Nuovi avvocati «specialisti»: cosa non funziona

15 Febbraio 2021 | Autore:
Nuovi avvocati «specialisti»: cosa non funziona

Molti Coa hanno presentato ricorsi al Tar contro il regolamento: così riforma bloccata e stop ai corsi. Le associazioni: «dare più valore all’esperienza».

Rischia di abortire prima di nascere la riforma delle specializzazioni forensi stabilita nel nuovo “Regolamento di avvocato specialista” adottato subito dopo Natale [1]: lo stop arriva per via giudiziaria perché alcuni Consigli dell’Ordine degli Avvocati – tra cui quelli di Roma, Napoli, Palermo, Frosinone, Civitavecchia, Cassino, Velletri, Viterbo – hanno presentato ricorsi d’urgenza al Tar Lazio per bloccare l’entrata in vigore delle nuove norme.

Le doglianze espresse dagli Ordini si concentrano soprattutto sulle modalità di tenuta degli elenchi degli avvocati specialisti (il Regolamento ha facilitato l’accesso alla qualifica riducendo i requisiti necessari) e sulle convenzioni per far partire i corsi di specializzazione.

I ricorsi pendenti al Tar ora bloccano l’adozione degli atti amministrativi da parte del ministero della Giustizia e del Cnf, il Consiglio Nazionale Forense, che avrebbero dovuto istituire le commissioni per valutare le domande di specializzazione presentate dagli iscritti e per predisporre i contenuti dei corsi formativi degli specializzandi. Così, in assenza di queste norme attuative, rischiano lo stop i corsi per il conseguimento del titolo di avvocato specialista che avrebbero dovuto prendere il via nei prossimi mesi.

Ma sul punto si registrano anche le proteste pubbliche delle principali associazioni di categoria: come riporta oggi Il Sole 24 Ore, i presidenti di Agi, Aiaf, Uncat, Unione camere penali e Unione camere civili hanno fatto sentire all’unisono la loro voce, criticando il metodo di formazione adottato, che è ritenuto troppo accademico e troppo poco basato, invece, sulla effettiva pratica professionale necessaria per potersi definire specialisti ed ottenere la relativa qualifica.

«C’è una diffusa ostilità verso le specializzazioni in sé, come se fosse possibile restare ancorati a un modello generalista e onnisciente, superato dalla realtà. La mancanza di leale collaborazione fra le componenti forensi mette a rischio un punto fondamentale, condiviso da tutta l’avvocatura: la specializzazione e le scuole di alta formazione devono essere soprattutto forensi, cioè basate sull’esperienza e sull’esercizio della professione, non sull’Accademia, la cui missione è di formare giuristi, non avvocati», spiega Aldo Bottini, presidente di Agi, l’associazione dei giuslavoristi.

«Non abbiamo alcun interesse a bloccare la riforma – precisa il presidente del Coa di Roma, Antonino Galletti – ma cerchiamo di evitare che sia un’ulteriore occasione persa per l’avvocatura. Siamo pronti a discutere su come modificare il regolamento. A quel punto, potremo ritirare il ricorso».

Anche i commercialisti sono sul piede di guerra per il medesimo tema delle specializzazioni: fallito il tentativo di approvarle inserendole nel decreto legge “Milleproroghe”, rimane indefinito il percorso verso l’istituzione di sezioni specializzate nell’Albo. Anche qui i dissensi riguardano il modo di conseguimento della specializzazione: se per esperienza maturata, ad esempio prevedendo un limite minimo di otto anni di esercizio della professione, oppure attraverso i corsi tenuti dalle scuole di alta formazione convenzionate con gli Ordini.

«Le specializzazioni non devono rappresentare una barriera d’ingresso alla professione, con troppi anni di esperienza richiesta e costi eccessivi, fino a 2mila euro, per i corsi abilitanti», dichiara Matteo De Lise, presidente dell’Unione nazionale giovani commercialisti (Ungdcec), che puntualizza: «Credo che il futuro sia nelle specializzazioni», ma occorrerebbe disciplinarle, anziché con regolamenti ministeriali, mediante «vere e proprie riserve di legge».

La presidente del sindacato nazionale Adc, Maria Pia Nucera, chiede invece elenchi specialistici «da creare anche valorizzando di più l’esperienza sul campo, solo per le attività innovative, non caratteristiche della professione»: dunque senza obbligo di formazione specifica per chi già si occupa delle attività tipiche della professione di commercialista, come la materia fiscale e la redazione dei bilanci, «mentre per altre materie come la responsabilità 231 o la crisi di impresa la specializzazione può essere un titolo spendibile».


note

[1] Decreto Ministro della Giustizia n. 163/2020, che ha modificato il D.M. n. 144/2015.


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