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Contagio dopo il rifiuto del vaccino: risarcimento in dubbio

22 Febbraio 2021
Contagio dopo il rifiuto del vaccino: risarcimento in dubbio

L’Inail verso la negazione della copertura infortunistica a chi sceglie di non farsi iniettare il siero anti-Covid.

Chi si ammala di Coronavirus, contagiandosi in ufficio, può pretendere un risarcimento per infortunio sul lavoro se non si è voluto vaccinare? La domanda avrà presto risposta, in relazione al caso dei 15 infermieri dell’ospedale San Martino di Genova che non si sono voluti vaccinare e poi hanno contratto il virus.

A rivolgere il quesito all’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (Inail) è stato il direttore generale dell’ospedale genovese, Salvatore Giuffrida.

«Chiedo se si riconduca all’infortunio sul lavoro, con conseguente applicazione delle relative tutele, l’ipotesi in cui il personale contragga il virus senza aver aderito alla profilassi vaccinale, oppure se venga fatto un distinguo tra chi non si è sottoposto volontariamente oppure per una particolare condizione di salute», ha scritto il dg nella richiesta di parere inoltrata all’istituto.

La risposta dall’Inail Liguria è stata la seguente: «Questa direzione territoriale, in virtù della complessità e delicatezza della problematica evidenziata, concernente molteplici aspetti eterogenei, ritiene indispensabile e opportuno sottoporre la questione direttamente alla direzione centrale competente».

Una decisione, dunque, non c’è ancora. Ma molta parte della stampa italiana, oggi, scrive che l’Istituto è propenso al no, quindi sarebbe orientato a negare la copertura infortunistica a chi non si vaccina contro il Covid, perché l’aver contratto l’infezione sul posto di lavoro, a quel punto, non può essere considerato un infortunio. A dare la stura a questa idea, un’intervista del Corriere della Sera a Cesare Damiani, ex ministro del Lavoro e componente del consiglio di amministrazione dell’Inail che, però, specifica di parlare a titolo esclusivamente personale. La sua opinione è che «è logico che chi decide di non vaccinarsi e svolge una mansione a rischio poi non possa chiedere il riconoscimento dell’infortunio sul lavoro. Anzi, dovrebbe essere messo nelle condizioni di non essere un pericolo per sé e per gli altri, evitando il licenziamento, ma svolgendo mansioni che non hanno contatto con il pubblico».

Per Damiani «la soluzione migliore sarebbe una legge sull’obbligo di vaccinazione, almeno per alcune categorie». Strada che, però, al momento non è stata imboccata: il precedente Governo temeva sarebbe stata controproducente, riservandosi l’introduzione solo a titolo di «correttivo», laddove il numero di adesioni alla campagna di vaccinazione fosse particolarmente basso.

Inoltre, il tema è legato a doppio filo a quello della protezione dei dati personali. Il Garante della Privacy, pochi giorni fa, ha precisato in un documento che il datore di lavoro non può chiedere al suo dipendente se si è vaccinato: il trattamento di questo tipo di dati sanitari compete solo al medico aziendale competente (per approfondire leggi qui: Vaccino Covid: cosa non può fare il datore di lavoro).

Nell’ambito dell’istruttoria potrebbe anche intervenire direttamente il ministero del Lavoro, prendendo una decisione in tema di obbligatorietà vaccinale almeno per alcune categorie a rischio, come quella del personale sanitario.

Finora, sono 147mila i casi di contagio sul lavoro segnalati all’Inail, con 461 morti e la categoria del personale sanitario che risulta essere la più colpita. I diretti interessati – o gli eredi, in caso di decesso – hanno diritto al rimborso, se la denuncia è fondata. Ma, se fino all’anno scorso, l’indennizzo era automatico, dal momento che non era ancora stata avviata la campagna vaccinale, adesso i vaccini ci sono.

Quindi, è legittimo porsi il dubbio del direttore generale dell’ospedale di Genova, che considera la scelta dei 15 infermieri «una grave inadempienza deontologica da parte di chi opera in strutture sanitarie e ha il dovere di curare la propria salute, oltre a quella dei pazienti, per il principio implicito che l’una dipende dall’altra».

«Non voglio suggerire soluzioni – dichiara Giuffrida – né spingere verso una o un’altra, dico solo che qui si apre una questione giuridica e mi pare opportuno che l’Inail la valuti e dia una risposta».



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