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Caduta su marciapiede sconnesso: risarcimento

18 Febbraio 2021 | Autore:
Caduta su marciapiede sconnesso: risarcimento

Le condizioni per ottenere il pagamento dei danni dall’Ente proprietario; cosa bisogna provare in giudizio; quando la colpa è anche del pedone; il caso fortuito.

La scarsa manutenzione di molte strade italiane è sotto gli occhi di tutti: buche, avvallamenti, crepe, tombini traballanti, griglie rotte, sconnessioni varie. Questi fenomeni sono presenti in parecchi tratti sul manto stradale asfaltato e, spesso, anche sui marciapiedi destinati al passaggio dei pedoni. Inciampare e cadere è piuttosto facile e occorre prestare la massima attenzione camminando, ma a volte la cautela non basta, specialmente se il pericolo è poco visibile. La caduta sul marciapiede, il più delle volte, comporta serie lesioni personali, come fratture di gambe o braccia e distorsioni agli arti.

In caso di caduta su marciapiede sconnesso, il risarcimento dei danni in linea tendenziale spetta, ma ad alcune condizioni indicate in via generale dalla legge e precisate dalla giurisprudenza, chiamata in numerose occasioni ad occuparsi di queste vicende. Ora, una nuova pronuncia della Corte di Cassazione [1] chiarisce bene i criteri per stabilire quando la caduta può essere attribuita all’Amministrazione che dovrebbe provvedere alla cura ed alla manutenzione della strada o quando, invece, c’è una condotta dell’infortunato che ha contribuito al verificarsi dell’evento di danno.

Caduta su marciapiede: visibilità del pericolo e condotta del pedone

La negligenza del pedone può comportare una limitazione o, addirittura, l’esclusione del risarcimento. A volte, gli Enti proprietari delle strade contestano le richieste risarcitorie dei danneggiati sostenendo un difetto di attenzione e, dunque, attribuendo la colpa proprio al malcapitato che cadendo si è infortunato.

Ma il vero problema è che, il più delle volte, il pericolo non è visibile a chi percorre la strada: una buca anche piccola può essere profonda oppure coperta da fogliame o rifiuti gettati a terra; alcune asperità del marciapiede possono essere nascoste da una scarsa illuminazione nelle ore serali e notturne; la sconnessione può diventare percepibile – e dannosa – solo quando ci si mette un piede sopra.

Il caso esaminato dalla Suprema Corte riguarda una donna che era inciampata in una mattonella sconnessa situata di fronte al Pronto Soccorso di un ospedale. I giudici di merito le avevano negato il risarcimento: non aveva provato che quell’insidia non fosse visibile e non era stata «diligente», bensì imprudente. La Cassazione ha, invece, accolto il suo ricorso: l’Asl dovrà risarcirla di tutti i danni provocati dalla caduta. Vediamo perché e quali sono i principi applicati alla vicenda e da tenere in considerazione in casi simili di caduta su marciapiede sconnesso per ottenere il risarcimento dei danni.

La responsabilità del proprietario della strada

La legge dedica un apposito articolo del Codice civile [2] per stabilire la responsabilità del proprietario, o anche del diverso soggetto gestore che viene incaricato della manutenzione delle strade: «Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito».

Il principio generale è, quindi, quello secondo cui l’Ente proprietario del tratto di strada ove è avvenuta la caduta è responsabile dei danni provocati dalla cattiva o inadeguata manutenzione del marciapiede, perché è tenuto a custodirlo con diligenza e prudenza, prevenendo ed evitando il sorgere di situazioni di pericolo ed eliminando quelle già in essere.

Caduta da marciapiede: come si dimostra il danno

Questo comporta che la vittima non deve dimostrare null’altro a parte il fatto storico accaduto (la caduta su quel marciapiede) e il danno subito (l’infortunio che ha provocato le lesioni personali e le altre eventuali voci di danno risarcibili).

Il danneggiato dovrà quindi esporre e ricostruire la dinamica dell’accaduto – meglio se documentandola con foto, filmati di telecamere e testimoni – e le lesioni riportate, producendo i referti medici che attestano l’inabilità temporanea o l’invalidità permanente e la documentazione delle spese sostenute per farmaci e cure riabilitative. Ti spieghiamo in dettaglio nell’articolo linkato tutti i passaggi da seguire per chiedere ed ottenere il risarcimento dei danni da caduta su marciapiede.

La prova del caso fortuito: quando l’Ente non paga i danni

Il custode della strada e del marciapiede può esimersi dalla responsabilità solo se dimostra che il sinistro è avvenuto per caso fortuito, cioè per un motivo eccezionale e imprevedibile, come la condotta incauta, distratta o comunque negligente del pedone che è inciampato ed è caduto a terra.

Dunque, l’incidente è considerato evitabile quando con ogni probabilità non sarebbe accaduto usando l’ordinaria diligenza: quando si percorre a piedi una strada pubblica occorre prestare sempre la necessaria attenzione. Se poi il pericolo era anche ben visibile e prevedibile, questo gioca contro il danneggiato: sarà più facile al proprietario della strada dimostrare che c’è stata scarsa diligenza, imprudenza o disattenzione del pedone.

Quando l’Ente pubblico riesce a dimostrare ciò, otterrà la prova liberatoria e non sarà tenuto a risarcire il danno perché avrà spezzato il nesso di causa-effetto tra il marciapiede che ha in custodia e il danno occorso all’infortunato: la colpa della caduta è attribuibile al pedone incauto. In proposito, leggi anche l’articolo ”marciapiede sconnesso: chi paga?

Marco esce di casa e va a scuola a piedi, come tutti i giorni. Conosce bene la strada ma la percorre distratto, con gli occhi fissi sullo schermo del suo smartphone, mentre procede a passo svelto. Così non vede uno sbalzo di livello del marciapiede, inciampa e cade, si infortuna al ginocchio, alla testa e al polso. Niente risarcimento per Marco: l’infortunio è stato causato dalla sua disattenzione.

Quando il caso fortuito non impedisce il risarcimento

Nel caso della donna caduta su un marciapiede davanti al Pronto Soccorso la Cassazione ha applicato tutti questi criteri ed ha affermato che il caso fortuito non ricorre quando c’è soltanto un contributo di colpa della vittima che è stata incauta o disattenta e, dunque, negligente nel percorrere la strada: per escludere il caso fortuito, occorre anche che quella condotta risulti così imprevedibile ed eccezionale da interrompere il nesso di causalità tra il marciapiede e il danno che la caduta ha prodotto.

Innanzitutto, occorre chiedersi: la caduta sarebbe avvenuta se il marciapiede fosse stato regolare e ben mantenuto? Probabilmente no, ma questo non è ancora sufficiente. Poi, si passa a valutare la condotta del pedone: qui non conta tanto il fatto che la sconnessione del marciapiede fosse «insidiosa», cioè costituisse un pericolo nascosto, e che ciò risultasse percepibile ed evitabile dal danneggiato se fosse stato più attento; per escludere la responsabilità di chi ha il marciapiede in custodia occorre, piuttosto, un’azione della vittima tale da integrare il caso fortuito e cioè – spiega il Collegio – «imprevedibile quando sia stata eccezionale, inconsueta, mai avvenuta prima, inattesa da una persona sensata».

Gino corre su un marciapiede a bordo del suo skateboard. Improvvisamente la ruota si incastra in una fessura del marciapiede, fuori livello di pochi centimetri rispetto al pavimento circostante. Gino viene sbalzato a terra e si infortuna gravemente. La sua azione è stata imprevedibile, eccezionale ed inconsueta; perciò sussiste il caso fortuito che esclude il risarcimento da parte del Comune proprietario della strada.

Risarcimento danni per caduta su marciapiede: quando spetta

Quindi, il custode della strada è esente da responsabilità risarcitoria soltanto quando la vittima ha tenuto una condotta negligente e tale da risultare imprevedibile. Perciò, la Cassazione nell’ordinanza che abbiamo citato [1] ha ritenuto che la caduta della donna in corrispondenza della sconnessione del marciapiede non fosse, evidentemente, imprevedibile (è anzi un evento comune, tale da rientrare nel fatto notorio) e neppure imprevedibile, in quanto il custode avrebbe potuto «rimuovere il dislivello o, almeno, segnalarlo adeguatamente». Così, la Suprema Corte ha ribaltato il verdetto della Corte d’Appello e ha riconosciuto l’Asl responsabile dei danni arrecati alla vittima dal marciapiede che aveva in custodia e avrebbe dovuto meglio manutenere.

Il concorso di colpa del danneggiato

È da segnalare, infine, che il concorso di colpa del danneggiato può rilevare ai fini della riduzione dell’ammontare dei danni risarcibili [3] in proporzione alla gravità della colpa stessa, da accertare in giudizio: quanto maggiore risulterà la percentuale di colpa, tanto minore sarà l’importo liquidato. Quindi, il criterio della colpa – che come abbiamo visto non è da solo sufficiente ad escludere il caso fortuito e, dunque, la responsabilità risarcitoria dell’Ente proprietario – torna in vita quando si tratta di stabilire in concreto l’ammontare dei danni spettante alla persona che è caduta sul marciapiede.

Leggi anche: “Risarcimento danni caduta marciapiede: ultime sentenze“.


note

[1] Cass. Sez. 3° Civile, ord. n. 4035 del 16 febbraio 2021.

[2] Art. 2051 Cod. civ.

[3] Art. 1227 Cod. civ. norma applicabile anche alla responsabilità extracontrattuale in virtù del richiamo operato dall’art. 2056 Cod. civ.


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