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Editoriali Sciopero di tassisti, notai, benzinai e avvocati. La forza dei pochi

Editoriali Pubblicato il 15 gennaio 2012

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> Editoriali Pubblicato il 15 gennaio 2012

Mentre le varie categorie professionali scioperano contro le liberalizzazioni del governo Monti, a pagarne le conseguenze sono i cittadini, i quali rischiano di non poter usufruire di servizi essenziali.

Tassisti, avvocati, notai, farmacisti, benzinai, medici: tutti sul piede di guerra contro le liberalizzazioni del governo Monti. Scioperi che si risolvono sempre in un pregiudizio per il cittadino, che tuttavia è “terzo” rispetto a chi è preposto al potere normativo e che, quindi, non c’entra nulla. Più che di sciopero, bisognerebbe parlare di “ritorsione”. Uno sciopero è una specie di dialogo e non un ricatto.

Così vale per i tassisti, che hanno interrotto in molte città la loro attività, con buona pace dell’art. 331 del codice penale, che vieta, a chi esercita un servizio pubblico o di pubblica utilità, di interrompere il servizio stesso. Così vale anche per i magistrati che, per aderire a un’astensione, rinviano le cause di oltre un anno, ai danni delle sfortunate parti del processo. E gli esempi potrebbero moltiplicarsi.

Quando si tratta di riforme, l’Italia non si divide in “cittadini a favore” e “cittadini contro”. Si divide in corporazioni.

Da noi ci sono corporazioni ovunque. Non a caso si parla di sciopero dei “tassisti”, degli “avvocati”, dei “notai” e non invece di “sciopero” tout court. Dietro uno sciopero, c’è sempre una categoria.

Il problema di base è che, quando si concede una prerogativa a una corporazione, diventa poi impossibile toglierla.

In un Paese anglosassone, una volta, ho visto una folla gridare sotto un palazzo: forse un’ambasciata, un ufficio del governo o qualcosa di simile. Agitavano cartelli con scritte in lingua, fischiavano, gridavano slogan in modo veemente, ma composto. Quando mi sono avvicinato, però, ho notato che la folla era divisa in due da uno spartiacque di cordoli. Da un lato c’erano cartelli con la scritta “Yes”, “We Want” e roba del genere; dall’altro lato, all’opposto, le scritte erano invece “No”, “Don’t”, “Never”.

Ho capito che si trattava delle opposte tifoserie: quelli “a favore” del provvedimento e quelli “contro”.

Da noi le cose non girano in questo modo. Qui scende in piazza solo chi è “contro”, chi viene “toccato” dalla riforma. Scende in piazza solo “la corporazione”. E, per quanti pochi possano essere, i “contrari” sono più rumorosi di quelli “a favore”. Questi ultimi, infatti, possono anche essere milioni, ma non si sentono perché rimangono a casa. Li senti invece, pronti a scioperare, solo quando anche a loro viene tolta la minestra.

Ecco perché l’Italia è il Paese dove la legge la fa chi strilla più forte. La forza dei pochi è più visibile e rumorosa di quella dei molti, silenziosi, assenti. Indifferenti.

Il paradosso è che, se la riforma non passa, c’è sempre chi ha la faccia di dire: “Peccato! Eppure, il governo una cosa buona l’aveva fatta!”

Abbiamo avuto, a suo tempo, il coraggio di lamentarci quando non è passata la riforma delle farmacie. Ma cosa abbiamo fatto per sostenerla? Abbiamo lasciato la strada ai pochi che invece la osteggiavano. Ed oggi stiamo facendo la stessa cosa con le altre liberalizzazioni. Lasceremo che le corporazioni siano più rumorose del nostro silenzio.

Se una legge piace, invece, si deve avere la forza e la voglia di scendere in piazza e gridarlo, così come lo si fa quando non piace.

 



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2 Commenti

  1. I taxisti a mio parere hanno ragione. Prima son stati costretti a comprare licenze da 200.000€ investendoci la vita e la vecchiaia poi si senton dire che è stato tutto uno scherzo e che le garanzie date all’epoca non valgono più. Sentendosi scippati, cosa dovrebbero fare? Consultare un codice penale o civile prima di scendere in piazza? Qui non si tratta di miliardi ma di sopravvivenza quotidiana di lavoratori privi di molte tutele spettanti ad esempio ai lavoratori subordinati.
    In Italia la legge non la fa chi strilla più forte. A dire il vero negli ultimi anni le leggi le hanno fatte chi ha più condanne passate in giudicano. I soliti 4 traffichini in combutta con chi ha potuto disporre di reti televisive per ammorbare di menzogne e disinformazione la vita quotidiana.
    Tra l’altro proteste sono anche abbastanza composte. Visto lo schifo che abbiamo dovuto sopportare in questi anni da questa massa di briganti delle istituzioni il popolo si è comportato da gran signore.

  2. «Corporativismo e partitocrazia».

    Gentile Avvocato Angelo Greco,

    ha ragione.

    La società civile italiana è da tempo una società di «corporazioni», ciascuna schierata a testuggine per la difesa a oltranza dei propri interessi che privilegi spesso sono e perciò mai s’innalzano dal «particolare» al «generale». E non scomodo qui l’«universale», perché sarebbe pretendere troppo. Lo scomodò Hegel, per il quale la legge giusta era «qualcosa di sacro», di «universale», appunto. Ma non ebbe la meglio, da noi. La meglio, da noi, l’ebbero e ancora l’hanno Machiavelli e Guicciardini.

    Il «corporativismo» della società civile italiana forse è la faccia di una medaglia. Forse l’altra faccia della medaglia è la «partitocrazia» della società politica italiana.

    Lei certo ricorderà la denuncia di Enrico Berlinguer, nell’intervista rilasciata a Eugenio Scalfari sulla Repubblica del 28 luglio 1981, titolata «Che cos’è la questione morale» e riproposta nel volume curato da Antonio Tatò, «Conversazioni con Berlinguer», Editori Riuniti, Roma 1984. Disse Berlinguer a Scalfari: «I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni a partire dal governo, gli enti locali, gli enti di previdenza, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la rai tv, alcuni grandi giornali».

    E allora non c’erano né Berlusconi né Monti.Allora c’era la «prima repubblica», allora c’era il «pluripartitismo» con la Democrazia cristiana che dal 1948 la faceva da padrona, nel senso che senza la Democrazia cristiana non si governava e così non esisteva alcuna possibilità d’alternanza tra maggioranza e opposizione e invece esisteva la «democrazia bloccata». Poi, dopo il crollo del Muro di Berlino 1989 e dopo la scoperta di Tangentopoli 1992, al «pluripartitismo» subentrò il «bipolarismo» con l’Ulivo da una parte e il Polo delle libertà e il Polo del buon governo in seguito confluiti nella Casa delle libertà dall’altra.

    Esultarono in molti, pensando «viva dio, tutto è cambiato». Ma in effetti niente cambiò. L’idea di due coalizioni, delle quali l’una governa e l’altra controlla e si prepara a governare, rimase lettera morta e fredda. E vennero i «cespugli» e anche i «cespuglini», intorno alle due coalizioni. Vennero i «partitini» all’interno di ciascuna delle due coalizioni. E all’interno di ciascun «partitino» vennero le «correnti». Vennero, per usare una terminologia creata dalla scienza del diritto costituzionale e dalla scienza della politica, i «partiti di correnti», non più le «correnti di partito».

    I fascisti dell’Msi, quelli del saluto romano, quelli di Giorgio Almirante repubblichino e del suo delfino Gianfranco Fini che ancora si commuove al ricordo dell’Msi e di Almirante, quelli dei funerali di un qualche camerata che seppellivano alla militare «camerata morto, presente», furono «sdoganati». I comunisti del Pci, volando sull’«ala migliorista» di Giorgio Amendola e di Giorgio Napolitano, Pietro Ingrao messo in un cantuccio, furono i becchini di se stessi, con la «svolta della Bolognina», 12 novembre 1989, e con tutto ciò che da questa «svolta» scaturì. E scaturì con l’Achille «piè inciampante» che la sinistra si diresse al centro, al «ventre flaccido» o al «ventre molle» della società italiana. Tant’è che mia mamma, e mi si permetta di citarla, commentò: «Non che la gente di centro adesso vota per Occhetto, è che Occhetto si è spostato al centro».

    Quando i partiti occupano lo Stato, si ha la «partitocrazia», che è forma degenerativa della «democrazia», come per Aristotele lo era la «demagogia». Si ha quello che non a torto è stata chiama l’«occupazione inquinante delle istituzioni».

    La «democrazia», non solo per etimo, è il «governo del popolo», del popolo a cui per Costituzione «appartiene» in modo inalienabile la «sovranità». La «partitocrazia» è invece, non solo per etimo, il «governo dei partiti». La «partitocrazia», al pari di un eventuale «governo dei giudici» che volentieri lascio alle fantasie giuridiche di Antonio Di Pietro ancora impegnato e non so perché a dimostrare che la sua laurea in giurisprudenza è valida e che valido è il suo concorso in magistratura, mia mamma maestra elementare l’avrebbe bocciato per le sue costanti violazioni della grammatica e della sintassi, è un vulnus inferto all’art. 1 comma 2 e all’art. 49 e all’art. 67 della Costituzione. È assenza di legalità democratica.

    E dove sono oggi i «partiti» che con «metodo democratico» concorrono «a determinare la politica nazionale»? Io non li vedo, sarò miope. Dov’è oggi il «metodo democratico»? Io non lo vedo. Sarò miope.

    Abbiamo un Parlamento con non pochi inquisiti. Ogni partito e ogni partitino hanno i loro inquisiti. I nomi li conosciamo. E abbiamo pure magistrati inquisiti e condannati, che in cattedra salgono e sembrano dire «io non applico la legge, io sono la legge, la legge è uguale per tutti ma non per me, se gli altri sbagliano pagano, se sbaglio io non pago». Abbiamo a Perugia un sostituto procuratore, Giuliano Mignini, che nessun classico «passo indietro» ha fatto nel processo Amanda e Raffaele nonostante la sentenza del tribunale di Firenze l’abbia condannato per un reato non proprio piacevole. E sempre a Perugia, abbiamo la pm Manuela Comodi che si è rammaricata, alla faccia di Beccaria e dell’Illuminismo giuridico e della Costituzione, che in Italia sia stata abolita la pena di morte. E a Trani abbiamo il pm Michele Ruggiero sotto disciplinare al Csm con l’incolpazione di aver iscritto nel registro degli indagati Berlusconi & Giancarlo Innocenzi, caso Annozero, senza mai avvertire il suo superiore. E a Roma abbiamo un Csm che ha archiviato alla buona la pratica Scelsi-Laudati, roba inutile da dimenticare.

    La «partitocrazia», questo comporta: che i posti siano spartiti secondo il vecchio Manuale Cencelli. Tutto ciò che c’è da spartire, la «partitocrazia» spartisce, si spartisce: altro che la moltiplicazione dei pani e dei pesci di Mt 14:13-21, 15.32-39 e di Mc 6:30-44 e di Lc 9:10-17 e di Gv 6:1-14. Si spartisce i posti al Csm e alla Corte costituitale e alla rai tv e non c’è posto nelle istituzioni che non sia spartito, uno a te e uno a me e uno a lui, compreso il famoso avvocato Vietti in quota Udc e compreso il famoso avvocato Guido Calvi in quota Pd e compreso il famoso Sergio Mattarella in quota Pd dopo un’intesa tra Bersani e la maggioranza berlusconiana.

    Può darsi che io abbia scritto cose sgradevoli. Specie nei confronti di alcuni magistrati che però mi sono premurato di chiamare per nome e cognome, perché non avvezzo alle generalizzazioni e alle critiche indiscriminate e preconcette o per partito preso. Ma è l’intero sistema che non funziona, non solo il sistema dell’«amministrazione della giustizia». È il sistema della «partitocrazia» e del «corporativismo» che non funziona. Almeno per me, non funziona, o funziona in spregio della Costituzione e della legalità democratica. E almeno per me, indignarsi a questo punto è davvero poco.

    Dice bene, gentile Avvocato Greco: contro le leggi «corporative» bisogna combattere, ma bisogna combattere anche a favore delle leggi «non corporative».

    Con la stima di sempre, auguro buona domenica a lei e ai suoi numerosi lettori, e specie a quelli che vorranno dissentire dalle mie modeste meditazioni. Che dalle sue traggono spunto.

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