Diritto e Fisco | Articoli

L’avvocato deve avere uno studio professionale?

17 Febbraio 2021
L’avvocato deve avere uno studio professionale?

In quale luogo l’avvocato può esercitare la propria professione? Cosa si intende con «uso dei locali»? L’avvocato può lavorare da casa? 

Per esercitare la professione di avvocato non basta essere iscritti all’albo. Il decreto del ministero della Giustizia n. 46/2016 ha fissato una serie di condizioni che servono a imporre che l’esercizio della professione avvenga «in modo effettivo, continuativo, abituale e prevalente». Tutto ciò al fine di evitare che la categoria possa essere “annacquata” da situazioni in cui l’attività forense è solo occasionale, episodica e quindi – secondo alcuni – poco professionale. 

Tra i vari requisiti imposti dalla normativa vi è anche «l’uso di locali». Cosa si intende con questa nozione? L’avvocato deve avere uno studio professionale per poter esercitare o può farlo anche da casa? La questione è stata decisa dal Consiglio di Stato con una recente ed interessante pronuncia [1]. È la scusa per tornare su un argomento assai delicato e spesso trascurato da chi si avvia a svolgere l’attività legale: complice la crisi economica, infatti, molti professionisti hanno tagliato le spese, in primo luogo quelle per l’affitto di un immobile ove lavorare. 

Qui di seguito, prima di spiegare se l’avvocato deve avere uno studio professionale, indicheremo innanzitutto quali sono i requisiti richiesti dal DM del 2016 per esercitare la professione. Ma procediamo con ordine. 

Condizioni per l’esercizio della professione forense

Ogni tre anni a partire dal 2016 (data in cui è entrata in vigore la nuova normativa), il Consiglio dell’Ordine deve verificare la sussistenza di tutti i seguenti requisiti in capo agli iscritti. Requisiti, come detto, rivolti a garantire l’esercizio in forma effettiva, continuativa, abituale e prevalente della professione.

In particolare, ogni iscritto deve:

  • avere una partita Iva attiva o deve far parte di una società o associazione professionale che sia titolare di partita Iva attiva;
  • avere l’uso di locali e di almeno un’utenza telefonica destinati allo svolgimento dell’attività professionale, anche in associazione professionale, società professionale o in associazione di studio con altri colleghi o anche presso altro avvocato ovvero in condivisione con altri avvocati;
  • trattare almeno cinque affari all’anno, anche se l’incarico professionale è stato conferito da un altro professionista;
  • essere titolare di un indirizzo di posta elettronica certificata, comunicato al consiglio dell’Ordine;
  • assolvere l’obbligo di aggiornamento tramite la formazione professionale secondo le modalità e le condizioni stabilite dal Consiglio nazionale forense;
  • avere una polizza assicurativa a copertura della responsabilità civile derivante dall’esercizio della professione.

In mancanza anche di una sola di tali condizioni, il Consiglio dell’Ordine deve provvedere alla cancellazione dell’avvocato dall’albo, previo l’invio a questi di una Pec affinché gli sia consentito presentare, entro 30 giorni, osservazioni scritte. 

L’uso di locali per fare l’avvocato

La questione da isolare in questo breve articolo è quella relativa all’uso di locali. La dizione è sufficientemente precisa per far intendere che l’avvocato deve essere reperibile presso un luogo fisico, non potendo ad esempio esercitare la professione su una barca o in località sempre diverse (così come sarebbe nel caso di un soggetto senza fissa dimora o comunque dedito a continui spostamenti). 

Anche se l’uso delle moderne tecnologie consente di svolgere qualsiasi attività in modalità mobile, senza doversi per forza ancorare a un luogo fisico, ciò non può succedere per gli avvocati che devono individuare un luogo come centro delle proprie relazioni professionali. 

Qui il punto nodale: questo luogo – che, come visto, deve essere “fisso” e non può mutare in continuazione – deve essere necessariamente uno studio oppure può essere un altro luogo come, ad esempio, la dimora? Si può svolgere l’attività di avvocato da casa o magari presso lo studio di un altro professionista che dia in prestito una stanza? Di tanto si è occupata la sentenza qui in commento.

In quali luoghi si può esercitare la professione di avvocato?

Secondo il Consiglio di Stato, l’avvocato è sì tenuto ad avere un luogo dove essere sempre reperibile, ma non è tenuto ad avere un vero e proprio studio. Il decreto ministeriale, nel richiedere «l’uso di locali», impone soltanto che il professionista si doti di un domicilio, ossia di un recapito dove ricevere gli atti e i clienti, essendo così sempre reperibile.  

Questo significa che l’avvocato può esercitare anche da casa, ma non potrebbe invece svolgere l’attività in uno spazio di coowoking che, per sua natura, è soggetto a continui cambiamenti. Può di certo svolgere la professione in una stanza in affitto. Può inoltre esercitare presso lo studio di un collega, purché sia sempre lo stesso e non muti di volta in volta. 

L’avvocato deve avere uno studio?

Alla luce di quanto sopra, il Consiglio di Stato ha così sentenziato: l’avvocato non è obbligato ad avere uno studio professionale. L’articolo 7 della l. n. 247/2017 prevede solo che l’avvocato abbia un “domicilio”, ovvero in termini semplici un recapito ove essere reperibile e ricevere gli atti, ma non vieta che esso, al limite, coincida con la propria abitazione. 

Pertanto, l’apertura di uno studio come comunemente inteso rientra nella libera scelta del professionista. 

Inoltre, lo studio legale, anche quando esiste, non è di per sé luogo pubblico o aperto al pubblico, come si desume, per implicito, dalla costante giurisprudenza penale, secondo cui commette il reato di violazione di domicilio previsto dall’articolo 614 del Codice penale chi acceda allo studio di un avvocato, o vi si trattenga, contro la volontà del titolare (cfr. da ultimo Cass. n. 36767/2018). 

Se è vero che l’eventuale studio di un avvocato non è un luogo aperto al pubblico – benché questi eserciti l’attività di gratuito patrocinio o di difensore d’ufficio – è anche vero che il professionista non è tenuto ad abbattere le eventuali barriere architettoniche che impediscano, a chi abbia una ridotta mobilità, ad accedere ai suddetti locali. 

Senza contare che, come sostenuto dalla difesa, l’incarico professionale si può sempre svolgere con modalità che prescindono dalle barriere architettoniche, posto che la legge n. 247/2012 e il Codice deontologico non vietano in generale che il difensore, per svolgere il proprio mandato, possa recarsi presso la parte, in un luogo che essa ritiene adeguato alle proprie esigenze, anche di salute, e in particolare non vietano certo che egli si rechi al domicilio di un disabile il quale se ne possa allontanare solo con difficoltà.


note

[1] Cons. Stato sent. n. 653/2021.

Autore immagine: depositphotos.com


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube