Diritto e Fisco | Editoriale

Segnalati su World Check: un archivio con la storia di tutti. Altro che banche…

9 febbraio 2014 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 febbraio 2014



Siamo tutti segnalati, schedati e memorizzati in archivi conservati da società estere che, poi, vendono tali informazioni a banche ed altri soggetti privati per valutare il rischio commerciale.

Gli italiani si preoccupano di subìre una segnalazione in Crif, CAI, sul casellario giudiziario, alla Camera di Commercio o su altre centrali rischi. Ma c’è un rischio maggiore e meno controllabile. Si tratta di un database mondiale, che raccoglie le informazioni sullo “storico” di ogni cittadino e dal quale non si viene cancellati, neanche dopo il decorso di molto tempo. Questo archivio si chiama World-Check, è una società che ha sede in Gran Bretagna e sembra ormai diventata il nuovo “Grande Fratello”.

Formalmente, World-Check è quella che si definisce una società di “due-intelligence”, una ditta cioè specializzata nell’analizzare i rischi degli imprenditori in caso di business. Rischi che possono derivare dal “compromettersi” in affari con persone poco raccomandabili, ossia con precedenti penali. E, per rendere ciò possibile, è necessario conservare traccia di ogni singolo episodio della storia di ciascun individuo che ha avuto problemi (anche minimi) con la giustizia: a prescindere dal fatto, poi, che tali problemi si siano risolti con sentenze di assoluzione o, addirittura, non siano neanche sfociati in un vero e proprio processo.

 

World Check è questo: un enorme contenitore di notizie, raccolte da “investigatori privati”, un po’ ovunque (su giornali, web, atti ufficiali di procure, questure, ecc.), poi ordinate in base al nome dell’interessato e lasciate lì giacere per tempo immemore. Così, mentre voi conducete le vostre tranquille vite, credendo di aver sepolto ogni problema con la cancellazione dalle banche dati nazionali, all’estero c’è chi vi spia.

Sembra fantascienza, e invece non è così. Chi ha visto come è composto l’archivio lo può testimoniare.

Immaginate di avere un hard disk ordinato con milioni di cartellette, ognuna denominata col nome di una persona. E dentro queste cartelle ci sono i loro “scheletri nell’armadio”, anche quelli non più reperibili altrove (magari perché le banche dati sono state aggiornate per le nostre stringenti leggi sulla privacy). Così World-Check si candida ad essere l’archivio più ambito per chi fa affari; perché, dietro pagamento di cifre modiche, si possono conoscere circostanze che dal casellario giudiziario o da altri elenchi pubblici non sono più reperibili. Dietro pagamento. Sì, perché World-Check è una banca dati gestita da private e destinata a privati: in altre parole, il più grosso business che si possa fare con la privacy della gente.

Il diritto all’oblio è calpestato? Chi se ne frega. In ballo ci sono milioni di euro. Provate, infatti, ad indovinare chi sono i principali utilizzatori di questo sistema? Ovviamente le banche. I nostri istituti di credito, quelli a cui voi quotidianamente vi rivolgete, hanno delle vere e proprie “convenzioni” con World-Check. Così si spiega perché un mutuo, un affidamento o qualsiasi altro prestito a volte venga inspiegabilmente respinto solo sulla base di un’analisi di affidabilità del soggetto. Analisi, evidentemente, effettuata su tali archivi segreti.

Ma World-Check non è la sola. Se avete il sospetto di essere stati “segnalati” in una di tali banche dati, sappiate che il vostro nome potrebbe essere raccolto anche in altri archivi. Ce n’è uno, per esempio, con sede a Lugano, che è proprio specializzato sul territorio italiano e si chiama SGR. Si, se non lo aveste ancora capito, siamo tutti schedati: SGR,World-Check e le altre società di due intelligence controllano ogni italiano.

Ma tutto questo è legale?

Le società di due intelligence raccolgono i dati all’interno del nostro territorio: l’attività è lecita proprio perché non avviene in Italia, ma il trattamento e la conservazione dei dati, qualora dovesse avvenire all’interno del nostro Paese, soggiacerebbe alla normativa sulla privacy [1]. Sarebbe per ciò necessaria un’autorizzazione del Garante della privacy quando si ha a che fare con dati sensibili; nello stesso tempo, ogni cittadino avrebbe il diritto di accesso alla banca dati e di richiederne la cancellazione.

Viceversa, se i database si trovano fuori dal territorio italiano o europeo (la legge nazionale sulla privacy è infatti attuazione di una normativa comunitaria [2]) non sono soggetti a tale regolamentazione. In altre parole, si fa leva sulla diversità di legislazioni per poter scampare agli obblighi delle leggi nazionali.

Porre il data base all’estero e lì vendere i dati consente di dribblare la normativa (segnatamente quella sulla privacy). Infatti, in tali casi non si applica la legge italiana, ma quella del luogo ove viene concluso il contratto, ossia ove il proponente (il venditore) ha notizia dell’offerta di acquisto e l’accetta, dando esecuzione al contratto (in altre parole, la sede operativa della società venditrice).

In questo modo, quali diritti si violano?

L’acquisizione dei dati in banche dati estere implica la violazione di una serie di normative garantistiche per il cittadino:

a) il diritto all’oblio (di elaborazione giurisprudenziale). Grazie a tali banche dati, chiunque può conoscere la “fedina penale” del soggetto interessato, anche dopo molto tempo, in barba al diritto alla “non menzione sul casellario giudiziario” o al “diritto ad essere dimenticati” (cosiddetto diritto all’oblio) dopo aver scontato il proprio debito con la società;

b) il diritto all’identità personale (previsto dal codice civile). L’acquisizione non certificata e controllata dei dati non garantisce la correttezza degli stessi e il loro aggiornamento. In altre parole potrebbe capitare che venga memorizzata la notizia delle indagini e dell’avviso di garanzia inviato a un soggetto, ma non anche quella della successiva sentenza di assoluzione. Chi ci garantisce che le informazioni vengano costantemente aggiornate? Come possiamo controllare che le stesse siano veritiere?

c) il diritto di ogni cittadino all’accesso e controllo delle banche dati, nonché il diritto a richiedere la cancellazione dei dati. Tali diritti sono concessi dalla normativa sulla privacy;

d) la sicurezza sulla conservazione dei dati. Chi ci assicura che tali dati non finiscano in mani sbagliate? Ben potrebbe essere che un attacco hacker li riesca a prelevare e poi a utilizzarli in modo distorto (è successo anche a Facebook di recente).

 

note

[1] L. 196/2003.

[2] Direttiva comunitaria 95/46/CE e della direttiva 2002/58/CE.

Autore immagine: 123rf.com

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