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Movimento 5 Stelle verso la scissione

18 Febbraio 2021 | Autore:
Movimento 5 Stelle verso la scissione

Numeri contro il Governo più alti del previsto. Possibile un nuovo gruppo parlamentare. La base sempre più lontana, i pentastellati a pezzi.  

Il segnale è stato mandato ed è arrivato forte e chiaro alla dirigenza pentastellata: il Movimento 5 Stelle va verso la scissione. Non è possibile interpretare in altro modo il voto contrario alla fiducia al Governo Draghi espresso da ben 15 senatori, più del previsto, nonostante i leader grillini avessero espresso pieno consenso al nuovo Esecutivo. Quei 15 «no» a Draghi e le assenze strategiche di alcuni parlamentari a 5 Stelle sono un rifiuto ad un Governo di cui lo stesso Movimento fa parte con ben quattro ministri.  Rottura totale, insomma.

Tra i parlamentari che hanno negato la fiducia, ce ne sono due particolarmente «pesanti» all’interno del M5S, come Nicola Morra e Barbara Lezzi. Il primo, all’uscita di Palazzo Madama, si è quasi commosso quando ha ammesso di avere fatto qualcosa «che non mi mette certamente a mio agio ma – ha aggiunto Morra – ci sono dei momenti in cui bisogna rimanere da soli». Lezzi, più battagliera, aveva già annunciato che non avrebbe votato la fiducia. Ora, il passo successivo è la scissione vera e propria e la creazione – visto che questi numeri lo consentono – di un gruppo parlamentare autonomo. Giusto per cominciare bene questa terza fase del Movimento al Governo, insomma. Per sua fortuna, come si è dimostrato al voto di fiducia, l’Esecutivo non ha bisogno dei loro voti perché gode di un ampio consenso. Almeno per adesso.

Non è Draghi il vero problema e nemmeno il fatto di dover governare con chi fino a ieri ha preso i grillini a schiaffi. È la leadership che fa discutere. È la disaffezione degli iscritti. Sono le spinte separatiste di Alessandro Di Battista, che dice di non riconoscersi più nella creatura di Beppe Grillo. È una crisi di identità che, forse, prima o poi doveva arrivare. È una macchina che si è inceppata e che a stenti riesce a ripartire a pieno ritmo, con tutti i pezzi funzionanti al loro posto.

Ieri, fuori dal Senato, c’è stata l’ennesima dimostrazione di quanto il popolo pentastellato sia lontano dai dirigenti. Il comitato direttivo doveva essere rinnovato. E così è stato, infatti. Solo che i voti espressi dalla base sono stati quasi 7 volte in meno rispetto a quelli registrati per esprimersi sulla fiducia a Draghi: hanno partecipato in 12mila contro i 79mila della consultazione di settimana scorsa sul Governo. Un po’ pochino, trattandosi di un voto sulla linea di comando del Movimento.

Manca una leadership, una figura forte in grado di coinvolgere gli iscritti. Sono le stesse regole del Movimento a impedire che i «pesi massimi» prendano in mano la situazione. Di Luigi Di Maio non se ne parla. Roberto Fico è impegnato alla Presidenza della Camera e, quindi, è tagliato fuori. Davide Casaleggio non può in quanto socio della piattaforma Rousseau. Escluso perfino Giuseppe Conte: non era iscritto a giugno 2020. Viene in mente solo un altro nome «storico»: ma Di Battista ha appena sbattuto la porta.

La soluzione va trovata in fretta, perché è finito il periodo di reggenza di Vito Crimi. Almeno formalmente. I ribelli non mancano di ricordarglielo. Lui si difende: «Ho sentito Grillo». E che cosa ha detto il garante? «Di restare finché non verrà nominato il nuovo comitato». Poco cambia. Il vuoto di potere è evidente. E la scissione sempre più vicina.



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