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Continui litigi in famiglia: quando sono reato?

22 Febbraio 2021 | Autore:
Continui litigi in famiglia: quando sono reato?

Le ripetute e violente discussioni dei genitori in presenza dei figli integrano il reato di maltrattamenti in famiglia?

Un litigio può diventare reato? In linea di massima no, anche se tutto dipende dalle circostanze, dalle persone coinvolte, dalla frequenza degli alterchi e da altre condizioni che potrebbero tramutare la condotta in un reato in piena regola. I litigi in famiglia possono mettere a repentaglio la serenità dei minori che sono costretti ad assistervi; ma non solo: anche le persone adulte coinvolte direttamente nelle discussioni potrebbero essere vittime di azioni penalmente rilevanti.

Quando i continui litigi in famiglia sono reato? Sin da subito, possiamo dire che le diatribe in casa possono sfociare nel reato di maltrattamenti contro i familiari o i conviventi se i litigi sono causa anche solamente di un danno psicologico nei confronti della vittima.

La persona offesa dal reato può essere tanto la persona coinvolta direttamente nel litigio quanto il minore che vi assiste: secondo la Suprema Corte, infatti, i continui litigi dei genitori davanti ai figli integrano il reato di maltrattamenti in famiglia. Se l’argomento ti interessa e vuoi saperne di più, prosegui nella lettura: vedremo insieme in quali occasioni i litigi familiari costituiscono reato.

Maltrattamenti contro familiari o conviventi: cos’è?

I maltrattamenti contro familiari o conviventi sono un reato punito con la reclusione da tre a sette anni; nei casi più gravi, la pena può arrivare fino a nove anni, giungendo al tetto massimo di ventiquattro anni in caso di morte della persona maltrattata.

Per la precisione, la legge punisce con il reato di maltrattamenti contro familiari o conviventi chi maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte [1].

In cosa consistono i maltrattamenti?

Per maltrattamenti si intende ogni tipo di condotta che si traduce in un abuso nei confronti della vittima.

Nei maltrattamenti non rientrano soltanto i soprusi fisici, ma anche quelli psicologici. Ad esempio, costituisce maltrattamento la condotta vessatoria consistente in continui insulti e umiliazioni.

In buona sostanza, ogni tipo di abuso, fisico o morale, se ripetuto nel tempo, è idoneo a integrare il delitto di maltrattamenti.

Una sola condotta colpevole non è invece sufficiente. Ad esempio, il padre che percuote il figlio in preda a un improvviso e occasionale stato d’ira rischia di essere incriminato per percosse o per lesioni personali, ma non per maltrattamenti.

Litigi in famiglia: quando si integrano i maltrattamenti?

Un litigio in famiglia non può sicuramente costituire reato. Le cose cambiano quando le discussioni, magari caratterizzate da toni accessi e violenti, si ripetono costantemente nel tempo e ad assistervi vi è un minorenne, ad esempio il figlio della coppia litigiosa.

Secondo la Corte di Cassazione [2], le continue discussioni in presenza della prole integrano il reato di maltrattamenti in famiglia poiché, a causa dei conflitti ricorrenti, i minori potrebbero riportare danni psicologici irreversibili che si ripercuoterebbero inevitabilmente nell’arco della loro crescita.

Secondo i Supremi giudici, ciò vale non solo per i figli già nati, ma anche per i feti ancora nel grembo materno che comunque percepiscono tutto ciò che accade nell’ambiente circostante.

Insomma, per la giurisprudenza va condannata la coppia che litiga continuamente in presenza della prole, purché si tratti di ripetuti episodi di aggressività fisica e psicologica, con condotte vessatorie e continue discussioni, minacce e danneggiamenti di suppellettili.

In buona sostanza: affinché i litigi in famiglia si tramutino nel reato di maltrattamenti occorre che le liti siano violente e abituali, e che la prole abbia modo di assistervi anche se non mostra segni esteriori di ripercussione psicologica.

Litigi: quando è reato contro il convivente?

I continui litigi in famiglia possono integrare il delitto di maltrattamenti anche nei confronti della persona direttamente coinvolta nella discussione. Perché ciò avvenga, però, è necessario che il litigio si tramuti in una vessazione psicologica costante nel tempo nei confronti del convivente.

In altre parole, le continue discussioni in famiglia possono costituire reato non solo nei riguardi della prole che vi assiste ma anche nei confronti della persona direttamente coinvolta. Ciò tuttavia può accadere solamente se il litigio è una manifestazione di abuso (fisico o psicologico) nei riguardi del convivente.

Si pensi, ad esempio, al litigio che assume i connotati della persecuzione nei confronti dell’altro, costretto a continue denigrazioni e umiliazioni. In altre parole, se il litigio costituisce lo strumento per mortificare e annichilire il convivente, allora il reato di maltrattamenti si integrerà nei riguardi del partner oltre che della prole (a condizione che quest’ultima vi assista).

Insomma: il disagio psicologico derivante dai continui litigi può far scattare il reato di maltrattamenti nei riguardi anche del convivente.


note

[1] Art. 572 cod. pen.

[2] Cass., sent. n. 18833/2018.

Autore immagine: canva.com/


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