I buoni pasto in smart working non fanno reddito

23 Febbraio 2021 | Autore:
I buoni pasto in smart working non fanno reddito

Secondo l’Agenzia delle Entrate, il datore non deve applicare la ritenuta Irpef sotto il valore dei ticket stabilito dalla normativa.

Il datore di lavoro non deve applicare la ritenuta a titolo di acconto Irpef sul valore dei buoni pasto dei dipendenti in smart working. Come ha appena chiarito l’Agenzia delle Entrate, infatti, il buono pasto resta fuori dal reddito di lavoro dipendente.

Nello specifico, il Fisco precisa che non concorrono alla formazione del reddito del lavoratore dipendente:

  • le somministrazioni di vitto da parte del datore di lavoro, nonché quelle in mense organizzate direttamente dal datore di lavoro o gestite da terzi;
  • le prestazioni sostitutive delle somministrazioni di vitto fino all’importo complessivo giornaliero di euro 4, aumentato a euro 8 nel caso in cui le stesse siano rese in forma elettronica;
  • le indennità sostitutive delle somministrazioni di vitto corrisposte agli addetti ai cantieri edili, ad altre strutture lavorative a carattere temporaneo o ad unità produttive ubicate in zone dove manchino strutture o servizi di ristorazione fino all’importo complessivo giornaliero di euro 5,29.

Il senso di questa norma in base alla quale i buoni pasto non fanno reddito per il lavoratore in smart working è il seguente: detassare i soldi che il datore deve riconoscere al dipendente per provvedere alle sue esigenze alimentari quando deve consumare un pasto durante l’orario di lavoro.

L’Agenzia ricorda quanto disposto dal Regolamento del Mise in materia di servizi sostitutivi di mensa, ovvero che i buoni pasto:

  • consentono al titolare di ricevere un servizio sostitutivo di mensa di importo pari al valore facciale del buono pasto;
  • consentono all’esercizio convenzionato di provare documentalmente l’avvenuta prestazione nei confronti delle società di emissione;
  • sono utilizzati esclusivamente dai prestatori di lavoro subordinato, a tempo pieno o parziale, anche qualora l’orario di lavoro non preveda una pausa per il pasto, nonché dai soggetti che hanno instaurato con il cliente un rapporto di collaborazione anche non subordinato;
  • non sono cedibili, né cumulabili oltre il limite di otto buoni, né commercializzabili o convertibili in denaro e sono utilizzabili solo dal titolare;
  • sono utilizzabili esclusivamente per l’intero valore facciale.

Ora, la normativa non definisce con precisione le prestazioni sostitutive di mensa, ma si limita a prevedere che non concorrano al reddito entro i 4 euro o entro gli 8 euro se si tratta di buoni pasto elettronici. «In assenza, pertanto, di disposizioni che limitano l’erogazione, da parte del datore di lavoro, dei buoni pasto in favore dei propri dipendenti – spiega a questo punto l’Agenzia delle Entrate – si ritiene che per tali prestazioni sostitutive del servizio di mensa trovi applicazione il regime di parziale imponibilità prevista dal Tuir, indipendentemente dall’articolazione dell’orario di lavoro e dalle modalità di svolgimento dell’attività lavorativa».

Il Fisco aggiunge che i buoni pasto riconosciuti ai lavoratori agili «non concorrano alla formazione del reddito di lavoro dipendente» e che, pertanto, il datore non sia tenuto ad operare nei confronti di questi lavoratori la ritenuta a titolo di acconto Irpef sul valore dei buoni pasto fino a euro 4, se cartacei, ovvero euro 8, se elettronici».



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