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Cosa vuol dire andare in default?

15 Febbraio 2021
Cosa vuol dire andare in default?

Stato di decozione e debiti deteriorati con la banca: le conseguenze della dichiarazione di fallimento, la segnalazione alla Centrale Rischi e alla Crif. 

Anche se, alla lettera, la parola «default» significa «fallimento», nel linguaggio economico-giuridico essa assume un significato più ampio. 

È noto che il concetto di “fallimento” è legato unicamente all’imprenditore commerciale che possegga determinati requisiti dimensionali e un’esposizione debitoria superiore a 30mila euro. In tali circostanze, l’impresa viene liquidata dal tribunale attraverso una procedura speciale affinché il ricavato – sotto il controllo di un curatore fallimentare – venga destinato a pagare i creditori rimasti insoddisfatti (dipendenti, banche e finanziarie, fornitori, ecc.). 

Tuttavia, il concetto di default, per come applicato dalle banche, è molto più esteso e coinvolge non solo i privati ma anche i debiti di piccoli importi. Quali sono le conseguenze giuridiche in caso di classificazione di un debitore «in default»? Cosa vuol dire andare in default? L’argomento è stato oggetto di una recente riforma. Difatti, il nuovo regolamento introdotto dall’Eba (European Banking Authority) ha introdotto criteri più stringenti per i debiti dei correntisti, andando a ridefinire appunto il concetto di default e, di fatto, assegnando ad esso una nozione molto più ampia. Come vedremo infatti a breve, diventa molto più facile essere considerato “un correntista in default” per chi ha un conto corrente in rosso. Per evitare di rischiare di farsi bloccare il conto conviene monitorare e razionalizzare accuratamente le spese e verificare quando arrivano i vari addebiti, come la carta di credito o la rata del mutuo. 

Ma procediamo con ordine e vediamo innanzitutto cosa vuol dire andare in default.

Cosa vuol dire andare in default per lo Stato

Come abbiamo anticipato, esistono due concetti di default ossia di “fallimento”: uno più prettamente giuridico che riguarda i rapporti tra l’imprenditore e lo Stato; un altro, più propriamente “commerciale”, che riguarda il privato o l’imprenditore e le banche.

Cosa significa fallito

Per lo Stato, l’imprenditore si considera fallito – e quindi viene sottoposto alla procedura sulla crisi dell’imprese e alla liquidazione dell’azienda (secondo le nuove regole fissate dal cosiddetto «Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza») – solo a patto che sussistano le seguenti condizioni:

  • stato di insolvenza, ossia «impossibilità di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni». Si pensi all’imprenditore che, per pagare i creditori, inizia a vendere i beni dell’azienda. Lo stato di insolvenza prescinde dal numero dei creditori: pertanto, è possibile che anche un solo inadempimento possa essere indice di tale situazione oggettiva;
  • attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo superiore a 300.000 euro, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o, comunque, dall’inizio dell’attività, se di durata inferiore. Tale soglia deve essere superata anche in uno solo dei tre esercizi di riferimento o del minor periodo: è sufficiente il superamento della soglia relativamente a un solo esercizio per integrare il requisito della fallibilità;
  • ammontare complessivo dei debiti superiore a 500.000 euro per come riportati in bilancio. In tale ammontare, devono essere inclusi anche i debiti non scaduti e quelli non definitivamente accertati con efficacia di giudicato. Non è specificato, diversamente dalle altre due soglie, l’arco temporale o il momento a cui riferire questo indebitamento;
  • dimostrazione dell’esistenza di debiti in misura superiore ai 30.000 euro: spetta al debitore, per potersi sottrarre al fallimento, l’onere di provare che l’ammontare dei debiti non supera la soglia.

Le conseguenze per chi viene dichiarato fallito

Chi risponde ai predetti requisiti può essere dichiarato fallito dal tribunale. La dichiarazione di fallimento può avvenire su ricorso di un creditore (ipotesi più frequente), dell’Agente per la Riscossione esattoriale, dello stesso imprenditore (il cosiddetto deposito delle scritture contabili in tribunale). Nulla esclude però che, pur in presenza delle suddette condizioni, in assenza di una specifica istanza di fallimento, l’imprenditore possa proseguire la propria attività senza essere dichiarato fallito.

Una volta depositato il ricorso per la dichiarazione di fallimento, il tribunale nomina un giudice delegato al fallimento e un curatore fallimentare con il compito di liquidare le attività dell’azienda e procedere alla ripartizione del ricavato tra i creditori secondo le eventuali cause di prelazione.

Cosa vuol dire andare in default per le banche

Vediamo ora cosa significa default nei rapporti con gli intermediari finanziari. Si tratta, come detto, di un concetto più economico e commerciale, al quale però sono collegati degli effetti di tipo giuridico.

Quando si viene dichiarati in default

Dal 1° gennaio 2021, è entrata in vigore la nuova definizione di default prevista dal Regolamento europeo relativo ai requisiti per gli enti creditizi e le imprese di investimento [1] dell’Eba (European Banking Authority).

In questo caso, la definizione di default non ha nulla a che vedere con il concetto di “fallimento” previsto dalla legge italiana e riguarda il modo con cui le singole banche e gli intermediari finanziari devono classificare i clienti a fini prudenziali.

La nuova definizione di default prevede che i debitori siano classificati come deteriorati (default) quando lo sconfinamento sul conto supera due soglie: 

  • una soglia assoluta ossia:
    • 100 euro nel caso di privati e piccole medie imprese;
    • 500 euro per le imprese;
  • una soglia relativa ossia: l’1% dell’esposizione complessiva verso una controparte. 

Superate entrambe le soglie, la banca dà al cliente 90 giorni di tempo (o 180 in alcuni casi, per esempio per le amministrazioni pubbliche) per ripianare il debito. Scaduto tale lasso di tempo, il debitore è classificato in stato di default.

Le conseguenze per chi viene dichiarato in default

Le conseguenze sono che, per chi si trova in questa condizione, gli addebiti automatici potrebbero non essere più consentiti sui conti correnti fino a che non verranno coperti da liquidità sufficiente, con il conseguente blocco dei pagamenti di utenze, stipendi e carte di credito.

Nulla esclude che la banca possa continuare a consentire, al proprio cliente, di utilizzare il conto corrente benché sconfinato, ma si tratta di una scelta discrezionale della banca stessa.

Se poi lo stato di default consegue a un’effettiva crisi finanziaria e non a un semplice ritardo, facilmente sanabile, le conseguenze sono ulteriori e più gravi. Il correntista viene segnalato alla Centrale Rischi Interbancaria e, di lì, alla Crif. Da ciò consegue il divieto ad emettere assegni, ad aprire altri conti correnti e l’impossibilità ad ottenere finanziamenti e mutui.


note

[1] Art. 178 del Reg. Ue n. 575/2013.

Autore immagine: depositphotos.com


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