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Negozio online: come il Fisco scopre i ricavi in nero

3 Giugno 2021 | Autore:
Negozio online: come il Fisco scopre i ricavi in nero

Il metodo di accertamento induttivo esamina la contabilità parallela del commerciante: dagli appunti ai files sul pc, così il Fisco ricostruisce l’imponibile.

Hai un’attività di commercio al dettaglio e la eserciti prevalentemente o totalmente via internet: con la vetrina virtuale del tuo negozio online offri ai clienti la possibilità di acquistare i tuoi prodotti direttamente dal web, magari appoggiandoti a una tra le più note piattaforme di e-commerce, come Amazon o eBay.

Un giorno arriva presso la tua sede la Guardia di Finanza ad eseguire un’ispezione finalizzata a una verifica fiscale. Durante l’accesso, i finanzieri trovano un blocchetto di appunti con nomi e cifre sul computer un file Excel, che avevi chiamato “bilancio” e che rappresenta una situazione completamente diversa da quella riportata nella tua contabilità ufficiale e nelle dichiarazioni dei redditi e Iva.

Cosa succede? Vediamo qual è la procedura adottata dai verificatori e dall’Agenzia delle Entrate in questi casi per capire come il Fisco scopre i ricavi in nero di un negozio online e come può utilizzare i dati della contabilità parallela per fondare l’accertamento tributario e recuperare le imposte che presume evase. Scoprirai che le norme sono molto severe e la contabilità occulta può prevalere su quella ufficiale.

L’accertamento analitico induttivo

Quando la contabilità di un imprenditore esiste ed è tenuta, ma appare regolare solo formalmente, l’Agenzia delle Entrate può rettificare il reddito basandosi su qualsiasi altra documentazione reperita durante il controllo, ispezione o verifica. Lo dispone una specifica norma [1] che disciplina questo metodo di accertamento analitico induttivo.

Dunque, il fatto che la contabilità ci sia e venga redatta e conservata in modo corretto non salva affatto il contribuente dall’accertamento fiscale quando c’è un risvolto nascosto che emerge agli occhi dei verificatori: la «completezza, esattezza e veridicità delle registrazioni contabili» può essere messa in dubbio e smentita dall’Agenzia delle Entrate in base ai dati che emergono dalla documentazione extracontabile, come la contabilità parallela o l’analisi dei movimenti bancari.

Qui, il Fisco dispone di un grosso potere: infatti, la medesima norma di legge stabilisce che «l’esistenza di attività non dichiarate o l’inesistenza di passività dichiarate è desumibile anche sulla base di presunzioni semplici, purché queste siano gravi, precise e concordanti».

La contabilità parallela (o doppia contabilità)

Ebbene, a tal proposito il solo fatto che durante l’ispezione sia riscontrata l’esistenza di una contabilità parallela è sufficiente a far ritenere che la contabilità ufficiale sia inattendibile.

Per la Corte di Cassazione [2] l’esistenza di maggiori ricavi non dichiarati può fondarsi anche su una sola presunzione semplice, purché grave e precisa e la contabilità in nero lo è a tutti gli effetti, quando contiene gli elementi dimostrativi delle transazioni avvenute ma non riportate in contabilità ufficiale (nomi dei clienti, prodotti forniti, prezzo, date di spedizione della merce e di ricezione pagamento).

A questo punto, il Fisco ha le mani libere per accertare il maggior reddito imponibile sulla base degli elementi che emergono dalla contabilità in nero e documentano i maggiori ricavi conseguiti dal negoziante.

La contabilità in nero fa prova contro il commerciante

Sgombriamo il campo da un facile equivoco: la contabilità in nero non è dotata di una minor efficacia dimostrativa rispetto alla contabilità ufficiale. Anzi, se è ritenuta più attendibile può addirittura superarla e fare prova contro il commerciante.

Questo perché anche la contabilità parallela – afferma la Cassazione [3] – rientra nella nozione di «scritture contabili» disciplinate dal Codice civile [4] in quanto serve ad annotare «in chiave quantitativa, singole operazioni d’impresa ovvero riproducano la condizione patrimoniale dell’imprenditore con il conseguente risultato finanziario».

Contabilità in nero: la difesa del commerciante

La conseguenza di tutto ciò è che il contribuente, per evitare l’accertamento del maggior reddito, dovrà «esibire adeguata prova contraria». E le prove fornite dal contribuente dovranno essere concrete, come ha sottolineato recentemente la Suprema Corte [5], non generiche o ipotetiche.

Questa giustificazione a discolpa sarà tanto più difficile quanto più le risultanze della contabilità nera non trovano riscontro nella contabilità ufficiale attraverso l’emissione di fatture o scontrini. In tal caso, il Fisco legittimamente le presume “nascoste” all’Erario e dunque le recupera a tassazione.

Contabilità occulta: come viene usata dal Fisco 

La posizione dei giudici tributari di legittimità sul punto è molto rigida: con una nuova pronuncia la Corte di Cassazione [6] ha affermato che i ricavi occultati rilevano anche quando sono milionari e come tali sembrerebbero disancorati dalla realtà di un “piccolo” negozio di e-commerce.

Nel caso deciso, si trattava di un file rinvenuto sul pc del commerciante ispezionato, che apparentemente era di fantasia anche perché nessuno dei movimenti riportati aveva trovato riscontro nelle movimentazioni bancarie. E l’imprenditore si era difeso sostenendo che tutte le transazioni di vendita realizzate erano state pagate con carte di credito o bonifici, in modo da confluire nella contabilità e nelle dichiarazioni fiscali presentate.

Ma i giudici di piazza Cavour non hanno accolto questa tesi e hanno considerato quei contenuti della contabilità informatizzata in nero validi come prova dei maggiori ricavi conseguiti. Da qui l’applicazione della percentuale di ricarico (calcolata con media ponderata al 226%, più del doppio del costo d’acquisto delle merci) e il recupero a tassazione delle imposte dovute su tali redditi d’impresa imponibili.

La Suprema Corte ha ribadito nell’occasione ancora una volta che la contabilità in nero, costituita da appunti personali ed informazioni dell’imprenditore, «rappresenta un valido elemento indiziario, dotato dei requisiti di gravità, precisione e concordanza».

Da un lato, tutti i dati che emergono dalla contabilità parallela forniscono al Fisco un ottimo punto su cui fondare l’accertamento; dall’altro lato – affermano gli Ermellini in analoghe pronunce [7] «ciò comporta un’inversione dell’onere della prova, incombendo, pertanto, al contribuente l’onere di scagionarsi» se vuole annullare il significato probatorio di tali risultanze a suo carico. Ma la prova contraria in quel caso non era stata fornita dal contribuente accertato, che dunque ha dovuto subire le pesanti conseguenze dell’atto impositivo.

Contabilità in nero: da cosa è composta

Una volta delineata la portata estremamente ampia della contabilità in nero, è facile comprendere che essa può consistere in qualunque documento formato o detenuto dall’imprenditore accertato, sia in forma manuale sia informatizzata. La forma – cartacea o digitale – è indifferente; quello che conta è la sostanza, il significato dimostrativo che quei dati offrono ai fini dell’accertamento fiscale sui ricavi non dichiarati.

Gli appunti del commerciante

Anche gli appunti manoscritti o dattiloscritti dall’imprenditore o dai suoi collaboratori e acquisiti dalla Finanza fanno prova contro il commerciante accertato, sia pure a livello di indizio: quando essi evidenziano un determinato quantitativo di capi o prodotti venduti in nero, con il nominativo dei clienti e il prezzo praticato, possono cioè legittimamente far presumere un maggior reddito imponibile che non è stato dichiarato [8].

Così come costituiscono contabilità parallela anche le annotazioni apposte sulle cartelline delle pratiche dei clienti, sui brogliacci o su agende, calendari e block notes, i rapportini di produzione e i buoni di consegna [9] e addirittura i post-it [10].

La contabilità parallela tenuta su supporti informatici

Le considerazioni sono le stesse anche per la contabilità nascosta tenuta su supporti informatici, come in appositi files conservati sul pc del commerciante, su Cd o in pen drive (le chiavette Usb) o memorizzati a distanza su spazi cloud accessibili via internet. A prescindere dal supporto utilizzato e dalle modalità di conservazione, si tratta pur sempre di dati extracontabili occulti che il Fisco può rinvenire ed utilizzare per quantificare i maggiori ricavi che il commerciante aveva tenuto fuori dalla contabilità ufficiale.

Anche in tali casi, la Cassazione [11] ritiene che i files estrapolati dal computer nella disponibilità dell’imprenditore e contenenti contabilità non ufficiale «sono da considerarsi a tutti gli effetti scritture dell’impresa, che, contenendo il riferimento a dati parzialmente extracontabili, raggruppati in prospetti, forniscono, con sufficiente probabilità, il reale quadro della situazione aziendale». Essi, perciò, «costituiscono, in quanto scritture dell’impresa stessa, elemento probatorio, sia pure meramente presuntivo, utilmente valutabile, salva la verifica della loro attendibilità».

Chi può vendere su Internet senza partita Iva

Se questo è l’orientamento delineato, allora non vi sono dubbi che la contabilità in nero rappresenta un valido elemento indiziario, utilizzabile per l’accertamento di maggiori ricavi e di un conseguente maggior reddito imponibile.

Spetta allora al contribuente fornire elementi idonei a superare la presunzione e così riuscire a “vincere” le considerazioni e i calcoli dell’Agenzia Entrate che si sono basati sulla contabilità parallela.

Ma tutto ciò vale per gli imprenditori commerciali, che esercitano la loro attività di vendita in modo professionale o comunque prevalente e non occasionale. Se invece sei al di fuori di queste categorie, non sarai considerato un soggetto Iva e i tuoi adempimenti fiscali saranno notevolmente semplificati: non avrai l’onere di tenere le scritture contabili.

In proposito, leggi gli articoli:


note

[1] Art. 39 comma 1 lett. d) D.P.R. n. 600/1973.

[2] Cass. sent. n. 34724 del 30 dicembre 2019.

[3] Cass. sent. n. 10138/20 del 28 maggio 2020.

[4] Art. 2709 Cod. civ.

[5] Cass. ord. n. 22507/20 del 16 ottobre 2020.

[6] Cass. ord. n. 2853/21 del 5 febbraio 2021.

[7] Cass. ord. n. 27622/18 e ord. n. 12680/18.

[8] Cass. ord. n. 21138/2018.

[9] Cass. sent. n1299/20 del 22 gennaio 2020.

[10] Cass. sent. n. 29546/18 del 16 novembre 2018.

[11] Cass. sent. n. 20899 del 3 ottobre 2014.


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