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Pratica rigettata: l’amministrazione deve invitare il cittadino a integrare la documentazione

9 febbraio 2014


Pratica rigettata: l’amministrazione deve invitare il cittadino a integrare la documentazione

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 febbraio 2014



Prima di rigettare l’istanza incompleta avanzata dal cittadino, la pubblica amministrazione deve invitarlo a integrare la documentazione.

Quando la pubblica amministrazione verifica che una pratica presentata da un cittadino è incompleta nella documentazione prodotta non può limitarsi a rigettare l’istanza, ma deve prima comunicare al cittadino l’eventuale irregolarità, invitandolo a integrare gli allegati. È quanto emerge da una sentenza della Cassazione di qualche giorno fa [1].

Gli Uffici pubblici sono tenuti alla lealtà e alla collaborazione con i cittadini; pertanto è illegittimo negare un aiuto con la giustificazione dell’istanza incompleta. Tutto il procedimento amministrativo deve, infatti, svolgersi nell’ottica della collaborazione con le esigenze della base. I burocrati, insomma, non possono limitarsi a fare i burocrati, ma devono collaborare con la cittadinanza. Tal principio di collaborazione [2] vale anche nei procedimenti aventi ad oggetto il riconoscimento di contributi, sussidi e finanziamenti pubblici.

Pertanto, l’amministrazione – nell’ipotesi di documentazione incompleta o erronea – ha l’obbligo di precisare quali documenti siano eventualmente carenti e di invitare l’interessato ad integrare quelli mancanti, e non può limitarsi a respingere la richiesta, a distanza di anni, affermando genericamente che la documentazione era incompleta.

Si tratta di una sentenza importante, non solo per le sue implicazioni giuridiche, ma anche e soprattutto per la “impostazione culturale” che vuole attribuire ai rapporti tra Stato e cittadini.

Se una legge pone a carico della pubblica amministrazione l’accertamento della regolarità della documentazione amministrativo-contabile a corredo di una pratica presentata dal cittadino, l’ente è sempre “obbligato” a rendere conto della propria verifica, nell’ambito del contraddittorio con il privato: ogni comportamento contrario tenuto dal burocrate è contrario alla legge (che impone il rispetto della “buona fede”) e consente al cittadino di rivolgersi al tribunale per ottenere tutela.

In definitiva, viene segnato un nuovo punto a favore di chi ritiene che l’attività della pubblica amministrazione deve svolgersi nel rispetto dei principi e delle disposizioni del Codice civile e, in generale, di quello della “buona fede”, anche interpretativa.

note

[1] Cass. sent. n. 2795/14.

[2] Enunciato dall’art. 7 della legge 7 agosto 1990 n. 241.

Autore immagine: 123rf.com

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