Cronaca | News

Covid e terapie intensive: le regioni più in crisi

15 Febbraio 2021
Covid e terapie intensive: le regioni più in crisi

In alcuni territori, è stata superata la cosiddetta soglia critica, cioè l’occupazione di oltre il 30% dei posti letto.

La regione più in affanno d’Italia, in questo momento, nella gestione dei pazienti Covid, è l’Umbria. Qui è stata ampiamente oltrepassata la cosiddetta «soglia critica», indicata dal ministero della Salute nel 30% dei posti letto occupati in terapia intensiva. Superare questo valore vuol dire andare verso un livello di pressione sul sistema sanitario locale difficilmente sostenibile.

In Umbria, che è considerata regione ad alto rischio ormai da diverse settimane, è attualmente occupato il 60% dei posti letto delle terapie intensive. Lo confermano i dati dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), divulgati nel pomeriggio e aggiornati a ieri sera.

Sono quattro, in totale, i territori italiani, tra regioni e province autonome, dove è stata abbondantemente superata la soglia critica. In Alto Adige (Bolzano), è occupato il 40% dei posti letto di terapia intensiva, in Friuli Venezia Giulia il 35%, nelle Marche il 34%. Il dato nazionale medio si attesta sul 24%, dunque si è vicini al livello di guardia.

In alcuni casi, la soglia critica si sfiora. Per esempio, il tasso di occupazione dei posti letto in terapia intensiva è sceso nella provincia autonoma di Trento ma è al 29%. Stesso dato in Liguria e Lombardia. L’Abruzzo è stabile al 28%, idem la Puglia. Il Lazio è appena al di sotto di queste due, con il suo 27%. Meglio l’Emilia Romagna, il Molise e la Toscana, ferme al 23% e a seguire il Piemonte (22%) e la Sicilia (20%). Dopodiché, tutte le altre regioni hanno valori inferiori.

A preoccupare gli esperti, in primis l’Istituto superiore di sanità (Iss), la diffusione della variante inglese, che si sta facendo largo in Italia e in Europa. Nel nostro Paese, in particolare, l’incidenza sfiora il 20%. Un caso su cinque sarebbe di variante inglese, secondo l’indagine lampo eseguita nei giorni scorsi proprio dall’Iss (per approfondire leggi qui: Covid: quasi un caso su cinque è di variante inglese). Dati che allarmano, perché questo tipo di mutazione rende il Coronavirus più contagioso.

«La diffusione di varianti a maggiore trasmissibilità può avere un impatto rilevante se non vengono adottate misure di mitigazione adeguate – hanno scritto gli esperti dell’Iss nella loro relazione tecnica sull’indagine riguardante la mutazione -. Considerata la circolazione nelle diverse aree del Paese si raccomanda di intervenire al fine di contenere e rallentare la diffusione della variante britannica rafforzando/innalzando le misure in tutto il Paese e modulandole ulteriormente laddove più elevata è la circolazione, inibendo in ogni caso ulteriori rilasci delle attuali misure in atto».

La variante inglese, si legge sul documento stilato da Iss e ministero della Salute, «è diffusa nell’88% delle Regioni partecipanti allo studio con percentuali rispetto ai casi totali che vanno fino al 59% in alcune aree».

Il problema, sostengono gli scienziati stessi, è che la situazione non può che peggiorare, in termini di diffusione. «Considerata la maggior trasmissibilità della variante inglese di Sars-CoV-2, e considerato l’andamento in altri Paesi interessati precocemente dalla diffusione della Voc 202012/0 stessa, è prevedibile che questa nelle prossime settimane diventi dominante nello scenario italiano ed europeo».



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