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Pignoramento stipendio, licenziamento e nuova assunzione

21 Febbraio 2021
Pignoramento stipendio, licenziamento e nuova assunzione

Che fine fa il pignoramento in corso sulla busta paga se il dipendente si fa licenziare e ottiene un nuovo posto di lavoro?

Cosa succede in caso in cui si abbia in corso un pignoramento dello stipendio, si subisca un licenziamento e poi una nuova assunzione? Immaginiamo una persona che non abbia pagato un debito e che, perciò, abbia subito un pignoramento presso terzi. Il datore di lavoro, in forza dell’ordine dell’ufficiale giudiziario prima e del giudice dopo, fa una trattenuta del 20% della busta paga per poi versarla al creditore. 

Immaginiamo ora che il dipendente venga licenziato e, poco dopo, riesca a trovare un nuovo lavoro. Oppure ipotizziamo che, licenziato dal suo stesso datore di lavoro, venga da questi riassunto con un diverso contratto. Che fine fa il pignoramento? Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Licenziamento e nuova assunzione: che fine fa il pignoramento?

Nel caso in cui il dipendente pignorato venga licenziato, il pignoramento decade, ma si trasferisce automaticamente sul Tfr che l’azienda è tenuta a versargli. Anche in questo caso sussiste il limite del “quinto”: il 20% del trattamento di fine rapporto viene cioè trattenuto dal datore di lavoro per essere versato al creditore. 

A quel punto, se il debito residuo è inferiore al quinto del Tfr, il lavoratore licenziato è definitivamente libero non solo dal pignoramento ma anche da ogni residuo obbligo nei confronti del creditore.

Viceversa, se il debito residuo è superiore al quinto del Tfr, il pignoramento si estingue ma il creditore resta ugualmente libero di avviare nuove azioni esecutive nei confronti del debitore. 

A quel punto, se il debitore dovesse essere assunto presso una nuova azienda, il precedente pignoramento non potrebbe mai sopravvivere, essendosi estinto definitivamente. 

Al creditore spetterebbe dunque avviare una nuova procedura. Procedura che deve comunque partire dalla notifica di un nuovo atto di precetto per poi proseguire con la notifica di un ulteriore atto di pignoramento presso terzi, notificato anche al nuovo datore di lavoro. Di lì scatterebbe il dovere per quest’ultimo di accantonare il quinto dello stipendio per come già avvenuto in passato.

Come fa il creditore a sapere del nuovo posto di lavoro?

A questo punto, ci si può chiedere come fa il creditore a sapere presso quale azienda notificare il nuovo atto di pignoramento. In altri termini, chi gli può rivelare che il debitore ha trovato un nuovo lavoro? La legge gli consente di presentare, al presidente del tribunale, una volta notificato il precetto, un’istanza di accesso all’Anagrafe Tributaria.

L’anagrafe tributaria è un registro dell’Agenzia delle Entrate dove sono indicati tutti i redditi dei contribuenti, ivi compresi quelli da lavoro dipendente. In buona sostanza, consultando tale archivio telematico, il creditore può conoscere il nome dell’azienda presso cui il debitore è stato assunto. Chiaramente, l’iniziativa di controllare l’Anagrafe spetta comunque a questi.

Pignoramento stipendio e riassunzione presso lo stesso datore di lavoro

Poniamo che il dipendente pignorato venga licenziato e, poi, riassunto dallo stesso datore, magari con mansioni diverse. Il tutto allo scopo di frodare il creditore.

In questo caso, se la riassunzione avviene immediatamente, ossia nello stesso momento del licenziamento, è da ritenere che il pignoramento slitti in automatico sia sul quinto del Tfr già maturato, sua sullo stipendio derivante dalle nuove mansioni. Questo perché l’atto di pignoramento obbliga il datore a trattenere qualsiasi somma dovuta al proprio dipendente, a prescindere dalla causa e, quindi, dal tipo di contratto. 

Se invece tra il licenziamento e la riassunzione dovesse esserci una cesura temporale di uno o più anni, è verosimile che il pignoramento richieda l’avvio di una nuova procedura, come descritta nel precedente paragrafo.

Se invece il nuovo rapporto di lavoro dovesse sorgere in nero, allora il datore di lavoro – che comunque commetterebbe un illecito amministrativo nel non “dichiarare” il proprio dipendente – potrebbe essere citato dal creditore dinanzi al giudice per «l’accertamento dell’obbligo del terzo», ossia per corrispondere comunque il quinto dello stipendio erogato in modo occulto al dipendente. 



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