Credito d’imposta: per l’uso indebito si rischia il carcere

17 Febbraio 2021 | Autore:
Credito d’imposta: per l’uso indebito si rischia il carcere

Al termine di un controllo fiscale, si può essere segnalati in Procura per un credito inesistente o per un credito non spettante.

Può scattare il penale per l’indebita compensazione di un credito d’imposta. E non solo per le imprese ma anche per i privati, considerando che si parla di uno strumento al quale si fa sempre più ricorso grazie agli incentivi introdotti dalla normativa recente. A nulla serve che il credito sia non spettante o inesistente: in caso di irregolarità, oltre alle sanzioni o all’iscrizione straordinaria a ruolo, si può configurare il reato per la compensazione indebita superiore a 50mila euro. Si rischia il carcere da sei mesi a due anni in caso di credito non spettante, mentre per il credito inesistente la pena va da 18 mesi a sei anni di reclusione. L’unica ancora di salvataggio riguarda il credito non spettante: non si viene puniti se prima che parta il dibattimento di primo grado, il contribuente estingue completamente il debito, compreso di sanzioni e interessi.

Come spiega questa mattina Il Sole 24 Ore, una volta finito il controllo fiscale, se ci sono delle contestazioni di crediti indebitamente compensati superiori a 50mila euro, chi ha effettuato la verifica inoltra notizia di reato alla competente Procura. Tuttavia, per individuare la fattispecie penale, i verificatori (ma anche i giudici) fanno riferimento alla classificazione prevista ai fini tributari come interpretata dai funzionari. In questo modo, ritengono non spettante il credito la cui indebita fruizione sia individuabile attraverso la liquidazione della dichiarazione ovvero il controllo formale, mentre ritengono sussistente l’inesistenza negli altri casi.

Va precisato che il reato di compensazione di credito inesistente presuppone secondo la legge la volontà e la coscienza di compiere un illecito, vale a dire la condotta dolosa. Ma prendendo alla lettera la definizione della norma fiscale, possono essere perseguite penalmente con la reclusione da 18 mesi a 6 anni le contestazioni non individuabili con la liquidazione o il controllo formale. In proposito, il quotidiano di Confindustria cita come esempio il caso in cui, in sede di controlli in azienda per un credito di imposta ricerca e sviluppo, non venga contestata l’effettuazione dell’investimento ma la tipologia della spesa ritenuta da chi effettua i controlli non beneficiabile per le più svariate questioni tecniche. Così facendo, l’interessato è costretto ad affrontare un procedimento penale per aver compensato indebitamente un credito ritenuto inesistente, nonostante le perizie e le attestazioni che società specializzate e professionisti abilitati avranno rilasciato a monte.

In attesa che la Sezione tributaria della Cassazione chiarisca in modo definitivo la questione, la normativa in vigore individua il credito inesistente quando ci sono contemporaneamente queste due condizioni: la mancanza in tutto o in parte del presupposto costitutivo del credito e la non riscontrabilità di questa irregolarità in sede di controllo automatizzato. Significa che quando la violazione può essere riscontrata dalla semplice visione della documentazione esibita dal contribuente in sede di invito, la sanzione irrogabile sarà quella del 30% e i termini di decadenza saranno quelli ordinari. Per poter ravvisare il credito inesistente occorre dunque una attività frodatoria del contribuente che si sia risolta, ad esempio, nella falsificazione dei documenti di supporto.

Come detto all’inizio, la diffusione dello strumento del credito d’imposta non solo tra aziende ma anche tra i privati rischia di allargare questo rischio a macchia d’olio nei prossimi mesi poiché, come sempre succede, ogni beneficio concesso ai contribuenti comporta inevitabilmente dei controlli da parte del Fisco.



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