Cognome dei figli: dubbi della Consulta

11 Febbraio 2021
Cognome dei figli: dubbi della Consulta

Sollevata la questione di legittimità costituzionale sulla norma che stabilisce di fare riferimento al padre in mancanza di accordo tra i genitori.

La stragrande maggioranza dei bambini porta il cognome del padre. In Italia la legge – articolo 262 del Codice civile – stabilisce che ai figli nati al di fuori del matrimonio e riconosciuti sia assegnato il cognome paterno.

La Corte Costituzionale, oggi, si è espressa sul tema, sollevando davanti a se stessa una questione di legittimità costituzionale. Questo non succede spesso, ma quando accade è indice di una possibile pronuncia di incostituzionalità.

In pratica ci si chiede se questa norma è conforme alla Carta fondamentale italiana, nella parte in cui (primo comma) impone ai figli il cognome paterno, anziché quello dei di entrambi i genitori, in mancanza di un diverso accordo tra mamma e papà. È costituzionale questo automatismo? È la domanda alla quale la Consulta risponderà (e a cui, in parte, ha già risposto in passato dicendo di no).

L’input è arrivato dal Tribunale di Bolzano: sono stati i giudici altoatesini a chiedere l’intervento della Consulta, per dichiarare incostituzionale la norma, laddove non contempli la possibilità di assegnare al figlio il cognome della madre invece di quello del padre, se i genitori sono d’accordo.

Questo, secondo il Tribunale di Bolzano, confligge con diversi articoli della Costituzione, tra i quali l’articolo 3, secondo cui «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali». Non dovrebbero dunque esserci differenze tra uomo e donna, eppure la scelta praticamente obbligata del cognome paterno suggerisce che non sia davvero così sul piano sostanziale.

Sul tema del cognome del padre ai figli, la Consulta si era già pronunciata nel 2016, quando aveva riconosciuto la possibilità di aggiungere anche il cognome della madre a quello del padre. Già quella sentenza – la numero 286 del 2016 – affermava come il sistema in vigore derivi da «una concezione patriarcale della famiglia e della potestà maritale, che non è più compatibile con il principio costituzionale della parità tra uomo e donna».

La sentenza del 2016 era una prima spallata all’imposizione automatica del cognome paterno, cui sarebbero dovuti seguire interventi legislativi volti a modificare la normativa in senso più paritario e meno discriminatorio. Il Parlamento, però, non è intervenuto con una riforma organica ispirata alla parità dei sessi e la normativa è rimasta la stessa.

I giudici costituzionali si interrogano sul principio stesso dell’accordo tra i genitori. «La Consulta – si legge su un comunicato diramato oggi dall’ufficio stampa della Corte – dubita che la piena parità dei genitori sia garantita da un accordo sulla scelta». Tant’è che quando l’accordo non c’è, si opta di regola per il cognome del padre. Secondo quale criterio?

I giudici altoatesini lamentano che la legge attualmente in vigore non permette di decidere di comune accordo di dare al figlio il cognome della madre. Ma il problema, spiega la Corte Costituzionale, è l’automatismo che si crea – in favore del cognome del padre – quando l’accordo non c’è.

«Qualora venisse accolta la prospettazione del Tribunale di Bolzano, in tutti i casi in cui manchi l’accordo dovrebbe essere ribadita la regola che impone l’acquisizione del solo cognome paterno – spiegano i giudici della Consulta -. E poiché si tratta dei casi verosimilmente più frequenti, verrebbe a essere così riconfermata la prevalenza del patronimico, la cui incompatibilità con il valore fondamentale dell’uguaglianza è stata riconosciuta, ormai da tempo, dalla stessa Corte, che ha più volte invitato il legislatore a intervenire».

Ecco perché la Consulta, con ordinanza, ha deciso di procedere a un esame ulteriore del tema, nel suo complesso, a partire dalle sollecitazioni dei giudici di Bolzano e andando anche oltre.

Solleva dunque avanti a se stessa la questione di legittimità costituzionale sull’attribuzione obbligatoria ai figli del cognome del padre, in mancanza di un accordo tra i genitori. Perché è lì che si nasconde il germe della disuguaglianza.



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