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I guadagni di un coniuge rientrano nella comunione dei beni?

27 Giugno 2021 | Autore:
I guadagni di un coniuge rientrano nella comunione dei beni?

I proventi realizzati da ciascuno vanno divisi in caso di scioglimento, ma durante il matrimonio ognuno può disporne se ha soddisfatto i bisogni della famiglia.

In una coppia sposata dove lui, o lei, guadagnano soldi con le loro rispettive attività svolte, i proventi devono entrare nella cassa della famiglia oppure possono essere trattenuti dal singolo coniuge per sé ed essere destinati a soddisfare le esigenze personali? Bisogna capire se i guadagni di un coniuge rientrano nella comunione dei beni oppure possono non confluire in essa, e se è ammesso o no che marito e moglie li spendano per sé stessi: le conseguenze pratiche sono evidentemente molto diverse. L’impatto è notevole soprattutto se il matrimonio dura diversi anni e potrebbero esserci importanti somme risparmiate da ciascuno, che non sono state spese nel corso del tempo. I coniugi allora devono sapere come vanno divise queste sostanze accumulate con i contributi di marito e moglie, che potrebbero essere stati diversi.

La risposta a questa domanda impegnativa è arrivata da una pronuncia della Cassazione, che ha stabilito quando questi proventi devono entrare in comunione e quando invece il marito o la moglie che li hanno guadagnati possono disporne liberamente.

Comunione dei beni tra i coniugi: cosa comprende

La comunione dei beni tra i coniugi è il regime che opera normalmente nella coppia sposata, se non c’è una diversa convenzione che stabilisce la separazione dei beni tra marito e moglie.

La comunione dei beni crea un patrimonio comune nel quale vengono condivisi gli incrementi di ricchezza che ciascuno dei due coniugi consegue, anche per effetto della propria attività lavorativa, commerciale o imprenditoriale. Ma vi sono importanti distinzioni a seconda delle tipologie dei beni: alcuni rientrano in comunione, altri ne rimangono esclusi.

La legge [1] regola tutti questi casi e stabilisce che:

  • la comunione comprende i beni acquistati dai coniugi (insieme o separatamente) durante il matrimonio, tranne quelli strettamente personali;
  • entrano in comunione dei beni anche le aziende costituite e gestite da entrambi i coniugi dopo il matrimonio. Se invece l’impresa apparteneva già ad uno dei due prima di sposarsi, la comunione concerne solo gli utili e gli incrementi aziendali;
  • vanno in comunione i risparmi di ciascun coniuge che non sono stati investiti nell’acquisto dei beni e che si trovano nel patrimonio al momento dello scioglimento della comunione: perciò, essi fanno parte della massa comune che andrà divisa tra marito e moglie.

Quali beni sono esclusi dalla comunione tra coniugi

Rimangono «beni personali» [2] di ciascun coniuge e, perciò, sono esclusi dalla comunione:

  • i beni che appartenevano a ciascuno dei coniugi prima del matrimonio;
  • i beni acquisiti da ciascuno dopo il matrimonio per effetto di donazione o di successione (a meno che l’atto o il testamento li attribuisca espressamente alla comunione);
  • i beni di uso strettamente personale, quelli necessari per l’esercizio della professione e quelli ottenuti in risarcimento di danni.

I redditi di un coniuge fanno parte della comunione dei beni?

I redditi personali conseguiti da ciascuno dei coniugi, invece, come lo stipendio, non cadono in comunione e, perciò, rimangono nella disponibilità di chi li ha percepiti. Non c’è una piena libertà di utilizzo, perché in ogni caso resta fermo il dovere di contribuire al mantenimento della famiglia.

Questo significa, in concreto, che ciascun coniuge dovrà decidere quale porzione del proprio reddito destinare al consumo familiare o all’acquisto di beni che per loro natura fanno parte della comunione (come la casa e i mobili) e quale riservare alle proprie esigenze personali, spendendoli o risparmiandoli, ma solo dopo aver assolto ai necessari doveri di contribuzione verso la famiglia.

I risparmi presenti allo scioglimento della comunione

Spesso, si verifica che al momento di scioglimento della comunione (per separazione e divorzio o per mutamento del regime patrimoniale della coppia), ci siano somme di denaro depositate su conti correnti bancari e postali, investite in titoli azionari ed obbligazionari oppure detenute in contanti.

Abbiamo visto che questi risparmi fatti da ciascun coniuge su una parte dei propri redditi non cadono automaticamente in comunione, a prescindere dal modo in cui sono stati impiegati o investiti, ma la somma presente nel momento in cui la comunione si scioglie rientra nel patrimonio da dividere.

La comunione de residuo: cos’è e cosa comporta

È come se vi fosse un tipo di comunione vigente durante la durata del matrimonio e un altro genere di comunione, che potremmo definire differita, o residuale: in diritto, essa è chiamata, con espressione latina, comunione de residuo.

La comunione de residuo comprende «i proventi dell’attività separata di ciascuno dei coniugi», i quali costituiscono oggetto della comunione dei beni se, al momento dello scioglimento, «non siano stati consumati». Con questa distinzione la legge [3] ha voluto conciliare la finalità di lasciare a ciascun coniuge la disponibilità dei suoi redditi personali e di garantire che, se e quando la comunione si scioglie, i risparmi rimasti vengano equamente divisi.

In una nuova ordinanza, la Corte di Cassazione [4] ha affermato che «la comunione de residuo si realizza al momento dello scioglimento della comunione limitatamente a quanto effettivamente sussista nel patrimonio del singolo coniuge e non a quanto avrebbe potuto ivi rinvenirsi».

Riallacciandosi a una sua precedente sentenza [5] la Suprema Corte ha stabilito che: «Sono perciò esclusi dalla comunione legale i proventi dell’attività separata svolta da ciascuno dei coniugi e consumati, anche per fini personali, in epoca precedente allo scioglimento della comunione».

Nell’occasione, gli Ermellini hanno ricordato che «i proventi realizzati da ciascuno dei coniugi non confluiscono immediatamente in comunione ed il percettore, assolti i doveri di contribuzione, è perciò libero di disporne»; con la conseguenza che alla fine «essendone avvenuta la consumazione, essi non sono più sussistenti al momento dello scioglimento della comunione e dunque nessun diritto de residuo può accampare su di essi l’altro coniuge».


note

[1] Art. 177 Cod. civ.

[2] Art. 179 Cod. civ.

[3] Art. 177, lett. c), Cod. civ.

[4] Cass. ord. n. 3767/21 del 12.02.2021.

[5] Cass. sent. n. 2597 del 8.02.2006.


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