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Tamponamento a catena: chi paga i danni?

21 Febbraio 2021 | Autore:
Tamponamento a catena: chi paga i danni?

Le regole risarcitorie quando la collisione avviene tra veicoli in movimento o fermi: come si ripartisce la responsabilità tra i conducenti coinvolti.

Sei sull’autostrada e scorgi una serie di veicoli fermi in colonna. Rallenti subito ed eviti di tamponare chi ti sta davanti. Da dietro, però, sopraggiunge una macchina ad alta velocità che non riesce a frenare. Ti urta con violenza e ti sbalza in avanti, così tu inevitabilmente tamponi il veicolo che ti precede. Di chi è la colpa? Il conducente dell’auto che hai colpito senza volerlo sostiene che è tutta tua. Tu gli ribatti di aver mantenuto la distanza di sicurezza e di aver frenato in tempo: perciò, il responsabile di entrambi i sinistri deve essere colui che ha tamponato te e poi di riflesso il veicolo antistante.

 La domanda è sempre la stessa e si ripete frequentemente sulle strade italiane: in un tamponamento a catena chi paga i danni? Le regole risarcitorie in caso di incidenti stradali assumono una connotazione particolare proprio quando c’è una molteplicità di collisioni che coinvolgono una serie di veicoli (almeno tre) che procedono tutti nella direzione di marcia.

Comunemente, si pensa che ciascuno dei veicoli coinvolti nella catena di tamponamenti debba risarcire il veicolo che lo precede ed essere risarcito da quello che segue: dunque, pagherebbero tutti tranne il primo, e l’ultimo non verrebbe mai compensato. Le cose, però, non stanno proprio così. La giurisprudenza distingue i casi di veicoli in movimento da quelli dei veicoli già fermi in colonna e stabilisce regole diverse.

Vediamo subito perché è fondamentale questa distinzione e quali sono le conseguenze in ciascuna delle due ipotesi, in modo da capire a chi, quando e come attribuire la responsabilità del sinistro.

La presunzione di pari responsabilità

La norma base in materia di sinistri stradali tra veicoli [1] fissa la regola della presunzione di pari responsabilità nella causazione dell’incidente: «Si presume fino a prova contraria che ciascuno dei conducenti abbia concorso ugualmente a produrre il danno subito dai singoli veicoli». Quindi, si presume un concorso di colpa del 50% per ciascuno, che in pratica dimezza il risarcimento dei danni.

Ma questo criterio non è assoluto: può essere superato se il danneggiato dimostra «di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno» e allora l’intera responsabilità ricadrà sull’altro conducente. Per arrivare a questo risultato, però, occorre provare innanzitutto di aver rispettato le regole di comportamento durante la marcia del proprio veicolo prima del tamponamento.

Gli obblighi del conducente

Bisogna quindi verificare in concreto qual è stata la condotta di guida tenuta e se il conducente ha rispettato o meno gli obblighi di circolazione imposti nei suoi confronti dal Codice della strada. Ai fini del tamponamento, sono essenziali due regole di condotta: la velocità e la distanza di sicurezza.

La velocità

Per quanto riguarda la prevenzione dei tamponamenti, viene in rilievo la specifica norma [2] che dispone: «è obbligo del conducente regolare la velocità del veicolo in modo che avuto riguardo alle caratteristiche, allo stato ed al carico del veicolo stesso, alle caratteristiche e alle condizioni della strada e del traffico e ad ogni altra circostanza di qualsiasi natura, sia evitato ogni pericolo per la sicurezza delle persone e delle cose ed ogni altra causa di disordine per la circolazione».

La distanza di sicurezza

Ma c’è anche un’altra importante disposizione del Codice della strada [3] da rispettare per evitare i tamponamenti: «Durante la marcia i veicoli devono tenere, rispetto al veicolo che precede, una distanza di sicurezza tale che sia garantito in ogni caso l’arresto tempestivo e siano evitate collisioni con i veicoli che precedono».

Regole di guida per evitare i tamponamenti

Tradotto in concreto ai fini dell’argomento che stiamo trattando, ciò significa che:

  • si deve moderare la velocità entro i limiti previsti per il tratto che si sta percorrendo e ancora di più, cioè ben al di sotto del limite imposto, se le concrete circostanze della strada, del traffico e della visibilità (che può essere ridotta da condizioni meteo avverse o da altri fattori, come il fumo provocato da un incendio) impongono di andare piano;
  • bisogna sempre rispettare e mantenere, durante la marcia, la distanza di sicurezza dal veicolo che precede (e, come vedremo a breve, anche riuscire a dimostrare di averlo fatto).

Chi ha violato queste basilari regole sarà ritenuto pienamente responsabile di aver causato il tamponamento, a meno che non dimostri, come ha affermato la Cassazione [4] «che il mancato tempestivo arresto dell’automezzo e la conseguente collisione sono stati determinati da cause in tutto o in parte a lui non imputabili», come un comportamento del tutto anomalo da parte del veicolo che precede.

Tamponamento a catena in colonna di veicoli ferma

C’è un’importante eccezione alle regole che abbiamo descritto: la presunzione di colpa paritaria non si applica quando la colonna di veicoli dove avviene il tamponamento è ferma. Sono i casi delle autovetture ferme ad un semaforo rosso, o degli incolonnamenti che avvengono su strade ed autostrade intensamente trafficate.

In tali casi, la giurisprudenza addebita la responsabilità del sinistro al conducente dell’ultimo veicolo della colonna, ritenendo, presuntivamente, che egli abbia provocato la prima collisione e da essa siano derivati i tamponamenti dei veicoli che lo precedono nell’incolonnamento.

La prova liberatoria

Il ragionamento della Corte di Cassazione [5] è questo: «Il conducente di un veicolo deve essere in grado di garantire in ogni caso l’arresto tempestivo dello stesso, evitando collisioni con il veicolo che precede, per cui l’avvenuto tamponamento pone a carico del conducente medesimo una presunzione “de facto” (di fatto) d’inosservanza della distanza di sicurezza; ne consegue che, esclusa l’applicabilità della presunzione di pari colpa, egli resta gravato dall’onere di fornire la prova liberatoria, dimostrando che il mancato tempestivo arresto del mezzo e la conseguente collisione sono stati determinati da cause in tutto o in parte a lui non imputabili».

La responsabilità dell’ultimo conducente

Vale a dire – come affermano chiaramente altre sentenze della Suprema Corte [6] – che «nel caso di scontri successivi facenti parte di una colonna in sosta, unico responsabile degli effetti delle collisioni è il conducente che le abbia determinate, tamponando da tergo l’ultimo dei veicoli della colonna stessa».

Insomma, nel caso di collisioni avvenute con veicoli momentaneamente fermi o in sosta, la responsabilità di tutti i tamponamenti dei veicoli precedenti viene attribuita all’ultimo conducente del veicolo della colonna, che è considerato l’unico che in quel momento era ancora in movimento; quindi si presume, fino a prova contraria, che non abbia rispettato la distanza di sicurezza ed il limite di velocità; ma egli per esimersi potrà fornire la prova liberatoria che abbiamo indicato.

Tamponamento a catena tra veicoli in movimento

Quando invece il tamponamento a catena si verifica tra veicoli in movimento, si riespande la regola base della presunzione di colpa che abbiamo esaminato, anche in questo caso superabile dalla prova liberatoria del conducente che dimostra di aver tenuto una condotta di guida diligente e rispettosa delle regole di circolazione e di aver fatto tutto il possibile per evitare di urtare il veicolo che lo precede.

Una nuova ordinanza della Cassazione [7] ha chiaramente affermato che per escludere la responsabilità risarcitoria ripartita in pari misura tra i conducenti della coppia di veicoli (tamponante e tamponato) è necessario fornire questa prova liberatoria di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno. Perciò, chi chiede il risarcimento integrale dei danni riportati a seguito di un tamponamento a catena avvenuto tra veicoli in movimento deve superare in tal modo la presunzione di colpa paritaria e ripartita tra i due conducenti dei veicoli coinvolti, che altrimenti dimezza l’importo da liquidare in suo favore.


note

[1] Art. 2054 co. 2 cod. civ.

[2] Art. 141 cod. strada.

[3] Art. 149 cod. strada.

[4] Cass. sent. n. 7804/2010.

[5] Cass.sent. n. 13703 del 31.05.2017.

[6] Cass. sent. n. 15788 del 15.06.2018; Cass. sent. n. 4021 del 19.02.2013.

[7] Cass. ord. n. 4304/21 del 18.02.2021.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3 – Ordinanza 12 gennaio – 18 febbraio 2021, n. 4304
Presidente Amendola – Relatore Porreca

Considerato che:

R.I. conveniva in giudizio Assitalia Le Assicurazioni d’Italia, quale impresa designata dal Fondo di Garanzia Vittime della Strada, esponendo di aver subito gravi lesioni alla persona a seguito di un sinistro occorso mentre era alla guida di un ciclomotore, e causato da un’automobile che era fuggita senza prestare soccorso: chiedeva pertanto i conseguenti danni anche non patrimoniali;
il Tribunale, davanti al quale resisteva la società di assicurazione, accoglieva parzialmente la domanda, riconoscendo un concorso di colpa paritario;
il seguente appello era dichiarato improcedibile con pronuncia cassata da questa Corte con sentenza n. 25585 del 2013;
riassunta la lite, la Corte di appello rigettava il gravame osservando che si era trattato di tamponamento a catena e non era stata superata la presunzione di colpa concorrente prevista dall’art. 2054 c.c., comma 2, mentre mancava una puntuale critica alla liquidazione del danno patrimoniale operata in prime cure, essendosi solo proposti svariati criteri differenti di calcolo per l’intero, a scelta della Corte;
avverso questa decisione ricorre per cassazione R.I. articolando due motivi.

Rilevato che:

con il primo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 2054, 2697 e 2727 c.c., art. 115 c.c., poiché la Corte di appello avrebbe errato, con ragionamento abnorme, affermando, apoditticamente, l’avvenimento di un tamponamento a catena, mentre, come accertato dal medesimo Collegio di merito, si era trattato di un tamponamento avvenuto con veicoli fermi in colonna, sicché, in difetto di una mancante prova liberatoria del primo tamponante, la responsabilità avrebbe dovuto concludersi essere rimasta in capo a quest’ultimo, con superamento della presunzione di concorso di colpa operante nei diversi casi di tamponamento a catena;
con il secondo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., poiché la Corte di appello avrebbe errato omettendo di pronunciarsi sulla censura inerente alla liquidazione del danno patrimoniale, negando vi fosse stata idonea critica sul punto alle opzioni della decisione di primo grado ma, al contempo, affermando che erano stati proposti differenti criteri di calcolo;
Vista la proposta formulata del relatore ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c.
Rilevato che il primo motivo è in parte inammissibile, in parte infondato;
questa Corte ha chiarito che:
a) ai sensi del D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 149, comma 1, il conducente di un veicolo dev’essere in grado di garantire in ogni caso l’arresto tempestivo dello stesso, evitando collisioni con il veicolo che precede, per cui l’avvenuto tamponamento pone a carico del conducente medesimo una presunzione “de facto” d’inosservanza della distanza di sicurezza; ne consegue che, esclusa l’applicabilità della presunzione di pari colpa di cui all’art. 2054 c.c. comma 2, egli resta gravato dall’onere di fornire la prova liberatoria, dimostrando che il mancato tempestivo arresto del mezzo e la conseguente collisione sono stati determinati da cause in tutto o in parte a lui non imputabili (cfr., ad esempio, Cass., 31/05/2017, n. 13703);
b) viceversa, nell’ipotesi di tamponamento a catena tra veicoli in movimento, trova applicazione l’art. 2054 c.c., comma 2, con conseguente presunzione “iuris tantum” di colpa in eguale misura di entrambi i conducenti di ciascuna coppia di veicoli (tamponante e tamponato), fondata sull’inosservanza della distanza di sicurezza rispetto al veicolo antistante, qualora non sia fornita la prova liberatoria di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, mentre;
c) nel caso di scontri successivi fra veicoli facenti parte di una colonna in sosta, unico responsabile degli effetti delle collisioni è il conducente che le abbia determinate, tamponando da tergo l’ultimo dei veicoli della colonna stessa (Cass., 19/02/2013, n. 4021, Cass., 15/06/2018, n. 15788);
nella fattispecie, la Corte di appello ha accertato che il ciclomotore tamponato, e poi finito contro altro veicolo antistante, “non era fermo” bensì oggetto di “guida” “in una situazione di traffico con veicoli fermi” in colonna (pag. 3 della sentenza impugnata), da questo facendone derivare l’operatività della presunzione ex art. 2054 c.c., comma 2, non superata;
ne deriva che non è applicabile quanto richiamato sub a) e c) bensì sub b);
fuori del descritto perimetro residua solamente un tentativo di revisione istruttoria, in questa sede come tale inammissibile;
infatti, è stato reiteratamente ribadito (Cass., 10/09/2019, n. 22525, Cass., 07/11/2019, n. 28619) che in tema di valutazione delle prove, il principio del libero convincimento, posto a fondamento degli artt. 115 e 116 c.p.c., opera sul piano dell’apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità, sicché, in questa chiave, la denuncia della violazione delle predette regole da parte del giudice del merito non configura un vizio di violazione o falsa applicazione di norme processuali, bensì un errore di fatto, che dev’essere censurato attraverso il corretto paradigma normativo del difetto di motivazione, e dunque nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass., 12/10/2017, n. 23940), fermo il limite dell’art. 348 ter, comma 5, c.p.c.;
ciò posto, se la violazione dell’art. 116 c.p.c., è idonea per altro verso a integrare il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 4, solo quando il giudice di merito disattenda il sopra ricordato principio in assenza di una deroga normativamente prevista, ovvero, all’opposto, valuti secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza probatoria soggetta a un diverso regime; viceversa la violazione dell’art. 115 c.p.c., può essere dedotta come analogo vizio solo denunciando che il giudice ha dichiarato espressamente di non dover osservare la regola contenuta nella norma, ovvero ha giudicato sulla base di prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli, e non anche che il medesimo, nel valutare le prove proposte dalle parti, ha finito per attribuire maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre (Cass., 10/06/2016, n. 11892, Cass., Sez. U., 05/08/2016, n. 16598, pag. 33);
la violazione dell’art. 2697 c.c., poi, si configura solamente se il giudice di merito applica la regola di giudizio fondata sull’onere della prova in modo erroneo, cioè attribuendo l’onere della prova a una parte diversa da quella che ne era onerata secondo le regole di scomposizione della fattispecie basate sulla differenza fra fatti costituivi ed eccezioni (Cass., Sez. U., 05/08/2016, n. 16598, pag. 35);
esclusa, come sopra evidenziato, la violazione del riparto dell’onere della prova derivante dall’art. 2054 c.c., comma 2, resta solo una proposta di rilettura in fatto;
il secondo motivo è inammissibile;
difatti, non si riporta in che termini fossero stati proposti i diversi criteri di non meglio specificato calcolo, con violazione degli artt. 366 c.p.c., nn. 3 e 6;
il rispetto dei suddetti parametri è necessario qualunque sia il tipo di errore denunciato, anche “in procedendo”, e non può essere assolto “per relationem” con rinvio ad atti del giudizio di appello, senza l’adeguata esplicazione del loro contenuto, dovendo al contrario specificarsi, in modo puntuale, il contenuto degli atti processuali e dei documenti sui quali il ricorso si fonda, nonché le specifiche circostanze che potevano condurre, se appropriatamente considerate, a una diversa decisione, e dovendo il ricorso medesimo contenere, in sé, tutti gli elementi che diano al giudice di legittimità la possibilità di provvedere al diretto controllo della decisività dei punti controversi (Cass., 31/05/2011, n. 11984, Cass., 29/09/2017, n. 22880, Cass., 25/09/2019, n. 23834);
non deve provvedersi sulle spese attesa la mancata difesa di parte intimata.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo e dichiara inammissibile il secondo.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, la Corte dà atto che il tenore del dispositivo è tale da giustificare il pagamento, se dovuto e nella misura dovuta, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso.


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