Bonus 600 euro: cosa fare se l’Inps li rivuole

19 Febbraio 2021 | Autore:
Bonus 600 euro: cosa fare se l’Inps li rivuole

Stanno arrivando in questi giorni le prime lettere a chi avrebbe percepito «somme non spettanti». 

In principio, fu il caos del bonus da 600 euro percepito dai parlamentari, che sollevò un polverone di indignazione. Era la rovente estate 2020, mese di agosto; la notizia lanciata in prima pagina da Repubblica. Sono mesi che non se ne parla. L’Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps), intanto, ha erogato le altre tranche del contributo.

È notizia di questi giorni – fonte: Centro Studi Fiscal Focus – che si sia ufficialmente messa in moto la macchina delle riscossioni. Stanno infatti arrivando in queste ore le prime lettere dall’Istituto per riavere indietro le somme erogate tra marzo e aprile 2020 a quei soggetti che, in realtà, non ne avevano diritto.

I percettori con mandato politico

L’agevolazione era stata inserita nel decreto Cura Italia, entrato in vigore a marzo, a crisi Covid appena iniziata. È stata poi reiterata dai decreti Rilancio e da un provvedimento interministeriale di luglio 2020. Il contributo di 600 euro era un’indennità a sostegno dei lavoratori, anche autonomi, le cui attività professionali avessero risentito particolarmente dell’emergenza sanitaria.

I parlamentari che percepirono il bonus, all’epoca, lo potevano fare a tutti gli effetti: per la legge ne avevano diritto, nonostante facesse scalpore che chi occupava uno scranno in Parlamento si attaccasse a 600 euro d’indennità.

Il contributo è stato poi definito incompatibile con i gettoni di presenza che percepisce chi esercita un mandato politico. Proprio per questo, adesso, starebbero arrivando le lettere, principalmente rivolte a chi ricopre una carica istituzionale. Non solo parlamentari, ma anche consiglieri e assessori regionali, sindaci e assessori o consiglieri di piccoli Comuni.

Per l’Unione nazionale comuni comunità enti montani (Uncem) è a dir poco paradossale. «La richiesta – spiega il presidente nazionale Uncem, Marco Bussone – è fatta sulla base di un assurdo parere del ministero del Lavoro che equipara indennità di funzione e gettone di presenza e non distingue le diverse situazioni, concludendo per la incompatibilità del bonus da parte di tutti coloro che hanno un “mandato politico”. Si può comprendere per parlamentari, consiglieri e assessori regionali, ma il parere è assurdo per assessori comunali e sindaci, oltre che per i consiglieri comunali che in genere percepiscono gettoni di presenza di poche decine di euro lordi».

Ecco perché, secondo Bussone, «i consiglieri comunali e i sindaci non devono, a nostro giudizio, restituire alcunché all’Inps» e invita a fare «presto chiarezza in questa direzione».

La mancata spiegazione

Oltretutto c’è un secondo problema, rilevato dal Centro Studi Fiscal Focus. Nelle lettere ai diretti interessati, non si precisa perché la persona non doveva percepire l’indennità, dando quindi per scontata la questione della carica politica ricoperta. Si fa presente solo che l’importo non era dovuto.

Chi si è visto recapitare l’avviso tramite raccomandata ha letto nel testo che, «a seguito di verifiche, è emerso che lei ha ricevuto, per il periodo 01/03/2020-30/04/2020, un pagamento non dovuto sulla prestazione indennità per emergenza Covid-19 per un importo complessivo di 1.200 euro, per la seguente motivazione: è stata percepita l’indennità una tantum per emergenza Covid, di cui all’articolo 28 del decreto-legge 17 marzo 2020 nr. 18, non spettante». Se ne chiede quindi la restituzione.

Il fatto, però, che l’Inps non entri nel merito delle motivazioni «è assolutamente un’anomalia» secondo Antonio Gigliotti, fondatore di Fiscal Focus, che all’agenzia di stampa Agi ha dichiarato che «i contribuenti, ancora una volta, non sono posti nelle condizioni di comprendere appieno l’indebito comportamento loro contestato, condizione essenziale per poter valutare la correttezza della pretesa avanzata dall’Inps».

Come fare per saperne di più

L’unico modo per provare a saperne di più è cercare di contattare gli uffici entro trenta giorni dalla ricezione della lettera. Altrimenti, ci si può rivolgere gli enti di patronato riconosciuti. Gigliotti fa notare che, anche da questo punto di vista, l’assistenza all’utente è carente: «I chiarimenti sono impossibili: i call center non danno spiegazioni e andare materialmente negli uffici non è possibile, quindi il contribuente è all’oscuro».

Passati i trenta giorni senza avere riscontri, l’Inps «sarà tenuto per legge ad avvalersi dell’agente della riscossione competente per il recupero coattivo dei propri crediti», si legge ancora sul portale Fiscal Focus.



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1 Commento

  1. Quindi se si sa già dalla partenza che gli operatori del call center INPS non sono in gradi di darti una risposta, si chiude un occhio e a malincuore si restituiscono i soldi anche se non si sa il vero motivo?

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