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Scioglimento comunione dei beni tra coniugi: tassazione

11 Febbraio 2021 | Autore:
Scioglimento comunione dei beni tra coniugi: tassazione

L’esenzione d’imposta prevista per separazioni e divorzi si applica anche agli accordi ed ai provvedimenti giudiziari successivi: così la Corte di Cassazione.

Quando ci si separa o si divorzia possono rimanere sospesi ed irrisolti alcuni importanti aspetti patrimoniali tra i coniugi, come la divisione dei rispettivi beni immobili o del patrimonio mobiliare. Al di là dei provvedimenti indispensabili che il giudice adotta nella sentenza di separazione o di divorzio, come la regolamentazione dell’affido dei figli, l’assegnazione della casa coniugale e il mantenimento, ci sono altri contenuti che le parti potrebbero rimandare ad un momento successivo, specialmente quando il compendio da dividere è articolato e consistente.

Così, in molti casi, si perviene allo scioglimento definitivo della comunione legale dei beni solo dopo la separazione o il divorzio; e, talvolta, vi si arriva non con un accordo patrimoniale raggiunto tra gli ex coniugi, bensì a seguito di un procedimento giudiziale contenzioso, che dirime la lite e le rispettive pretese.

Quando arriva la sentenza, però, il Fisco presenta il conto e chiede il pagamento dell’imposta di registro e di bollo sul provvedimento emesso dal giudice; ma la legge prevede, in via generale, che gli atti relativi allo scioglimento del matrimonio sono esenti da qualsiasi tassa.

Qual è dunque la tassazione dello scioglimento della comunione dei beni tra coniugi stabilito per via giudiziale? Dopo lunghe perplessità, la Cassazione è arrivata a dare una risposta che sembra definitiva: anche questi provvedimenti possono godere dell’esenzione fiscale. Perciò, niente tasse da pagare.

La conferma di questo nuovo orientamento emerso negli anni più recenti è arrivata in una nuovissima ed articolata pronuncia della Suprema Corte che ripercorre tutto l’iter compiuto finora e sembra voler mettere un punto fermo sulla questione, stabilendo un principio netto, che avrà valore nei futuri contenziosi. Alla luce di ciò, ora l’Agenzia delle Entrate dovrà rassegnarsi, evitando per il futuro di richiedere ancora il pagamento dell’imposta di registro su queste sentenze.

Lo scioglimento della comunione legale dei beni

Il regime di comunione legale dei beni tra i coniugi può sciogliersi per diverse cause: la morte di uno dei coniugi, la scelta consensuale di entrambi di optare per la separazione durante il prosieguo della vita matrimoniale, oppure per la separazione coniugale o negli altri casi di annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio.

La cessazione della comunione comporta la necessità di dividere i beni in parti uguali tra i coniugi [1], ma la ripartizione può essere complicata dal fatto che durante il matrimonio e nel regime di comunione legale uno o entrambi hanno acquistato determinati beni con titoli diversi, come un immobile che è stato acquisito da un coniuge esclusivamente con le proprie risorse economiche.

In tali casi, se le parti non raggiungono un accordo di divisione consensuale (da consacrare in un atto notarile), è necessaria una separazione giudiziale dei beni [2] che verrà stabilita in concreto dal giudice con una sentenza. Non è sufficiente, infatti, il principio [3] secondo cui la comunione tra i coniugi cessa con il provvedimento del giudice che autorizza i coniugi a vivere separati, perché rimangono da definire tutti i rapporti pregressi.

L’esenzione fiscale per i provvedimenti di separazione e di divorzio

La legge sul divorzio [4] dispone che: «Tutti gli atti, i documenti ed i provvedimenti relativi al procedimento di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nonché ai procedimenti anche esecutivi e cautelari diretti ad ottenere la corresponsione o la revisione degli assegni [5], sono esenti dall’imposta di bollo, di registro e da ogni altra tassa».

La Corte Costituzionale [6] ha esteso questa esenzione anche « a tutti gli atti, documenti e provvedimenti relativi al procedimento di separazione personale dei coniugi». Infatti – ha sottolineato la Consulta – «l’esigenza di agevolare l’accesso alla tutela giurisdizionale, che motiva e giustifica il beneficio fiscale con riguardo agli atti di giudizio divorzile, è con più accentuata evidenza presente nel giudizio di separazione».

L’imposta di registro sulle sentenze

La normativa fiscale prevede [7] l’applicazione dell’imposta di registro sulle sentenze civili, definite come «gli atti dell’autorità giudiziaria in materia di controversie civili che definiscono anche parzialmente il giudizio».

L’Agenzia delle Entrate è sempre stata orientata a chiedere il pagamento dell’imposta di registro anche sulle sentenze di scioglimento giudiziale della comunione dei beni emesse dopo la separazione coniugale, ritenendole non esenti dall’imposizione in quanto successive e distinte dal nucleo essenziale dei provvedimenti giudiziali stabiliti in fase di separazione o di divorzio.

I giudici di legittimità in passato aderivano a questa tesi. Una vecchia interpretazione – come vedremo, ormai superata – distingueva tra contenuto «necessario» e contenuto «eventuale» della separazione. Il primo profilo riguarda gli aspetti essenziali (consenso reciproco a vivere separati, affidamento dei figli, assegnazione casa coniugale, previsione di un assegno di mantenimento a carico di uno dei coniugi in favore dell’altro); il secondo invece comprende gli altri patti ed accordi patrimoniali ulteriori, che i coniugi raggiungono in seguito alla decisione di separarsi definitivamente.

La sentenza che scioglie la comunione fra i coniugi è esentasse?

Oggi invece l’orientamento stabile della sezione tributaria della Corte di Cassazione, confermato da una recentissima sentenza [8] è quello di ritenere applicabile l’esenzione fiscale «a tutti gli atti e convenzioni che in coniugi pongono in essere nell’intento di regolare, sotto il controllo del giudice, i loro rapporti patrimoniali conseguenti allo scioglimento del matrimonio o alla separazione personale, ivi compresi gli accordi che contengono il riconoscimento o il trasferimento della proprietà esclusiva di beni mobili ed immobili all’uno o all’altro coniuge».

In base a questo nuovo e preferibile indirizzo, la Cassazione a proposito degli accordi di separazione aveva già affermato [9] che «anche gli accordi  che prevedano, nel contesto di una separazione tra coniugi, atti comportanti trasferimenti patrimoniali dall’uno o dall’altro coniuge o in favore dei figli» rientrino nell’ambito delle «condizioni di separazione» [10] che la coppia in crisi adotta «al momento della “liquidazione” del rapporto coniugale». Insomma, rientra nell’ambito dell’esenzione tutto ciò che occorre per definire «in modo non contenzioso e tendenzialmente definitivo la crisi» .

Ora con l’ultima pronuncia la Suprema Corte è arrivata ad affermare – richiamandosi al principio della «negoziazione globale»[11] volta a far cessare tutti gli effetti del rapporto coniugale, compresi quelli patrimoniali – che l’esenzione è applicabile anche ai procedimenti di divisione giudiziale e perciò spetta anche con riguardo alle «sentenze di divisione rese necessarie dal mancato raggiungimento di accordi».

Dunque la sentenza che scioglie la comunione fra i coniugi dopo la separazione non è soggetta ad alcun prelievo fiscale: l’esenzione prevista dalla legge si estende a tutti i provvedimenti giudiziali conseguenti alla separazione o al divorzio che regolano i rapporti patrimoniali rimasti ancora pendenti tra i coniugi.

L’interpretazione degli Ermellini appare la più coerente e rispettosa del dato normativo: la norma, con una formulazione ampia, parla di esenzione dall’imposta dei provvedimenti «relativi» a procedimenti divorzili e perciò – sottolinea il Collegio – «sembra voler riconoscere il beneficio anche con riferimento a provvedimenti che, pur se non pronunciati nel corso del giudizio di divorzio, siano comunque rivolti a regolare rapporti economici insorti tra i coniugi a cagione della lite matrimoniale».

A favore della linea adottata dai giudici di piazza Cavour c’è anche un elemento sistematico: la finalità del trattamento fiscale agevolato «va ravvisata nell’intenzione del legislatore di favorire le famiglie già indebolite dalla crisi coniugale, non sottoponendo quindi a tassazione i trasferimenti patrimoniali tra coniugi compiuti nel difficile momento della separazione e del divorzio, o in un momento ad essi successivi, né lo scioglimento della comunione che, insieme ai trasferimenti, non sono ragionevolmente indice di capacità contributiva».

Per ulteriori approfondimenti leggi gli articoli “Le imposte nella divisione dei beni in comunione legale” e “Separazione e trasferimento immobili: esenzione imposte“.


note

[1] Art. 194 cod. civ.

[2] Art. 193 cod. civ.

[3] Art. 191 co. 2 cod. civ.

[4] Art. 19 L. n. 74/1987.

[5] Artt. 5 e 6 L. n. 898 dell’1.12.1970.

[6] C. Cost. sent. n. 154 del 10.05.1999.

[7] Art. 37 D.P.R. n. 131/1986 (Testo Unico dell’Imposta di Registro).

[8] Cass. sent. n. 3074/21 del 9.02.2021.

[9] Cass. sent. n. 2111/2016, n. 5156/2016 e n.13340/2016.

[10] Art. 711, co. 4, cod. proc. civ.

[11] Cass. sent. n. 13840/2020 del 6.07.2020.


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