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Governo Draghi: troppi politici ma contano i tecnici

13 Febbraio 2021 | Autore:
Governo Draghi: troppi politici ma contano i tecnici

Il premier riserva ai suoi uomini di fiducia i ministeri più legati al Recovery plan e alla ripresa. E propone qualche sorpresa ai partiti.

Come in altri contesti, anche in questo è valido il vecchio principio secondo cui «conta di più la qualità che la quantità». Nel Governo presentato ieri sera da Mario Draghi stupisce il numero di ministeri riservati ai politici rispetto a quelli occupati dai tecnici. Si dava per scontato che ci sarebbe stato più equilibrio, almeno da un punto di vista numerico. Ma, a dimostrare che Draghi compie ogni sua scelta «con l’occhio lungo», cioè guardando avanti, è il fatto che ai «suoi» uomini ha riservato i dicasteri più delicati, ovvero quelli maggiormente legati del Recovery plan, la cui gestione è – insieme all’uscita dalla pandemia – il vero scopo di questo Governo.

Draghi ha scelto 15 politici e 8 tecnici. In totale, quindi, 23 ministeri tra cui si notano le assenze di quello dello Sport (la cui dicitura non accompagna più le Politiche giovanili) e quello degli Affari europei. E questa potrebbe essere la prima sorpresa di un Governo con dichiarato spirito europeista. A meno che gli «affari europei» preferisca gestirli Draghi in prima persona.

Per contro, ci sono tre nuovi ministeri, quello del Turismo, scorporato dai Beni culturali, quello per la Disabilità e quello invocato dal Movimento 5 Stelle, cioè il dicastero per la Transizione ecologica. Il primo è stato creato per rispondere alle esigenze di un settore martoriato dal Covid ed è stato affidato a un politico, il leghista Massimo Garavaglia. Ad un’altra leghista, Erika Stefani, il ministero per la Disabilità. Il secondo, quello della Transizione ecologica, a un tecnico, il fisico Roberto Cingolani. Il suo compito principale: gestire i 70 miliardi che, sui 209 totali del Recovery Fund, il nostro Paese dove investire per rivoluzionare trasporti ed energia per azzerare le emissioni di CO2 entro il 2050. A proposito: tra i pentastellati c’è già chi protesta perché non ritiene che il nuovo ministero rispetti le richieste del Movimento e quanto proposto sulla piattaforma Rousseau. «È ovvio che la realtà non corrisponde a quanto chiesto nel quesito», commenta sui social il senatore M5S Nicola Morra. «Mai ‘na gioia», insomma.

Oltre a quello per la Transizione ecologica, gli altri ministeri che Draghi ha voluto affidare a uomini e donne esterni alla politica sono cruciali. A partire da quello della Giustizia, che sarà guidato dall’ex presidente della Consulta, Marta Cartabia. A lei verrà affidato il compito di raccogliere i cocci della gestione Bonafede e di definire una riforma del settore attesa da tempo. Anche se, per ovvi motivi legati alla crisi, il tecnico più atteso era quello che doveva sedere sulla poltrona occupata fino a ieri da Roberto Gualtieri, cioè il ministro dell’Economia e delle Finanze. La scelta (data da giorni per scontata) è ricaduta su Daniele Franco, direttore generale di Bankitalia ed ex Ragioniere generale dello Stato. Con Draghi ha un rapporto personale stretto e di lunga data, quindi il premier conosce bene l’uomo che dovrà far quadrare i conti del Recovery e dei ristori.

Due tecnici anche in altrettanti comparti estremamente delicati in questo periodo come la scuola e l’università. La prima viene affidata a Patrizio Bianchi, già collaboratore della ministra uscente Lucia Azzolina. L’Università e la Ricerca, invece, saranno nelle mani di Maria Cristina Messa, prima donna rettore della Bicocca di Milano.

E poi c’è Vittorio Colao, il supermanager già a capo di Vodafone chiamato da Giuseppe Conte ad occuparsi della task force che avrebbe dovuto garantire la ricostruzione economica del Paese con un piano consegnato al Governo e rimasto in un cassetto. Colao torna ora a Palazzo Chigi da ministro dell’Innovazione e della Transizione digitale, altro dicastero «pesante» in un Paese che vuole fare il salto definitivo verso una connettività degna di questo nome. Non a caso, Draghi ha modificato il nome del ministero, che ora non è solo di innovazione tecnologica ma anche di transizione digitale.

Infine, le Infrastrutture ed i Trasporti, che passano dalle mani di Paola De Micheli a quelle di Enrico Giovannini, un economista che, tra le altre cose, è stato ministro del Lavoro al Governo di Enrico Letta e presidente dell’Istat.

La schiera dei tecnici si chiude con una conferma rispetto al precedente Governo, cioè quella di Luciana Lamorgese al ministero dell’Interno. Una scelta che Matteo Salvini ammette di non avere ancora mandato giù.

Come non è piaciuta al leader della Lega la riconferma di Roberto Speranza al ministero della Salute, per continuare il lavoro che ha già iniziato un anno fa nella lotta al Covid. Salvini, però, gongola per i tre ministeri affidati al Carroccio, quelli già citati del Turismo e della Disabilità e il dicastero dello Sviluppo economico, di cui diventa titolare Giancarlo Giorgetti, già sottosegretario nel Conte I. Giorgetti, però, sarebbe arrivato a quel ministero non su indicazione di Salvini ma per il suo stretto rapporto con Mario Draghi. C’è già chi avverte il capo della Lega: attenzione, perché se fa bene il suo lavoro può anche oscurare la tua leadership.

Se quello della Lega è un ritorno al Governo con il Movimento 5 Stelle, debutta in questa veste Forza Italia, che recupera tre ex ministri: Mariastella Gelmini (fu Istruzione) si occuperà degli Affari regionali al posto di Francesco Boccia, Mara Carfagna (fu Pari opportunità) che ora seguirà il Mezzogiorno e Renato Brunetta che riprende la Pubblica amministrazione.

Tre è il numero anche dei ministri del Partito Democratico. Nel Governo uscente ne aveva sette. Escono Boccia, Gualtieri, De Micheli, Provenzano (al suo posto Carfagna) e Amendola (il ministero degli Affari europei non c’è più). Entra Andrea Orlando, vicesegretario del partito e ora ministro del Lavoro. Poi, le conferme di Dario Franceschini ai Beni culturali e di Lorenzo Guerini alla Difesa.

Il Movimento 5 Stelle si accontenta volentieri dei quattro ministri che gli rimangono, rispetto ai nove che aveva prima. Soprattutto perché è stato confermato Luigi Di Maio agli Esteri: già questo è un motivo di gioia in casa M5S, oltre che in casa Di Maio. Resta Stefano Patuanelli, spostato però dallo Sviluppo economico all’Agricoltura. Resta al suo posto Federico D’Incà ai Rapporti con il Parlamento. E resta, infine, Fabiana Dadone, che trasloca dalla Pubblica amministrazione alle Politiche giovanili. Addio a Paola Pisano, Vincenzo Spadafora, Nunzia Catalfo, Lorenzo Fioramonti. Ma soprattutto addio a due dei ministri più criticati del Governo Conte, ovvero Alfonso Bonafede e Lucia Azzolina.

E Renzi? A Italia Viva, che ha provocato la crisi da cui è nato l’attuale Governo, va un solo ministero sui due che aveva prima. Teresa Bellanova dovrà accontentarsi di continuare a fare la capogruppo al Senato, mentre l’altra ministra dimissionaria, Elena Bonetti, torna alle Pari opportunità. Sfumata, dunque, l’ipotesi di rivedere a Palazzo Chigi Maria Elena Boschi.



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