Fisco: come intende cambiarlo Draghi

17 Febbraio 2021 | Autore:
Fisco: come intende cambiarlo Draghi

Il premier respinge l’idea di cambiare una tassa per volta ma punta ad interventi complessivi affidati a esperti. E cita la Danimarca: ecco perché.

Le tasse non si cambiano una alla volta, ma in modo complessivo per evitare che qualcuno se ne approfitti creando un meccanismo a suo favore. Ecco uno dei messaggi lanciati dal presidente del Consiglio, Mario Draghi, nel discorso con cui ha chiesto la fiducia al Senato. Nemmeno un’ora per illustrare come intende rimettere l’Italia sui binari che portano alla fine della pandemia e alla ripresa economica, attraverso il consolidamento di alcuni princìpi (due su tutti l’appartenenza all’Europa e l’irreversibilità dell’euro) e l’attuazione di riforme che toccheranno diversi settori, a partire dal Fisco.

Draghi non è entrato nei dettagli di una riforma fiscale che deve ancora essere scritta nei minimi particolari. Ma ha tracciato qualche linea di indirizzo per far capire a chi deve votargli la fiducia come pensa di muoversi.

Il premier è stato diplomatico nel fare riferimento a quant’è stato fatto fin qua in materia di politica fiscale. «Negli anni recenti – ha detto Draghi con passo felpato ma deciso – i nostri tentativi di riformare il Paese non sono stati del tutto assenti, ma i loro effetti concreti sono stati limitati». Insomma, e per dirla in un linguaggio più comune: la buona volontà non è mancata ma non è servita a molto. C’è, poi, quell’espressione «nostri tentativi» che non si sa se ha pronunciato da italiano o da ex governatore della Banca centrale europea. Poco importa: il problema è che bisogna cambiare registro. «Il problema – ha osservato Draghi – sta forse nel modo in cui spesso abbiamo disegnato le riforme: con interventi parziali dettati dall’urgenza del momento, senza una visione a tutto campo che richiede tempo e competenza». In effetti, dal 2008 a questa parte, per un motivo o per un altro, c’è sempre stata «un’urgenza del momento» da affrontare.

Come si traduce tutto questo in materia fiscale? Draghi parte da questa riflessione: «Non bisogna dimenticare che il sistema tributario è un meccanismo complesso, le cui parti si legano una all’altra». Dopodiché, la riflessione acquista il valore di un proposito, di uno dei pilastri della riforma fiscale che ci aspetta: «Non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta, un intervento complessivo rende anche più difficile che specifici gruppi di pressione riescano a spingere il Governo ad adottare misure scritte per avvantaggiarli». Di questo intervento complessivo farà parte «una revisione profonda dell’Irpef con il duplice obiettivo di semplificare e razionalizzare la struttura del prelievo, riducendo gradualmente il carico fiscale e preservando la progressività. Funzionale al perseguimento di questi ambiziosi obiettivi sarà anche un rinnovato e rafforzato impegno nell’azione di contrasto all’evasione fiscale».

Da uomo che per anni ha guidato la più importante istituzione finanziaria europea, cioè la Bce, Draghi ha imparato a guardarsi in giro e, in particolare, a chi all’interno del Vecchio continente ha adottato dei modelli che anche in Italia possono essere vincenti: «Le esperienze di altri Paesi – ha spiegato al Senato – insegnano che le riforme della tassazione dovrebbero essere affidate a esperti, che conoscono bene cosa può accadere se si cambia un’imposta».

Per essere ancora più chiaro, il presidente del Consiglio ha fatto l’esempio non della solita Germania ma della Danimarca, dove nel 2008 il Governo di Copenaghen aveva nominato una commissione di esperti in materia fiscale allo scopo di arrivare ad un taglio delle tasse. La Commissione, dopo un giro di consultazioni con partiti politici e parti sociali, presentò all’Esecutivo danese un piano contenente una riduzione della pressione fiscale pari a 2 punti del Pil. «L’aliquota marginale massima dell’imposta sul reddito – ha fatto notare Draghi – veniva ridotta, mentre la soglia di esenzione veniva alzata». Più o meno, ha aggiunto il premier, quello che era successo in Italia negli anni Settanta, quando fu deciso di seguire un metodo simile.

Draghi farà del Fisco, dunque, uno dei pilastri del suo Governo perché – ha scandito davanti ai Senatori –  «una riforma fiscale segna in ogni Paese un passaggio decisivo. Indica priorità, dà certezze, offre opportunità, è l’architrave della politica di bilancio».



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