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È consentito registrare il capo che minaccia?

10 Febbraio 2021
È consentito registrare il capo che minaccia?

Registrazioni sul luogo di lavoro: limiti e rischio reato o illecito disciplinare. Si può licenziare il dipendente che registra un colloquio con il datore di lavoro?

Le registrazioni in ambienti lavorativi sono, di norma, vietate. E questo perché l’ufficio o comunque la sede del lavoro è equiparata al domicilio e, quindi, protetta dalle norme sulla privacy. Ma come ci si difende in caso di reati commessi all’interno dell’azienda? Se il datore di lavoro dovesse compiere degli atti illeciti, degli abusi, dei ricatti o anche delle molestie sessuali quali prove fornire?

Il dubbio è ricorrente: è consentito registrare il capo che minaccia? Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Le registrazioni in ambienti lavorativi

In linea generale, le registrazioni all’insaputa dei presenti sono ammesse solo nei limiti in cui chi registra sia fisicamente presente alla discussione (non potendo pertanto allontanarsi lasciando il registratore aperto) e non avvengano nella privata dimora del soggetto “registrato”.

Il luogo di lavoro non accessibile al pubblico è equiparato alla dimora: si pensi all’ufficio del capo, allo studio professionale, al retrobottega, al magazzino e così via. In linea teorica, quindi, la registrazione sul lavoro potrebbe integrare una violazione dell’altrui privacy. Ciò però non succede quando la registrazione viene eseguita per l’esercizio del diritto di difesa, ossia per tutelarsi da un abuso. In questi casi, ai sensi dell’articolo 51 del Codice penale, non si può essere incriminati. Non solo: il datore di lavoro non può neanche comminare una sanzione disciplinare nei confronti del dipendente che effettua una registrazione di colloqui tra colleghi, dipendenti e superiori gerarchici sul luogo di lavoro.

Tali principi sono stati chiaramente affermati dalla Cassazione che, nel 2018 [1], ha stilato un vero e proprio vademecum in tema di registrazioni in ambienti lavorativi. La Corte ha detto che «il trattamento dei dati personali, ammesso di norma in presenza del consenso dell’interessato, può essere eseguito anche in assenza di tale consenso, se volto a far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria o per svolgere le investigazioni difensive; ciò a condizione che i dati siano trattati esclusivamente per tali finalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento. Le registrazioni di colloqui ad opera di una delle persone presenti e partecipi ad essi, effettuate all’insaputa dei soggetti coinvolti – posto che vengano adottate tutte le dovute cautele al fine di non diffondere le registrazioni – trattandosi di una condotta posta in essere dal dipendente per tutelare la propria posizione all’interno dell’azienda ritenuta pregiudicata dalla condotta altrui, sono legittime e come tali non integrano in alcun modo non solo l’illecito penale ma neanche quello disciplinare».

In buona sostanza, è consentito registrare il capo, così come gli altri superiori gerarchici o gli stessi colleghi di pari grado, a condizione che ciò serva per tutelare un proprio diritto dinanzi al giudice o per raccogliere le prove finalizzate ad un giudizio (sia esso in sede civile o penale).

Tali principi sono stati riaffermati dalla Corte di Appello di Milano [2] che ha integrato i principi sanciti dalla Cassazione con le seguenti istruzioni: la registrazione audio (ma il discorso può essere esteso anche a quelle video) di un colloquio tra presenti è una prova che può essere utilizzata nel processo civile [ed anche in quello penale, n.d.r.].

Pertanto, il lavoratore che effettua una registrazione di un colloquio con il proprio datore di lavoro, non commette alcun illecito disciplinare. «Né tale condotta può ritenersi lesiva del rapporto fiduciario tra lavoratore e datore di lavoro, che concerne esclusivamente l’affidamento di quest’ultimo sulle capacità del dipendente di adempimento dell’obbligazione lavorativa».

È consentito registrare il capo che minaccia?

Alla luce di quanto appena detto, si deduce la seguente conclusione: è consentito registrare il capo che minaccia a condizione che la registrazione non venga diffusa e comunicata a terzi, se non ovviamente al giudice o alle autorità inquirenti, e che la conservazione del file avvenga per il tempo strettamente necessario a tale attività, dopo la quale bisognerà provvedere alla relativa cancellazione. 

Quindi, il dipendente che abbia registrato un colloquio contenente un fatto costitutivo di reato (come la minaccia) o un semplice illecito civile deve ben guardarsi dal pubblicare la conversazione sul web o dall’inoltrarla tramite un’app di messaggistica, potendone sono comunicare il contenuto al giudice o al proprio avvocato affinché ne faccia gli usi consentiti dalla legge.

La registrazione avrà valore di prova all’interno del processo e potrà giustificare tanto un’azione penale (preceduta da una querela per il reato di minaccia), quanto un’azione civile per il risarcimento a seguito delle dimissioni per giusta causa. 


note

[1] Cass. sent. n. 11322/2018. 

[2] C. App. Milano, sent. n. 369/2019.

Autore immagine: depositphotos.com


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