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Licenziamento per mancato pagamento imposte: è legittimo?

5 Giugno 2021
Licenziamento per mancato pagamento imposte: è legittimo?

Il lavoratore deve svolgere con diligenza e professionalità il proprio lavoro, pena il rischio di essere licenziato per motivi disciplinari.

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Il lavoratore subordinato, con la firma del contratto di lavoro, non si obbliga solamente a svolgere le mansioni oggetto della lettera di assunzione ma si impegna ad eseguire il lavoro con la diligenza richiesta dalla natura dell’incarico. Se tali standard di diligenza non vengono rispettati, il datore di lavoro può avviare un’azione disciplinare nei confronti del dipendente che può condurlo sino al licenziamento.

Ma cosa accade se, ad esempio, il dipendente omette di effettuare dei pagamenti che era suo compito gestire? Il licenziamento per mancato pagamento imposte è legittimo? Come vedremo, in una recente sentenza, la Cassazione ha dato risposta affermativa a questa domanda, confermando che il dipendente può essere chiamato a risarcire il danno di immagine cagionato al datore di lavoro.

Cos’è l’obbligo di diligenza?

La firma della lettera di assunzione [1] determina l’insorgere di doveri reciproci per le parti del rapporto di lavoro. Il lavoratore deve, innanzitutto, svolgere la prestazione lavorativa prevista nel contratto rispettando le direttive impartite dal datore di lavoro. Inoltre, deve eseguire il lavoro con la diligenza richiesta dalla natura dell’incarico [2]. Non basta, dunque, lavorare per rispettare gli obblighi che derivano dal contratto di assunzione ma occorre lavorare bene, con diligenza e professionalità.

Violazione dell’obbligo di diligenza: quali conseguenze?

In linea generale, se il lavoratore pone in essere una condotta contraria ai propri doveri, che derivano dalla legge, dal Ccnl applicato al rapporto di lavoro e dalla lettera di assunzione, il datore di lavoro può avviare nei suoi confronti un’azione disciplinare. Ciò significa che l’azienda può contestare il fatto al dipendente, dargli un termine minimo di cinque giorni per giustificarsi e, dopo aver letto le sue difese, adottare una sanzione disciplinare nei suoi confronti [3].

I provvedimenti disciplinari che possono essere comminati ai dipendenti sono i seguenti:

  • rimprovero verbale;
  • rimprovero scritto;
  • multa fino a 4 ore di retribuzione;
  • sospensione dal lavoro e dalla retribuzione fino a dieci giorni;
  • licenziamento disciplinare.

Se il lavoratore svolge il proprio lavoro senza la dovuta diligenza il datore di lavoro può, quindi, attivare il procedimento disciplinare e, all’esito, infliggere una sanzione proporzionata alla gravità dell’infrazione commessa [4]. È evidente che se il lavoratore ha commesso un errore lieve, senza alcuna conseguenza pregiudizievole per l’azienda, non può essere licenziato in tronco. Diversamente, se l’assenza di diligenza si traduce in un errore molto grave è potenzialmente adottabile la sanzione espulsiva.

Licenziamento per mancato pagamento imposte: è legittimo?

Non esiste, evidentemente, un elenco esaustivo delle condotte del dipendente che, traducendosi in una carenza di diligenza, possono legittimare il licenziamento. La gravità del comportamento del lavoratore e la proporzionalità della sanzione espulsiva, infatti, devono essere verificate dal giudice di merito caso per caso, sulla base delle circostanze specifiche e delle caratteristiche oggettive e soggettive della condotta.

Di recente, la Cassazione [5] ha affrontato il caso di un dipendente di uno studio notarile che era stato licenziato per giusta causa per aver omesso di versare agli enti competenti le ritenute relative alla retribuzione dei lavoratori. Tale omissione aveva determinato la notifica allo studio notarile di un’ingiunzione di pagamento di 90.000 euro ed un evidente danno di immagine per un soggetto, come il notaio, che dovrebbe dare adeguate garanzie di legalità e di rispetto delle norme.

La Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento e il diritto del notaio al risarcimento del danno all’immagine cagionato dalla condotta del dipendente. In tale decisione gli Ermellini hanno ribadito altresì che il danno all’immagine ed alla reputazione, da intendersi come danno conseguenza, non sussiste in re ipsa, ma deve essere allegato e provato da chi ne invoca il risarcimento. Il giudice deve valutare la sussistenza di tale danno non già sulla base di valutazioni astratte, bensì in concreto, anche attraverso presunzioni gravi, precise e concordanti.

Nel caso di specie, il danno è stato ritenuto sussistente anche a causa del ruolo rivestito dal professionista, che svolgeva attività di liquidatore d’imposta. Ciò è sufficiente, ad avviso dei Giudici, a dimostrare il danno di immagine determinato dalla condotta dell’impiegato.


note

[1] Art. 2094 cod. civ.

[2] Art. 2104 cod. civ.

[3] Art. 7, L. 300/1970.

[4] Art. 2106 cod. civ.

[5] Cass. 8 febbraio 2021, n. 2968.


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