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La rappresentazione: cos’è?

7 Febbraio 2021
La rappresentazione: cos’è?

Eredità e successione: cosa succede se muore un erede o se non accetta l’eredità?

Quando si parla di eredità sbuca fuori spesso la parola rappresentazione: un concetto che può apparire tecnico e contorto, ad appannaggio dei soli giuristi, se non se ne comprende il significato pratico. In verità, le regole sulla successione possono essere spiegate anche in modo semplice: non richiedono infatti una laurea in legge per poter essere comprese. È ciò che vogliamo fare qui di seguito: spiegheremo cioè cos’è la rappresentazione in presenza di un’eredità. 

Come vedremo a breve, la rappresentazione è il criterio che regola la divisione del patrimonio ereditario in caso di rinuncia o di morte di uno degli eredi. Ad esempio: muore Antonio, cui dovrebbe succedere il figlio Bartolomeo; se quest’ultimo rinuncia oppure è premorto al padre, l’eredità si devolve a Carlo, figlio di Bartolomeo. 

Insomma, la rappresentazione risponde a questa specifica domanda: cosa succede se muore un erede o se non accetta l’eredità? Ma procediamo con ordine. 

La rappresentazione: cos’è e come funziona

Diamo subito una definizione generale di cos’è la rappresentazione. La rappresentazione è il principio giuridico in forza del quale, nel momento in cui un erede muore o rinuncia all’eredità prima della divisione della stessa gli può subentrare qualcun altro in sua rappresentanza. 

La rappresentazione si applica sia in presenza di un testamento (cosiddetta successione testamentaria) che in sua assenza (cosiddetta successione per legge). 

Nella successione per legge, il meccanismo della rappresentazione permette di far subentrare i discendenti (i rappresentanti), al posto o nel grado del loro ascendente (il rappresentato), in tutti i casi in cui questi non possa (perché ad esempio muore) o non voglia accettare l’eredità o il legato.

La rappresentazione si applica anche nella successione testamentaria, se l’erede non può o non vuole accettare, sempreché il testatore non abbia già provveduto, nel testamento stesso, a designare un sostituto erede o legatario.

Casi in cui si applica la rappresentazione

La rappresentazione opera nei seguenti casi:

  • assenza del chiamato;
  • indegnità del chiamato: non operando l’indegnità in modo automatico, per aversi rappresentazione è necessario che passi in giudicato la sentenza di esclusione;
  • premorienza, accertata o presunta, del chiamato;
  • rinuncia del chiamato;
  • perdita del diritto di accettare per decadenza o per prescrizione;
  • diseredazione, che ha effetti nei soli riguardi del diseredato e, pertanto, non esclude che il discendente di chi sia stato diseredato dal testatore possa succedere a quest’ultimo per rappresentazione.

Soggetti a cui si applica la rappresentazione

Non chiunque può succedere con la rappresentazione. Tale meccanismo infatti si applica solo:

  • nella linea retta nei figli del defunto (quindi, i figli dei figli ossia i nipoti o i nipoti dei figli); 
  • e, nella linea collaterale, nei fratelli e nelle sorelle del defunto (nipoti anche in questo caso).

La rappresentazione in caso di morte di uno degli eredi

Le pratiche di successione sono a volte molto lunghe. Peraltro, la legge lascia dei termini molto ampi per comunicare l’accettazione o la rinuncia all’eredità: ciascun chiamato ha infatti ben 10 anni per fare tale scelta. Ben potrebbe succedere dunque che, in tale termine, uno dei potenziali eredi muoia prima di compiere tale scelta. Che succede in questi casi? Si applica la rappresentanza.

Il punto di partenza è che, per poter ereditare, le persone devono essere in vita nel momento del decesso della persona da cui ereditano. Questo fa sì che se un erede in vita al momento del decesso e dell’apertura della successione muore durante la fase della successione e prima della chiusura della stessa – quindi prima ancora di poter dichiarare se accetta o meno l’eredità – per l’istituto della rappresentazione gli subentrano i suoi eredi per la parte che gli sarebbe spettata.

Facciamo un esempio.

Maria muore e lascia come eredi in parti uguali sia suo fratello Carlo che sua sorella Lucia, la quale ha due figli. Se però prima che la successione si chiuda, Lucia muore, saranno i suoi figli a ereditare da Maria per la parte di Lucia, pagando un’unica imposta di successione come se fosse la sorella morta Lucia (dunque mantenendo la franchigia e le aliquote di imposta di successione previste per Lucia). I due figli dovranno quindi dividersi la metà dell’eredità di Lucia e non un terzo a testa, con lo zio Carlo che ne incassa comunque la metà. Se Lucia, la madre, non fosse morta, i suoi figli non avrebbero mai ereditato dalla zia Maria ma avrebbero eventualmente ereditato i beni dalla madre in un secondo momento, ossia solo con la morte di quest’ultima. 

In teoria, secondo il codice, la rappresentazione dovrebbe applicarsi a tutti gli eredi degli eredi che muoiono durante la successione, ad esempio anche ai figli dei cugini di secondo grado (che non avrebbero avuto diritto a ereditare). 

In realtà, numerose sentenze della Cassazione limitano quest’ipotesi al subentro dei nipoti, siano essi figli dei figli del primo defunto o figli di un fratello o di una sorella.

È poi necessario che figli e nipoti, per ereditare, siano già concepiti al momento della morte del partner da cui ereditano. Non è necessario che siano nati, ma almeno concepiti.

In pratica, questo vuol dire che i figli, per ereditare, devono nascere entro 300 giorni dalla morte del padre, i nipoti entro 300 giorni dalla morte del nonno o della nonna. Un nipote che nasce dopo un anno dalla morte del nonno non eredita anche se i suoi fratelli più grandi sono eredi. 

Che succede se non si può ricorrere alla rappresentazione?

Se l’erede chiamato non vuole o non può succedere, ma non è possibile ricorrere alla rappresentazione, la sua quota passa proporzionalmente agli altri eredi, i quali vedono così accrescersi le loro quote. È il cosiddetto meccanismo dell’accrescimento.

Ad esempio, se il defunto lascia due figli, ma uno è premorto senza avere discendenti, l’altro eredita anche la quota del premorto, accrescendo la propria.



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