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L’investigatore privato può controllare un dipendente?

14 Febbraio 2021
L’investigatore privato può controllare un dipendente?

Uso di agenzie investigative per controllare l’attività dei lavoratori fuori e dentro l’azienda o dopo l’orario di lavoro.

Lo Statuto dei lavoratori pone una serie di limiti ai controlli nei confronti dei dipendenti. Innanzitutto, l’articolo 2 vieta l’utilizzo delle guardie giurate se non per contestare ai dipendenti azioni o fatti attinenti alla tutela del patrimonio aziendale (ad esempio, furti). Poi, l’articolo 4 consente le riprese video solo per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale solo a patto che vi sia un accordo con i sindacati o, in mancanza, l’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro. 

Alla luce di ciò, ci si chiede se l’investigatore privato può controllare un dipendente. Quali poteri ha il datore di lavoro di far pedinare il lavoratore durante o dopo l’espletamento delle proprie attività? Cerchiamo di fare il punto della situazione. 

Il controllo durante l’attività lavorativa: le telecamere

È sempre lecito effettuare i cosiddetti «controlli difensivi»: sono quelli rivolti nei confronti dei dipendenti sospettati di commettere illeciti. Si pensi al cassiere che, non emettendo lo scontrino, si appropria dei contanti o al magazziniere che ruba la merce in deposito. Il datore di lavoro può utilizzare le telecamere per licenziare il dipendente anche se l’installazione delle stesse è avvenuta senza l’accordo con i sindacati e se la presenza dell’impianto di videosorveglianza non è segnalato con gli appositi cartelli.

Il controllo durante l’attività lavorativa: il personale interno

Il controllo durante l’attività lavorativa può essere eseguito poi a mezzo di personale interno, mai esterno. Non sarebbe quindi lecito far pedinare un dipendente da un agente investigativo mentre è in azienda, ma è consentito il controllo da parte del superiore gerarchico. Le guardie giurate possono verificare la presenza di furti e altri reati commessi ai danni del datore di lavoro.

Il controllo durante l’attività lavorativa: il finto cliente

La Cassazione [1] ha riconosciuto legittimo l’impiego, da parte del datore di lavoro, di finti clienti per verificare la correttezza dell’espletamento dei propri compiti da parte del dipendente o l’eventuale furto (si pensi all’appropriazione di denaro da parte del cassiere). Il finto cliente, però, deve limitarsi a fare ciò che un normale cliente fa: chiedere la merce, presentarsi alla cassa e pagare constatando l’eventuale mancata registrazione della somma da parte del cassiere. In pratica, il detective può controllare – come chiunque altro, del resto, potrebbe fare – se il dipendente emette lo scontrino o meno.

Il controllo dopo l’attività lavorativa: l’agenzia investigativa

Al termine del proprio turno di lavoro, ossia da quando il dipendente valica i cancelli dell’azienda per ritornare alle proprie attività personali, è sempre possibile il controllo con investigatori privati.

Le ultime sentenze hanno sdoganato la possibilità, per il datore di lavoro, di espletare l’attività di controllo tramite agenzie investigative quando vi siano sospetti circa il comportamento del lavoratore [2]; tale controllo è finalizzato ad accertare le mancanze dei dipendenti già commesse o in corso di esecuzione. 

Per giustificare l’intervento degli investigatori, pertanto, è sufficiente il sospetto o la mera ipotesi che l’illecito, da parte del lavoratore, sia in corso di esecuzione [3]. Tale controllo, che può essere anche occulto, è legittimo a condizione che non abbia ad oggetto un mero inadempimento del lavoratore ma sia relativo ad illeciti del lavoratore che incidono sul patrimonio aziendale [4].

In altri termini, i controlli del datore di lavoro, anche a mezzo di agenzia investigativa, sono legittimi ove siano finalizzati a verificare comportamenti del lavoratore che possano configurare ipotesi penalmente rilevanti od integrare attività fraudolente, fonti di danno per il datore medesimo. Si pensi al dipendente che si finge malato e che invece esce di casa per svolgere un’altra attività lavorativa o a quello che fruisce dei permessi previsti dalla legge 104/1992 per assistere un familiare disabile quando invece svolge attività ludica o per finalità personale; si pensi ancora al lavoratore che, dopo aver timbrato il badge, esce dal luogo di lavoro.

I controlli con gli investigatori non possono, invece, avere ad oggetto l’adempimento/inadempimento della prestazione lavorativa.  

Secondo la Cassazione [5], il pedinamento del dipendente può protrarsi anche a lungo, se ciò è necessario per verificare l’esistenza di illeciti, finanche a più di due settimane. Ci si trova di fronte a «un’attività investigativa svolta da un’agenzia privata e connessa ad una specifica indagine su pretese violazioni del dipendente in relazione a compiti esterni fuori sede, indagine che ricade nella figura del controllo difensivo da parte del datore di lavoro in una sfera eccedente i luoghi di lavoro». Ciò significa che non si può parlare di violazione della privacy del lavoratore o di eccessiva «invasività dei controlli dal punto di vista meramente quantitativo (i giorni del pedinamento)».


note

[1] Cass. sent. n. 7776/1996; Cass. sent. n. 9749/16 del 12.05.2016.

[2] Cass. sent. n. 20440/2015, n. 3630/2017.

[3] Cass. sent. n. 3590/2011, n. 15094/2018.

[4] Cass. sent. n. 8388/2002, n. 25674/2014, n. 6174/2019.

[5] Cass. sent. n. 17723/17 del 18.07.2017.

Autore immagine: depositphotos.com


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