Lavoro: le misure chieste a Draghi dagli esperti

8 Febbraio 2021 | Autore:
Lavoro: le misure chieste a Draghi dagli esperti

Le priorità secondo il Consiglio nazionale dei consulenti: dai licenziamenti al reddito di cittadinanza, dagli ammortizzatori sociali ai progetti già esistenti.

Revisione del reddito di cittadinanza e delle politiche attive, gestione della scadenza del divieto di licenziamento, riforma degli ammortizzatori sociali, investimenti sui progetti pronti, nuovi modelli organizzativi. Ecco le principali richieste fatte al presidente del Consiglio incaricato, Mario Draghi, dal Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro per rilanciare il mercato occupazionale. Un settore sul quale si deve intervenire al più presto, secondo la presidente Marina Calderone, perché «l’attuale situazione presenta delle emergenze assolute».

Divieto di licenziamento

La prima delle richieste avanzate dai consulenti del lavoro riguarda la scadenza del divieto di licenziamento, ad oggi fissata per il 31 marzo. Tale sblocco, secondo le stime, comporterà nelle piccole e medie imprese un calo dell’occupazione di 1 milione di posti di lavoro.

Il problema, osservano i consulenti, non è quando interrompere il divieto, ma come gestirne le conseguenze. Prorogare il blocco, senza avere le idee chiare su cosa fare dopo, è solo un modo per procrastinare il problema. «La soluzione primaria è evidente: la ripartenza immediata dell’economia, che permetterebbe alle aziende oggi in difficoltà assoluta di poter tornare ad assumere. Ma non si può prescindere da una profonda rivisitazione del sistema delle politiche attive del lavoro, che in questi anni ha mostrato tutti i limiti strutturali di cui soffre».

Reddito di cittadinanza e politiche attive

Ecco, appunto: i consulenti del lavoro puntano il dito contro le politiche attive che, a loro giudizio, sono «estremamente carenti». Non c’è dubbio – spiega il Consiglio nazionale – che la riforma varata nel 2019 sul reddito di cittadinanza sia rimasta incompleta, quindi non si può che parlare di una misura inefficace. Non tanto nella parte relativa alle politiche passive, dove ha svolto un importante ruolo assistenziale durante la pandemia, quanto per quella relativa alle politiche attive, rimaste ferme alla previsione normativa mai attuata. «L’Italia – sentenziano i consulenti del lavoro – è il Paese delle politiche passive, da sempre presenti nel nostro ordinamento, ma è estremamente carente in quelle attive.

Ecco, dunque «l’immediata necessità di dotarsi di strumenti necessari a determinare un repentino rientro del lavoratore espulso dal mercato. Vanno dunque riorganizzati i servizi per il lavoro, in modo da renderli funzionali all’attuale situazione. In tal senso vanno rivalutati ruolo e mission dell’Anpal, dei centri dell’impiego e del collocamento privato. Ed è diventato indispensabile virare sulla telematica al servizio della diffusione territoriale dei punti di contatto tra cittadini in cerca di occupazione e le agenzie per il lavoro. Modalità, questa, che non potrà che far decollare anche l’altra parte delle politiche attive, quella cioè legata alla formazione e riqualificazione del lavoratore che ha perso occupazione».

Investimenti su progetti pronti

Qualsiasi buona politica attiva posta in essere, continua il documento con le richieste dei consulenti del lavoro a Draghi, deve fare i conti con la domanda, che al momento è quasi totalmente assente. Per far ripartire in tempi rapidissimi l’economia, una buona iniziativa sarebbe quella di immettere subito nell’economia reale importanti somme, provenienti dal Recovery plan.

Una soluzione potrebbe essere quella di finanziare moltissime opere, piccole e grandi, necessarie per i Comuni, ma ferme perché prive di coperture. In questo modo, si aggiunge, potrebbe ripartire immediatamente l’economia reale in migliaia di Comuni e con essa il lavoro.

Nuovi modelli organizzativi

La pandemia ha determinato il ricorso massivo al lavoro a distanza, creando un incredibile test di sperimentazione di nuove modalità lavorative. Sbaglia, però, secondo i consulenti del lavoro, chi pensa che la situazione creatasi sia legata esclusivamente al momento emergenziale. In questo anno è cambiato, non solo il modo di vivere e di relazionarsi, ma anche il modo di lavorare e di gestire la propria attività. In prospettiva, la scommessa è trasformare l’eccezionalità del caso in veri e propri nuovi modelli organizzativi aziendali, il cui confine potrebbe essere infinito se accompagnati da una lungimirante politica mirata ad aprire ulteriori spazi di sperimentazione e progettazione.

Riforma degli ammortizzatori sociali

Altro aspetto toccato dal Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro è quello che riguarda gli ammortizzatori sociali. Ne sono stati coinvolti quasi 8 milioni di lavoratori in un anno di pandemia. Bisogna premettere, però (si legge ancora nel documento), che fin dall’inizio dell’emergenza sanitaria nessuno sentiva il bisogno di intervenire con una riforma su un settore nevralgico, ma dall’utilizzo circoscritto a situazioni di crisi particolari.

E proprio da questa considerazione si rilancia ancora una volta l’idea dell’ammortizzatore sociale unico, perché unica è la causale per fenomeni che coinvolgono in modo diffuso e involontario un gran numero di aziende e lavoratori, appartenenti ai settori più disparati. È la realtà con cui il Paese ha dovuto fare purtroppo i conti nel caso di terremoti, alluvioni e inondazioni. Anche in questo caso la pandemia può dare il via a questa semplificazione burocratica, peraltro proposta sin dal mese di marzo 2020, che dovrebbe essere caratterizzata dall’eliminazione dei numerosi (troppi) passaggi burocratici che hanno creato il mostruoso volume di adempimenti con cui hanno dovuto fare i conti Inps, consulenti del lavoro, imprenditori e lavoratori.



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