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Spetta il mantenimento ex moglie che non cerca lavoro?

17 Febbraio 2021
Spetta il mantenimento ex moglie che non cerca lavoro?

Ex coniuge scansafatiche: per meritare l’assegno divorzile è necessario l’accertamento dell’impossibilità oggettiva a rendersi indipendenti dal punto di vista economico.

Più volte, su queste stesse pagine, abbiamo trattato il tema dell’assegno di mantenimento all’ex coniuge; abbiamo spiegato come, a partire dal 2017, la Cassazione abbia evidenziato che tale beneficio spetti solo al coniuge che, non per propria colpa, non sia in grado di mantenersi da sé e che pertanto dimostri di esserne meritevole. La meritevolezza può derivare da situazioni oggettive come, ad esempio, l’età avanzata o le condizioni di salute che ostacolino la ricerca di un lavoro oppure dalla crisi del mercato occupazionale. Di tanto, però, va sempre data prova al giudice per poter richiedere l’assegno divorzile.

Di qui un comune quesito: spetta il mantenimento all’ex moglie che non cerca lavoro? 

Il caso è abbastanza tipico: accertata la crisi coniugale, i due coniugi si apprestano a separarsi. Sul tavolo delle trattative, entra in scena l’assegno di mantenimento, che lei pretende per via del suo stato di disoccupazione. Il marito la invita a trovarsi un lavoro, quantomeno per non gravare interamente sulle altrui tasche; lei però non ne vuol sapere e si aggrappa alle difficoltà di inserimento, tipiche però di qualsiasi altro soggetto. La controversia finisce in tribunale con lei che chiede gli alimenti per il semplice fatto di non lavorare e lui che vorrebbe quantomeno una riduzione sostanziosa dell’importo, anche al fine di stimolare nell’ex la ricerca di un’occupazione. La domanda che viene posta al giudice è la seguente: «Spetta il mantenimento all’ex moglie che non cerca lavoro?».

La stessa questione può porsi anche dopo la sentenza di separazione o di divorzio. Una volta che il tribunale ha fissato l’assegno di mantenimento, l’ex moglie beneficiaria si adagia su tale contributo e, pur essendo ancora in età lavorativa, non fa nulla per cercare un impiego. Il marito raccoglie le prove dell’altrui inerzia e, dopo qualche anno, trascina la donna di nuovo dinanzi al giudice per ottenere una revisione dell’assegno di mantenimento: revisione dettata appunto dal fatto che lei non si è mai messa seriamente a cercare un lavoro pur essendo in età giovane. Cosa succede in casi di questo tipo?

Cerchiamo di fare il punto della situazione alla luce delle più recenti sentenze della Cassazione.

Assegno di mantenimento: quando spetta?

A seguito del mutato indirizzo della Cassazione (leggi Assegno di divorzio: novità), l’assegno divorzile – quello cioè che scatta subito dopo il divorzio e che sostituisce l’assegno di mantenimento riconosciuto dopo la separazione – non ha più la funzione di garantire all’ex coniuge lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio; esso serve solo per realizzare la piena autosufficienza economica. In buona sostanza, oggi, l’assegno di mantenimento corrisponde alla misura strettamente necessaria a rendere autonomo e autosufficiente il coniuge, a prescindere dal reddito dell’ex (che potrebbe essere anche notevolmente più alto). Quindi, non c’è più un riequilibrio tra i due tenori di vita. 

La seconda novità consiste nell’abbandono di quell’automatismo che, in passato, ha fatto sì che al coniuge con il reddito più basso spettasse di diritto il mantenimento. Oggi, non basta più dimostrare l’assenza di redditi o l’incapacità economica: bisogna anche dar prova della “meritevolezza” al mantenimento. In pratica, chi chiede l’assegno non deve avere alcuna colpa del proprio stato di non-autosufficienza.

È necessario allora dimostrare, oltre alla disparità di reddito, che:

  • non si è più nelle condizioni di salute per lavorare: si pensi al coniuge con una malattia invalidante;
  • oppure si è raggiunta un’età in cui è più difficile – se non impossibile – trovare un’occupazione: questa viene ravvisata nei 45-50 anni;
  • oppure ci si è dati da fare per cercare un impiego ma il mercato non lo ha consentito: bisognerà allora dimostrare di aver inviato il proprio curriculum per la richiesta di un colloquio di lavoro, di aver partecipato a bandi e concorsi pubblici, di essersi iscritti ai centri per l’impiego, ecc.;
  • oppure si è perso ogni legame con il mondo del lavoro per aver svolto, durante tutta la convivenza matrimoniale, le attività di gestione del ménage domestico, come succede alla casalinga che, d’accordo con il marito, decida di non lavorare per occuparsi della casa e dei figli.

Spetta il mantenimento all’ex moglie che non cerca lavoro?

Alla luce di ciò, la Cassazione [1] ritiene che non spetti l’assegno di mantenimento all’ex moglie che non cerca lavoro e, allo stesso modo, può essere revocato l’assegno di mantenimento riconosciuto in precedenza se, nel frattempo, il coniuge beneficiario non fa di tutto per rendersi indipendente (sempre che ne abbia le capacità fisiche, di età e di formazione per farlo).

Come spiegato dalla Suprema Corte, il riconoscimento dell’assegno di divorzio richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive. 

Pertanto, non spetta alcun contributo in presenza di un atteggiamento rinunciatario della moglie a trovare un’occupazione.

Mantenimento all’ex moglie che non ha mai lavorato

Se la moglie non ha mai lavorato per una scelta condivisa con il marito, dedicandosi così alla famiglia, alla casa e ai figli, il suo sacrificio merita di essere ricompensato. E questo perché, se da un lato lei ha staccato con il mondo del lavoro, diventando così più difficile una ricollocazione dopo la separazione, lui invece ha potuto concentrarsi di più sull’attività e sulla carriera, derivandone un incremento della propria capacità reddituale. Insomma, la moglie casalinga si è impoverita, mentre il marito si è arricchito. Ecco perché, in situazioni del genere, spetta sempre l’assegno di divorzio.

In base all’orientamento più recente della Cassazione [2], qualora vi sia uno squilibrio effettivo tra le condizioni economico-patrimoniali degli ex coniugi, occorre accertare se tale squilibrio sia riconducibile alle scelte comuni di conduzione della vita familiare, alla definizione dei ruoli all’interno della coppia e al sacrificio delle aspettative di lavoro di uno dei due.

Proprio di recente, la Cassazione ha ribadito che [3] ha diritto a un assegno di divorzio, intero e senza alcuna decurtazione, la donna che ha sacrificato le proprie aspettative professionali per la famiglia e per favorire la carriera del marito.

È infatti ormai noto che il riconoscimento dell’assegno di divorzio, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive. In particolare, si impone una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente l’assegno divorzile alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune, nonché di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto.

La natura perequativo-compensativa, che discende direttamente dalla declinazione del principio costituzionale di solidarietà, conduce, quindi, al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge richiedente, non il conseguimento dell’autosufficienza economica sulla base di un parametro astratto, bensì il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate.


note

[1] Cass. sent. n. 2653/2021.

[2] Cass. Sezioni unite sent. n. 18287/2018.

[3] Cass. ord. n. 3852/21 del 15.02.2021.

Autore immagine: depositphotos.com

Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 11 novembre 2020 – 15 febbraio 2021, n. 3852

Presidente Genovese – Relatore Parise

Fatti di causa

1. Con sentenza n. (omissis), il Tribunale di Velletri pronunciava la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto dai coniugi S.M. e G.L. e poneva a carico dell’ex marito l’assegno divorzile di Euro2.000, oltre rivalutazione Istat.

2. Con sentenza n. 428/2016 depositata 21-1-2016 la Corte d’appello di Roma ha parzialmente accolto l’appello proposto da S.M. avverso la citata sentenza del Tribunale di Velletri, disponendo, per l’effetto, la riduzione dell’assegno divorzile, a carico dell’ex marito, all’importo mensile di Euro 1.000, oltre rivalutazione annuale Istat con decorrenza dal passaggio in giudicato della sentenza con cui era stato pronunciato il divorzio. La Corte d’appello, dopo aver esaminato le situazioni economiche degli ex coniugi, ha ritenuto che, valutate comparativamente le risorse economiche e patrimoniali degli ex coniugi, la determinazione dell’assegno di divorzio in Euro 1.000 fosse adeguata, in considerazione della potenzialità lavorativa della G. , che aveva un’esperienza pluriennale nel settore del commercio e che aveva collaborato, successivamente alla separazione, nell’attività commerciale del fratello, pur se non era stata provata l’entità del suo apporto in detta attività commerciale e la percezione di redditi correlata alla stessa.

3. Avverso questa sentenza G.L. propone ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, nei confronti di S.M. , che resiste con controricorso.

4. Il ricorso è stato fissato per l’adunanza in camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 c.p.c., u.c. e art. 380 bis 1 c.p.c.. Le parti hanno depositato memorie illustrative.

Ragioni della decisione

1. La ricorrente, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, denuncia: (i) con il primo motivo la violazione della L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 5, comma 6, per non avere la Corte territoriale esplicitato in modo congruo, veridico e logico il percorso del ragionamento effettuato, pur avendo accertato la sussistenza di palese divario tra le condizioni economiche degli ex coniugi, nonché per non avere la Corte di merito considerato che il reddito dell’ex marito, notaio titolare di due studi e professore universitario, era stato sempre notevolmente superiore al suo, omettendo, altresì, di valutare il contributo dato dalla ricorrente nel corso della vita matrimoniale e il tenore di vita in costanza di matrimonio; (ii) con il secondo motivo il mancato rispetto degli artt. 113, 115 e 116 c.p.c. per avere la Corte d’appello effettuato una distorta valutazione delle posizione delle parti, non essendo provata l’attività di collaborazione della ricorrente nell’attività svolta dal fratello, nè la sua convivenza con un compagno, nonché per avere la Corte territoriale presupposto la possibilità lavorativa della ricorrente in contrasto con gli atti e documenti prodotti; (iii) con il terzo motivo la violazione della L. 1 dicmebre 1970, n. 898 per avere la Corte territoriale erroneamente statuito la decorrenza dell’assegno divorzile dal passaggio in giudicato della sentenza di divorzio, nulla disponendo per il periodo intercorrente ed attuale, con conseguente impossibilità della ricorrente di vivere nelle condizioni economiche simili a quelle godute in costanza di matrimonio.

2. I primi due motivi, da esaminarsi congiuntamente per la loro connessione, sono fondati nei limiti che si vanno ad illustrare.

2.1. La giurisprudenza più recente di questa Corte ha stabilito che il riconoscimento dell’assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, applicandosi i criteri equi-ordinati di cui alla prima parte della norma, i quali costituiscono il parametro cui occorre attenersi per decidere sia sulla attribuzione sia sulla quantificazione dell’assegno. In particolare, si impone una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente l’assegno divorzile alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune, nonché di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio ed all’età dell’avente diritto. La natura perequativo-compensativa, che discende direttamente dalla declinazione del principio costituzionale di solidarietà, conduce, quindi, al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge richiedente, non il conseguimento dell’autosufficienza economica sulla base di un parametro astratto, bensì il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate. La funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi, anch’essa assegnata dal legislatore all’assegno divorzile, non è finalizzata, peraltro, alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi (Cass. Sez. U. n. 18287/2018; Cass. n. 1882/2019; Cass. n. 21926/2019).

2.2. Passando all’esame delle censure, la Corte territoriale, pur dando atto della disparità reddituale tra gli ex coniugi, non ha esplicitato in modo logico e chiaro il percorso del ragionamento in base al quale ha ritenuto di valorizzare, al fine di ridurre l’importo dell’assegno divorzile riconosciuto alla ricorrente in primo grado, esclusivamente una generica potenzialità lavorativa dell’ex moglie, senza, peraltro, neppure indicare la sua età e senza tener conto delle eventuali aspettative professionali dalla stessa sacrificate, per aver ella cessato ogni attività lavorativa, ed anche la sua precedente attività commerciale, in costanza di matrimonio, e ciò nonostante non fosse dimostrata l’entità della collaborazione della G. nell’impresa commerciale del fratello, nè “la percezione dei redditi in tale contesto” (pag. n. 3 della sentenza impugnata) e la sua convivenza stabile con altro compagno. L’affermazione di circostanze tra loro inconciliabili, ossia, da un lato, la cessazione di ogni attività lavorativa della G. in costanza di matrimonio e cioè a partire dal XXXX, l’assenza di prova sull’entità dell’apporto lavorativo prestato, dopo la separazione, nell’impresa del fratello e sui corrispondenti redditi percepiti o stimabili quali tali, e, dall’altro lato, la ritenuta potenzialità lavorativa della stessa per la sua “esperienza pluriennale nel settore del commercio”, non meglio specificata, e senza alcun riferimento all’età della richiedente tale da giustificarne la perdurante capacità di guadagno, rende perplesso e non comprensibile l’iter logico seguito dalla Corte di merito nella formazione del convincimento espresso.

2.3. Inoltre la Corte d’appello non ha fatto corretta applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5 e dei principi suesposti, atteso che, nonostante abbia ritenuto provato il sostegno dato dalla ricorrente all’ex marito nel raggiungimento dell’affermazione professionale dello stesso, non ha dato conto dei parametri di cui si è detto e, in particolare, non ha considerato il nesso causale tra la rilevata sproporzione reddituale e l’apporto effettivo dato dalla G. alla conduzione del menage familiare, alla costituzione del patrimonio comune ed alla formazione di quello personale dell’altro coniuge, avendo la Corte d’appello menzionato solo la durata della convivenza matrimoniale (XXXXXX), dalla quale non erano nati figli. Sulla scorta dell’orientamento più recente di questa Corte (cfr. nello specifico Cass. n. 21926/2019 citata), qualora vi sia uno squilibrio effettivo, e di non modesta entità, tra le condizioni economico-patrimoniali degli ex coniugi, occorre accertare se tale squilibrio sia riconducibile alle scelte comuni di conduzione della vita familiare, alla definizione dei ruoli all’interno della coppia e al sacrificio delle aspettative di lavoro di uno dei due.

2.4. In conclusione, sebbene siano da ritenersi inammissibili le doglianze relative alla violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., che non può porsi per una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito (Cfr. tra le tante Cass. n. 1229/2019), meritano accoglimento, nei termini precisati, le censure relative alla carenza motivazionale della decisione impugnata, espresse, principalmente, nell’illustrazione del primo motivo, e quelle relative alla mancata applicazione dei criteri infra indicati, mediante i quali al coniuge richiedente è riconosciuto il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo dallo stesso fornito nella realizzazione della vita familiare in ogni ambito di rilevanza.

Ne consegue, in accoglimento dei primi due motivi di ricorso nei limiti di cui si è detto, la cassazione della sentenza impugnata.

3. Resta da aggiungere che, come di recente pure chiarito da questa Corte (Cass. n. 11178/2019), la cassazione della pronuncia impugnata con rinvio per un vizio di violazione o falsa applicazione di legge che reimposti in virtù di un nuovo orientamento interpretativo i termini giuridici della controversia così da richiedere l’accertamento di fatti, intesi in senso storico e normativo, non trattati dalle parti e non esaminati dal giudice del merito, impone, perché si possa dispiegare effettivamente il diritto di difesa, che le parti siano rimesse nei poteri di allegazione e prova conseguenti alle esigenze istruttorie conseguenti al nuovo principio di diritto da applicare in sede di giudizio di rinvio.

4. Il terzo motivo resta assorbito, pur dovendosi affermare ai sensi dell’art. 363 c.p.c., secondo l’orientamento di questa Corte al quale il Collegio intende dare continuità (Cass. n. 24991/2010; Cass. n. 20024/2014; Cass. n. 212/2016; Cass. n. 7547/2020 e Cass. n. 27205/2019), il principio di diritto secondo il quale, “in tema di regolamentazione dei rapporti economici tra le parti nella pendenza del giudizio divorzile, poiché l’assegno di divorzio, traendo la sua fonte nel nuovo “status” delle parti, ha efficacia costitutiva decorrente dal passaggio in giudicato della statuizione di risoluzione del vincolo coniugale, con il temperamento previsto dalla L. n. 898 del 1970, art. 4, comma 13 che consente al giudice di merito di anticiparne la decorrenza con adeguata motivazione e in relazione alle circostanze del caso concreto, i provvedimenti emessi nel giudizio di separazione continuano a regolare i rapporti economici tra i coniugi fino al passaggio in giudicato della statuizione di risoluzione del vincolo coniugale, ove non ricorra l’ipotesi derogatoria di cui all’art. 4, comma 13, citato, e pertanto la debenza dell’assegno di mantenimento disposta nel giudizio separativo trova il proprio limite temporale nel passaggio in giudicato della sentenza di divorzio. Solo qualora nel giudizio divorzile, nella fase presidenziale o istruttoria, siano emessi provvedimenti provvisori, temporanei ed urgenti, questi ultimi si sostituiscono a quelli emessi nel giudizio di separazione”, e ciò in ragione dell’autonomia, sul piano sostanziale e su quello processuale, tra separazione e divorzio. Tuttavia, il coordinamento, processuale e sostanziale, tra i due istituti consente di assicurare sempre continuità all’erogazione del contributo in favore del coniuge economicamente più debole, considerato che, proprio perché la sentenza, anche non definitiva e parziale, di divorzio opera ordinariamente ex nunc facendo venir meno il vincolo matrimoniale che è il presupposto dei provvedimenti di mantenimento in regime separativo, questi ultimi continuano a regolare il rapporto economico tra le parti fino al passaggio in giudicato della statuizione di risoluzione del vincolo coniugale, nei termini di cui si è detto.

5. Alla stregua delle considerazioni che precedono, i primi due motivi di ricorso meritano accoglimento, nei limiti precisati, restando assorbito il terzo, con la cassazione della sentenza impugnata e rinvio della causa alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione, anche per la decisione sulle spese del giudizio di legittimità.

6. Va disposto che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52.

P.Q.M.

La Corte accoglie, nei sensi di cui in motivazione, i primi due motivi di ricorso, dichiarato assorbito il terzo, cassa la sentenza impugnata nei limiti dei motivi accolti e rinvia la causa alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione, anche per la decisione sulle spese del giudizio di cassazione.

Dispone che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52.

 


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7 Commenti

  1. Ci sono mamme che si dedicano una vita intera alla gestione della casa e alla crescita dei figli e non è possibile che a queste sia rinnegato il mantenimento da parte del marito che nel frattempo ha avuto la possibilità di realizzarsi professionalmente e la moglie si è sacrificata a casa

  2. Ora, per quanto il lavoro domestico possa essere estenuante e impegnativo, non si può sempre dire che la donna si è sacrificata a stare a casa, perché ci sono mogli e madri che si sacrificano sia lavorando che tenendo in piedi la famiglia. E, a mio parere, sono queste le donne che si fanno in quattro per non rinunciare alla propria indipendenza economica a prescindere dal lavoro del marito e al tempo stesso curano con meticolosità la casa e si occupano del figlio…

  3. Ma se una donna non ha mai cercato un lavoro da giovane e si è cullata sullo stipendio del marito e sulla famiglia benestante, figuriamoci se si scomoda dopo considerando che ha la possibilità di richiedere il mantenimento per tutte le motivazioni espresse nell’articolo.

  4. Non facciamo di tutta l’erba un fascio. Mia suocera si è rimboccata le maniche facendo piccoli lavori umili pur di non ricevere alcunché dal suo ex marito. Lei è sempre stata a casa, ci ha aiutati a crescere nostro figlio quando io e mio marito non sapevamo a chi lasciarlo e da lì ha iniziato a fare da baby sitter ai figli dei nostri amici. Io credo che a prescindere dall’età, se c’è la possibilità di rimettersi in gioco, perché non farlo?

  5. Mia madre ha scoperto che nostro padre si stava giocando tutti i suoi soldi e abbiamo rischiato di perdere la nostra casa perché anziché pagare il mutuo lui li spendeva per altre ragioni. Immaginiamo anche che avesse un’altra donna. Subito dopo la separazione, mia madre, benché sui 50 anni, si è messa a lavorare come donna delle pulizie e si è dovuta per forza ricostruire la sua vita. Noi figli, abbiamo cercato di aiutarla facendo dei piccoli lavoretti, ma è stata davvero dura. Ora, finalmente, dopo anni, la situazione è migliorata. Noi figli siamo sposati e lei abita con me in casa e finalmente possiamo occuparci noi di lei dopo tanti sacrifici…

  6. Ci sono tante storie diverse. Donne che in realtà possono definirsi “donnette” che cercano di arrampicarsi sugli specchi con la scusa del fatto che c’è la crisi economica e poi spendono e spandono soldi in cose frivole (abbigliamento di marca, messa in piega ogni settimana dal parrucchiere, appuntamento dall’estetista per un restiling completo). Per fortuna, non sono tutte così e molte si rimboccano le maniche ogni giorno e lavorano no stop per costruirsi la propria indipendenza economica

  7. Questa spiegazione è molto esaustiva e dovrebbe essere chiaramente letta a tutte quelle ex mogli che pretendono di spillare soldi al poveretto che lavora come un mulo. Anzi, dovrebbero farlo capire a tutte prima di sposarsi che non bisogna fare le mantenute dopo la separazione!!!

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