Riforma del Fisco: si pagheranno più o meno tasse?

10 Febbraio 2021 | Autore:
Riforma del Fisco: si pagheranno più o meno tasse?

Draghi ha intenzione di abbandonare l’idea della flat tax per seguire il criterio della progressività previsto dalla Costituzione. Ma molto dipenderà dal Covid.

La via da seguire è stata tracciata: non ci saranno nuove tasse, non ci sarà un’aliquota Irpef unica, non ci sarà la flat tax. Ci sarà una riforma del Fisco, con un sistema basato sulla progressività e sulla lotta all’evasione, che non può essere considerata un dato «strutturale». Queste sono le linee guida. Ma, dovendo tradurlo nella pratica, «in soldoni» come si suol dire, significa che con il Governo di Mario Draghi si pagheranno più o meno tasse?

Nessuno ha detto che si pagherà di meno (anche se questo resta l’obiettivo), tutti hanno detto che non si pagherà di più. È una delle certezze, ad esempio, che hanno convinto l’altalenante Matteo Salvini a ribadire la sua fiducia in Draghi: «C’è un impegno condiviso di nessuna nuova tassa, nessuna patrimoniale, né aumento di Imu e tassazione dei risparmi», ha detto dopo il secondo colloquio con il premier incaricato. Al di là delle questioni politiche, teniamoci quello che ci serve, vale a dire l’impegno a non aumentare la pressione fiscale su cittadini e imprese. «Nessuna nuova tassa, neppure occulta»: questo il ritornello che Draghi ha ripetuto a tutti i leader politici che ha incontrato.

Ad oggi, in Italia, l’Irpef, cioè l’imposta sul reddito delle persone fisiche, si basa su un sistema che prevede cinque scaglioni con aliquote dal 23% al 43%, a seconda dei redditi dichiarati. Entro gli 8mila euro, si rimane nella no tax area: l’imposta dovuta è pari a zero.

Con il nuovo Governo, che succederà? In attesa dei dettagli sul piano fiscale che Draghi ha voluto tenere per sé dando appuntamento al suo discorso in Parlamento, per ora, si sa che ci sarà una revisione di quelle cinque aliquote (potrebbero diventare di meno, eliminando quelle centrali e facendo rientrare alcune fasce di reddito in nuove percentuali). Si cercherà di semplificare l’attuale sistema delle detrazioni e delle deduzioni: a questo proposito, bisognerà vedere se Draghi sposerà la tesi proposta dal Governo Conte di togliere alcuni dei circa 500 sconti fiscali di cui oggi godono famiglie e imprese.

«Progressività», dunque, è la parola chiave per sapere se con la riforma del Fisco si pagheranno più o meno tasse. Un termine che non è stato scelto per caso, perché viene chiesto dalla Costituzione italiana. L’articolo 53, infatti, dice che i cittadini devono pagare le imposte in modo proporzionale all’aumentare della loro possibilità economica. In parole estremamente semplici: chi più ha, più tasse versa allo Stato per garantire ai meno abbienti i diritti e i servizi fondamentali, dalla scuola alla sanità, dalla pensione ai sostegni al reddito in caso di disoccupazione. Questa, dunque, è la strada che Draghi intenderebbe imboccare quando parla di «mantenere il criterio della progressività», pur evitando – come lo stesso premier incaricato ha promesso – di aumentare la pressione fiscale, cosa che il Paese non potrebbe permettersi.

E poi c’è il complicato discorso dei sussidi, come il reddito di cittadinanza. Da quel che è emerso durante le consultazioni con i partiti, Draghi non avrebbe intenzione di ridurli ma di modificarli, scostandosi dalla linea dell’assistenzialismo puro e spingendo verso quella che porta a nuove opportunità di lavoro, con un potenziamento degli investimenti, lo sblocco dei cantieri e gli incentivi alle imprese che puntano sul green.

Draghi, però, avverte che una riforma del Fisco in questa direzione non sarà possibile se prima non viene sconfitta l’emergenza sanitaria. Il Covid c’è ancora e minaccia la ripresa dell’Europa, quindi anche quella dell’Italia. Ecco perché, prima ancora di dare una spinta a questa riforma il Governo vuole darla alla campagna vaccinale. Questo, secondo le anticipazioni dei partiti che hanno incontrato l’ex presidente della Bce, sarà il primo provvedimento economico del Governo: il potenziamento dei centri di vaccinazione con un aumento del personale e con una logistica adeguata. E lasciando alle Regioni carta bianca per l’acquisto dei vaccini: alcune, come Veneto o Emilia Romagna si stanno già portando avanti.



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