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Parcella avvocato sproporzionata: è legittima?

7 Febbraio 2021
Parcella avvocato sproporzionata: è legittima?

Come si determinano le tariffe professionali degli avvocati: limiti minimi e massimi. 

Potrebbe mai un avvocato chiedere, al termine di una causa, un compenso pari a un terzo del valore della controversia? È legittima la parcella dell’avvocato sproporzionata? Esiste un massimo tariffario da rispettare? Questi dubbi sono stati sciolti da una recente ordinanza della Cassazione [1]. Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Quanto costa una causa?

Non esiste un costo prestabilito per una causa. Ogni avvocato è libero di concordare la parcella che meglio crede con il proprio cliente. Il suo unico limite è costituito dall’obbligo del preventivo scritto al momento del conferimento dell’incarico, dal quale non può discostarsi se non per imprevedibili sopravvenienze. 

Che succede se il giudice condanna alle spese e l’importo è più basso della parcella?

Nel momento in cui il giudice decide la causa con la sentenza, emette quella che viene definita «condanna alle spese». Con essa obbliga la parte soccombente a rimborsare all’avversario le spese sostenute per il giudizio. Tra tali spese c’è anche il compenso al proprio avvocato. 

Tale liquidazione però non viene fatta sulla base del compenso effettivamente richiesto dal legale al proprio cliente ma sulla scorta delle tariffe approvate con decreto ministeriale del 2014. Diversamente, si potrebbero avere accordi fraudolenti in danno alla controparte. 

Quindi, ben può avvenire che tale rimborso liquidato dal giudice sia inferiore alla parcella richiesta dall’avvocato al proprio cliente. Sicché, quest’ultimo non verrà completamente rimborsato, dovendo pagare la differenza di tasca propria.

La parcella dell’avvocato può essere sproporzionata?

Il famoso decreto Bersani sulla liberalizzazione di numerose attività, ha cancellato definitivamente le tariffe professionali minime e massime per le prestazioni legali. Dunque, gli avvocati sono liberi di concordare con il proprio cliente la parcella che preferiscono. Naturalmente, il tutto deve essere frutto di un accordo: l’avvocato non potrebbe esigere un compenso che non è stato oggetto di preventivo patto (sia esso verbale o scritto). 

Ma che succede se il cliente si è limitato a conferire l’incarico all’avvocato senza prima concordare il prezzo per la prestazione professionale, confidando nella propria capacità di onorare l’impegno economico? Abbiamo detto che l’avvocato è obbligato a fornire un preventivo scritto. Ma non tutti lo fanno. Se ciò non succede, l’avvocato può subire una sanzione disciplinare, ma non per questo perde il diritto al corrispettivo. Egli cioè deve essere pagato anche in assenza di preventivo. 

Tuttavia, se il cliente dovesse rifiutarsi di adempiere, l’avvocato dovrebbe ricorrere al giudice e quest’ultimo sarebbe tenuto ad applicare le tariffe professionali stabilite con il decreto ministeriale del 2014 (quello di cui abbiamo parlato sopra, che viene utilizzato per la liquidazione della condanna alle spese processuali).

In buona sostanza, se l’avvocato non dimostra che il cliente ha accettato il suo preventivo, la misura dell’onorario sarà quella prestabilita dal DM del 2014 (misura che, quasi sempre, è inferiore rispetto ai prezzi di mercato).

Se invece c’è l’accordo tra cliente ed avvocato, la parcella può anche essere sproporzionata rispetto alla posta in gioco. Si pensi a un avvocato che chieda un compenso pari a un terzo rispetto al risarcimento ottenuto dal proprio cliente. 

Questo è stato dunque il chiarimento fornito dalla Cassazione nella pronuncia in commento: l’avvocato ben può percepire un compenso al di sopra degli standard forensi se l’ha concordato col cliente. E ciò perché la pattuizione fra le parti è al primo posto davanti ai parametri professionali e agli usi. Senza dimenticare che la misura degli emolumenti che l’assistito deve al suo legale prescinde dalle statuizioni del giudice contenute nella sentenza che condanna la controparte alle spese di lite: per il cliente, infatti, l’obbligo di pagare l’avvocato scaturisce dal contratto d’opera professionale.  

Nel caso di specie, il legale aveva incastrato il proprio cliente tramite la registrazione di una conversazione con cui quest’ultimo aveva accettato il preventivo che gli era stato presentato verbalmente. 


note

[1] Cass. ord. n. 2631/21 del 4.02.2021.


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