Fingersi single sui social comporta addebito di separazione

17 Febbraio 2021 | Autore:
Fingersi single sui social comporta addebito di separazione

Tradisce i principi di lealtà e fiducia anche chi non consuma un rapporto extraconiugale ma si rende disponibile su Facebook.

Sei sposato? Hai ancora una moglie? Sappi che creare un tuo profilo sui social network in cui sostieni che sei single e che ti piacciono le donne può costarti molto caro. In termini economici, oltre che sentimentali. Lo stesso vale per le donne, naturalmente: nascondere un marito nell’armadio e dire agli utenti di Facebook o di Instagram che non è mai esistito o che non esiste più, può far passare qualche guaio molto serio.

Se n’è occupato il tribunale di Palmi, che ha appena depositato una sentenza [1] dai contorni estremamente chiari: chi vuole fare troppo il brillante sui social nascondendo il proprio matrimonio per tentare di «cuccare» online, rischia non solo di fare una pessima figura nel momento in cui salterà fuori la verità (che prima o poi deve saltar fuori) ma anche di vedersi accollato l’addebito della separazione (anche quella arriva prima o poi).

I giudici calabresi si sono occupati della vicenda di una donna che chiedeva la separazione dal marito perché non ne poteva più del disinteresse progressivo da lui mostrato, delle sue uscite notturne, dell’uso continuo che faceva del telefonino anche in luoghi appartati. A ciò si aggiungeva un ciondolo con la lettera V, fatto dal marito ma indossato da un’altra donna all’insaputa della moglie. Dulcis in fundo, il profilo Facebook in cui l’uomo si presentava così: «Sono single e mi piacciono le donne».

In prima battuta, non ci fu alcun accordo tra i coniugi sulla separazione. Così, la vicenda passò nelle mani dei giudici, che ora hanno dato ragione alla donna, accogliendo la richiesta di porre fine formalmente alla convivenza poiché «chiaramente fondata». Per di più, considerando il fatto che marito e moglie non vivevano più insieme e non condividevano più nulla, né a livello materiale né tanto meno spirituale.

Restava, però, da decidere un aspetto fondamentale: l’addebito della separazione. A chi dei due addossare la colpa? I giudici hanno rispolverato una sentenza della Cassazione del 2017 [2] secondo la quale «nell’ambito di un giudizio di separazione di colpa non sono rilevanti esclusivamente le relazioni extraconiugali in senso stretto ma anche quei comportamenti univocamente a ciò indirizzati che possano giustificare da soli la lesione della dignità e dell’onore dell’altro coniuge».

In altre parole, il pensiero della Suprema Corte, applicato dal tribunale di Palmi, è il seguente: per tradire la fiducia reciproca e il rapporto «di dedizione fisica e spirituale tra i coniugi, che dura quanto dura il matrimonio», come recita la sentenza, non c’è bisogno di andare a letto con un’altra o con un altro ma basta cercare di arrivarci in qualsiasi modo. In questo contesto, sottolineano i giudici, si inserisce «la circostanza relativa al profilo Facebook nella parte in cui, in un periodo in cui vi era ancora coesione familiare, si è definito single con l’annotazione “mi piacciono le donne”». Insomma, non è difficile capire cosa stia cercando chi è ancora sposato e si presenta sui social come single, per di più sottolineando il fatto che gli piacciono le donne, giusto per identificare il suo target di riferimento.

Il tribunale (ma anche il coniuge, ovviamente) vede mancare con questo comportamento il principio di lealtà e di fiducia che ci deve essere alla base del matrimonio, rilevando che «le indicazioni contenute nel profilo Facebook, pur non essendo prova di un rapporto extraconiugale costituiscono, tuttavia, un atteggiamento lesivo della dignità del partner proprio nella misura in cui, pubblicamente e sin troppo palesemente, rappresentano ai terzi estranei un modo di essere o uno stato d’animo incompatibile con un leale rapporto di coniugio». Un atteggiamento, insomma, adottato da chi vuole gridare al popolo femminile «sono libero e disponibile», quando in realtà libero non lo è e disponibile non dovrebbe esserlo.


note

[1] Trib. Palmi sent. n. 6/2021.

[2] Cass. sent. n. 21657/2017.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube