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Gestione di anziani in famiglia: che fare?

21 Febbraio 2021
Gestione di anziani in famiglia: che fare?

Dall’obbligo di assistenza per i figli ai benefici della legge 104, dalla badante all’amministratore di sostegno.  

Che fare se ci sono genitori anziani in famiglia? Come deve avvenire la gestione di chi, per via dell’età, non è più in grado di attendere ai bisogni della vita quotidiana? Il tema è sempre più comune. L’Italia invecchia. Si fanno sempre meno figli. Secondo l’Istat, nei prossimi 40 anni, la popolazione dovrebbe diminuire di oltre 7 milioni. L’età media aumenterà dagli attuali 44 anni a 50 anni. Oggi, in Italia, le persone che con oltre 65 anni sono circa un quarto della popolazione, nel 2050, saranno ben un terzo.

Cosa significa tutto questo nella pratica?  Una maggiore spesa in sanità e servizi socio assistenziali. Detto in parole semplici: saremo più poveri e staremo peggio. 

Se non saremo noi ad aver bisogno di cure e assistenza, saranno i nostri genitori. Ed a meno di non volerli abbandonare nelle case di riposo, cosa che peraltro richiede anche un certo sacrificio economico, dovremo farcene carico noi, chi con piacere e chi controvoglia. Ed allora è bene sapere cosa ci riserva il futuro e quali sono gli obblighi previsti dalla legge. 

Ho pensato allora che può certamente essere utile a tutti sapere come si gestiscono gli anziani in famiglia. 

Esiste l’obbligo di assistere i genitori?

Vediamo cosa dice il Codice Civile in merito all’obbligo di prendersi cura dei propri genitori. Se è vero che madre e padre devono badare alle necessità economiche ed abitative dei figli finché questi non diventano indipendenti, non esiste un simile obbligo in senso inverso. 

Onora il padre e la madre è solo nei comandamenti del cristianesimo ma non è scritto nella nostra legge. Con una sola eccezione: quando i genitori sono così malati e privi di autosufficienza da essere a serio rischio di sopravvivenza, è obbligo dei figli versare loro gli alimenti. Cosa sono gli alimenti la legge non lo dice ma secondo i giudici si tratta dello stretto indispensabile per vivere: quindi il cibo, le medicine, la casa. Il tutto ovviamente in proporzione alle capacità di ciascun figlio. Chi si può permettere di più darà di più; chi si può permettere di meno darà di meno; chi non si può permettere nulla non contribuirà. Una cosa è certa: se un figlio non versa gli alimenti ai genitori, potranno fargli causa solo questi ultimi e non i fratelli.

L’assistenza in casa

La legge 104 del 1992 prevede una serie di benefici per chi ha un’invalidità riconosciuta da un’apposita commissione medica nominata dall’Inps. Ad esempio, è possibile garantire al familiare che si occupa dell’anziano 3 giorni al mese di permesso retribuito dal lavoro. Nei casi più seri, quando non solo c’è un’invalidità al 100% ma anche un’incapacità totale a camminare o a gestire i propri bisogni della vita quotidiana c’è la possibilità di chiedere il cosiddetto “assegno o indennità di accompagnamento”, un contributo a carico dello Stato con cui si potrà pagare una badante, anche se ad assistere il genitore è un figlio.

Negli altri casi, a pagare la badante dovranno essere gli interessati stessi con la loro pensione. Si parla di cifre a volte enormi: almeno 1.200-1.300 euro al mese, più i contributi e le spese in caso di assistenza giornaliera.

Per gli anziani che vivono all’interno di caseggiati nelle città di medie e grandi dimensioni, però, la condivisione di servizi e, più in generale, dell’aiuto di cui hanno bisogno può avvenire anche a livello di condominio. Si è pensato quindi a istituire la figura della badante del condominio che presta assistenza a tutti gli anziani presenti nello stesso stabile. In questo modo, si può risparmiare sul prezzo. Si tratta di una figura scelta di comune accordo tra i condomini: un soggetto privato, quindi, non fornito dallo Stato. 

La persona selezionata non è assunta dall’amministrazione del condominio, bensì pro-quota dalle famiglie con singoli contratti di assunzione. Occhio quindi a rispettare gli obblighi per quel che riguarda stipendio, contributi e ferie.

L’amministratore di sostegno

Perché fare da soli se si può essere aiutati? E soprattutto se a sostenerci è un nostro caro? Così si potrebbe riassumere la logica della legge che dal 2004 ha introdotto in Italia la figura dell’amministratore di sostegno, in genere un familiare che assiste i bisogni di una persona non più autosufficiente quando è in difficoltà per motivi di salute.

Se c’è una rete familiare adeguata, insomma se la persona fragile può essere aiutata dai suoi cari, la legge indica proprio in un parente il miglior candidato ad assumere il ruolo di amministratore di sostegno. Ci sono, infatti, compiti che possono assolvere serenamente figli, genitori o altri congiunti, per esempio se si tratta di firmare il consenso informato per indagini mediche, per un ricovero in una struttura o per un intervento. In teoria, potrebbe fare l’amministratore di sostegno anche un amico di famiglia.

Quando, invece, c’è un patrimonio immobiliare da gestire oppure ci sono aziende o titoli importanti, quindi quando il carico e la responsabilità per il parente iniziano a essere gravosi, può essere utile l’aiuto esterno di un professionista preparato, come un avvocato, un commercialista o un notaio.

Non tutte le situazioni di fragilità comportano la nomina automatica di un amministratore di sostegno. Questa figura serve a tutte le persone che si trovano in gravi condizioni di salute psicofisica e che non possono provvedere ai propri interessi, ma hanno bisogno di essere rappresentate per compiere “atti giuridicamente rilevanti”. Si tratta di solito di soggetti con ritardo mentale o con gravi patologie psichiatriche, che impediscono la gestione dei principali bisogni personali. Molto spesso anche di anziani, fragili o con forme di demenza. 

Ci sono altri casi in cui persone, seppure in grado di esprimere la propria volontà, considerano più sicuro, anche solo per un periodo di tempo limitato, chiedere aiuto a qualcuno in grado di rappresentarle e tutelarle per realizzare i propri interessi. 

La procedura è molto informale, non c’è particolare burocrazia, serve solo una richiesta iniziale (un “ricorso”) con cui ci si rivolge al tribunale, nello specifico al giudice tutelare del luogo in cui risiede la persona da aiutare. Della richiesta di nomina devono essere informati i parenti più stretti e i conoscenti, che potrebbero presentare, eventualmente, ragioni a sostegno o contro l’iniziativa. 

Dopo la richiesta iniziale sarà sufficiente, una volta all’anno, relazionare il giudice sul proprio operato, descrivendo le condizioni di vita del beneficiario e documentando le principali spese, depositando in tribunale il cosiddetto “rendiconto annuale”. Le formalità sono poche: dopo la presentazione del ricorso, c’è solo un incontro (udienza) durante il quale il giudice incontrerà di persona sia il beneficiario sia la persona che ha presentato il ricorso. Il giudice farà domande per appurare le condizioni della persona fragile e per verificare che abbia bisogno davvero di aiuto. Infine, l’amministratore di sostegno, una volta nominato, presterà il giuramento di rito.



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