivamente degradare mi hanno fornito il «movente» per risalire alle origini dell’avvocatura alla ricerca delle cause della sua crisi. L’obiettivo è, quindi, modesto perché non si propone di rivelare nulla di nuovo ma si limita a fare una diagnosi per offrire un contributo alla comprensione di un fenomeno importante e complesso, ragionando su argomenti vecchi sui quali sono stati già versati fiumi d’inchiostro. Ma, scavando per individuare le cause remote della crisi che affligge la professione, è emersa una radice comune, un filo logico che congiunge e unisce tutti i settori della società italiana.

Se con 230.000 iscritti all’albo forense importiamo consulenza legale, se non esiste la meritocrazia, se la burocrazia è pletorica e inefficiente, se la culla del diritto ne è diventata la bara, se ogni legge che entra in Parlamento ne esce finendo col dare più potere a quelli cui avrebbe voluto ridurlo, se persino il mondo dello sport è afflitto da periodiche scosse telluriche. Se, cioè, la vita italiana è costellata da tanti scandali che si ripropongono con ciclica periodicità e con ossessionante ripetitività, non può trattarsi di vicende svincolate tra loro ma deve ragionevolmente ritenersi che vi sia una radice comune, una causa non rimossa che trascende i singoli «orticelli».

Per fare la storia delle professioni occorre partire proprio dagli avvocati, non solo per la primogenitura della regolamentazione, alla quale si sono richiamati tutti gli ordini professionali istituiti successivamente, ma perché il mercato, per essere tale ha bisogno del diritto. Mercato e Diritto «sono inscindibilmente legati: nascono, si sviluppano e muoiono insieme». La professione forense, quindi, per la «strategicità» e per la sua interferenza con la giustizia, servizio essenziale per una società che voglia dirsi civile, costituisce l’emblema, la metafora ideale per leggere le strutturali inefficienze del Paese.

Esaminando le chiusure e le prerogative dell’ordine forense si percepisce l’articolazione dei meccanismi che ancora consentono la difesa delle «specificità» in un mondo globalizzato in cui ogni attività acquisisce valore se, e nella misura in cui, contribuisce alla crescita complessiva del sistema. L’obiettivo, quindi, diventa ambizioso: leggere, attraverso l’ordine forense, le ragioni della crisi del Paese e fornire una chiave per capire i motivi che lo condannano all’immobilismo, cercando di andare al cuore del problema per offrire un contributo al dibattito in termini di semplificazione e di chiarezza.

Forse il peccato originale può rinvenirsi nell’innesto della cultura collettivistica marxista nell’impianto corporativo fascista, tanto riuscito da costruire una concezione «organicistica» della società che condanna tutti a un’appartenenza. La fusione ha generato un mostro che ha dato vita a quel modello di sviluppo che, pur condannando i giovani all’emarginazione e alla mortificazione delle loro capacità, viene impropriamente definito «sociale». Da questa visione, fondata sulla fiducia nell’intervento statale, sono nate le categorie che imprigionano l’individuo, le imprese e le attività dentro «gabbie» associative all’interno delle quali la volontà del singolo si annacqua, si neutralizza e si disperde.

Ogni categoria, quindi, cerca di accaparrarsi la maggior quota possibile di sovranità per gestirla a vantaggio della propria consorteria ed a spese della collettività. Le rivendicazioni di ogni categoria hanno un effetto moltiplicatore perché innescano la rincorsa delle altre in una spirale contestataria senza fine nella quale la precettazione è inattuabile perché le associazioni che proclamano lo sciopero non consentono che venga adottato alcun provvedimento contro gli iscritti. Così, il Paese si ferma paralizzato anche da blocchi e interruzioni di pubblico servizio che vanno ben al di là del diritto di sciopero garantito dalla Costituzione, come lo sciopero degli autotrasportatori che ostacola la viabilità su strade ed autostrade mettendo l’Italia in ginocchio senza benzina e senza generi alimentari e beni di prima necessità, o quello dei piloti, dei controllori di volo, del personale di bordo dell’Alitalia, o ancora lo sciopero degli anestesisti che blocca le sale operatorie impedendo gli interventi chirurgici, per non parlare di farmacie, uffici pubblici, ospedali, scuole, medici della sanità pubblica, trasporti nazionali e locali. Per ovviare a questo stato di cose il Governo ha presentato un disegno di legge per regolamentare i conflitti collettivi di lavoro nel settore dei trasporti e della circolazione delle persone anche col fine dichiarato di «liberare il Paese dal ricatto di minoranze politicizzate e di impedire che i cittadini siano presi in ostaggio». La bozza prevede che possano proclamare lo sciopero solo i sindacati che rappresentano almeno il 50% dei lavoratori del settore. Sarà interessante vedere in che misura le inevitabili resistenze sindacali e corporative riusciranno a vanificarla.

Man mano che il numero e il peso delle categorie aumenta si riducono gli spazi di libertà dell’individuo e la distanza tra i vari cerchi, per cui ad ogni ulteriore privativa le sue maglie diventano più strette e meno permeabili al ricambio d’aria. Questi cerchi chiusi, che la politica ha costruito per farne una sua solida base di potere, sono diventati tanto forti da aver rovesciato la piramide, per cui la politica – che della piramide costituiva il vertice – è schiacciata dal peso delle singole categorie, ciascuna delle quali, per fare da sgabello, pretende le siano assegnati sempre nuovi e più vasti privilegi.

Lo Stato, quindi, sostituisce l’accordo con le categorie all’interesse generale per cui, quando la legittimazione a governare scaturisce dall’assenso delle categorie e non dal consenso elettorale, concertazione e corporativismo coincidono. Il cittadino vale secondo il peso che la corporazione di cui fa parte è in grado di esercitare. I «privi di appartenenza», infatti, non hanno alcun potere contrattuale per cui sono costretti a cercarsi un «padrino» se non vogliono restare esclusi per sempre. Ovviamente, all’interno di ogni circuito il peso di ciascuno varia secondo i numeri, secondo gli interessi di cui è portatore o secondo i «legami» di cui dispone.

Allo stato delle cose, quindi, ridimensionare i poteri di una sola categoria sarebbe ingiusto e inutile; solo con un colpo netto e deciso che investa la concezione delle categorie protette, senza se e senza ma, è possibile spezzare il modello corporativo, liberare la politica e rimettere al centro l’individuo, ricominciando da capo, con umiltà, a costruire un sistema Paese.

note

Per concessione dell’Autore, dietro autorizzazione della Casa editrice Rubbettino Ed.


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1 Commento

  1. Interessante articolo che , come il precedente , cerca di incoraggiare lo spirito critico di chi legge . Purtroppo la campagna mediatica contro tutto ciò che è statale , pubblico , rivolto all’interesse della collettività e non solo di pochi privilegiati ed egoisti , trova sempre nuovi argomenti . Gli Ordini professionali sono enti pubblici non economici perché non esiste solo il profitto ( articolo del 1999 ma sempre attuale ) : http://www.odg.mi.it/node/31160 .
    C’è sempre qualcuno che ragiona solo in ottica iperliberista ed iperprivatizzatrice , dove “ tutto ha un prezzo e tutto è in vendita “ , ma questo non è vero . Le cose più importanti della vita , quelle che contano sul serio , non si possono comprare con i soldi . Il nostro vivere comune ha bisogno di regole , che lo Stato dà con la Legge . Senza regole condivise non esiste civiltà e nemmeno democrazia .

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