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Coltivare cannabis in casa è reato?

23 Febbraio 2021 | Autore:
Coltivare cannabis in casa è reato?

Coltivazione domestica di sostanza stupefacente: le tecniche rudimentali di coltura e lo scarso numero di piante escludono la punibilità?

Non bisogna essere esperti giuristi per sapere che la detenzione e la coltivazione di cannabis costituiscono condotte pericolose, in grado di far scattare sanzioni penali molto elevate. È altrettanto noto, però, che il consumo personale di droga non costituisce reato ma solo un illecito amministrativo. È proprio su questo confine sottile che si gioca la partita tra ciò che è reato e ciò che non lo è, anche in tema di coltivazione domestica di canapa. Coltivare cannabis in casa è reato? Se sì, in quali circostanze?

La Corte di Cassazione [1] ha avuto più volte modo di ribadire che devono ritenersi escluse dalla punibilità penale le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica, che, per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile e la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore. Questo orientamento, oltre che essere oramai granitico, è stato recentemente ribadito anche in riferimento a coltivazioni un po’ più estese: nel caso di specie, infatti, è stato assolto un uomo che possedeva una coltivazione domestica di undici piantine di canapa. Se l’argomento ti interessa e vuoi sapere quando coltivare cannabis in casa è reato, prosegui nella lettura.

Coltivazione cannabis: cosa dice la legge?

In linea di massima, coltivare cannabis in casa senza i necessari permessi costituisce reato.

Secondo la legge [2], «Chiunque, senza apposita autorizzazione ministeriale, coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, consegna per qualunque scopo sostanze stupefacenti, è punito con la reclusione da sei a venti anni e con la multa da 26mila a 260mila euro».

La pena può essere ridotta (reclusione da sei mesi a quattro anni e multa da 1.032 a 10.329 euro) se, per i mezzi, la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze, la condotta vietata è di lieve entità.

Droga per uso personale: è reato?           

Non costituisce reato la detenzione di droga per uso personale. In pratica, chi viene trovato in possesso di sostanza stupefacente che, per quantità e modalità di detenzione, fa presumere che siano destinate al consumo personale, non commette reato ma solamente un illecito amministrativo.

Come illustrato nell’articolo Detenzione droga: quando non è punibile, il ministero ha emanato delle apposite tabelle che specificano il quantitativo massimo di sostanza stupefacente che si può possedere per non incorrere nel reato di detenzione di droga al fine di spaccio.

In altre parole, chi possiede sostanze stupefacenti entro i limiti fissati dal Governo, non sarà perseguibile penalmente, in quanto si presumerà che la droga sia per uso personale, salvo che, per via delle modalità di detenzione della stessa, le circostanze non facciano pensare il contrario: si pensi a colui che abbia già precedenti per spaccio, oppure a chi venga trovato in possesso dei classici strumenti che accompagnano la cessione, tipo il bilancino, il coltellino, la carta stagnola, ecc.

Coltivazione domestica di canapa: quando è reato?

La coltivazione domestica di canapa costituisce reato, a meno che la coltivazione sia di dimensioni ridottissime, tale da poter far ritenere sin da subito che la sostanza stupefacente non possa essere spacciata ma sia destinata all’uso esclusivamente personale.

La sentenza delle Sezioni unite della Corte di Cassazione (citata in apertura) riguardava una coltivazione domestica di sole due piante di marijuana. Per i giudici si trattava di coltivazione di minime dimensioni che sembravano destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore per via delle rudimentali tecniche utilizzate, per lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile e la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti.

Secondo un’altra sentenza [3], non si può invece parlare di coltivazione domestica penalmente irrilevante se le tecniche di coltivazione non sono rudimentali.

E così, anche solo quattro piante di marijuana sono sufficienti per escludere la coltivazione domestica destinata a un uso esclusivamente personale della sostanza stupefacente, se l’imputato non utilizza tecniche rudimentali di coltivazione ma si avvale di una serra per la coltivazione, con specifico impianto di areazione, lampade UV e idoneo riscaldamento.

Insomma, affinché la coltivazione non costituisca reato occorre contemporaneamente la presenza di due elementi: le tecniche rudimentali di coltivazione e lo scarso numero di piante. Ricorrendo solamente quest’ultima condizione, l’imputato è stato condannato per il reato di coltivazione di sostanze stupefacenti.

Da ultimo, la Corte di Cassazione [4] ha escluso la rilevanza penale di una coltivazione in casa composta di undici piante di cannabis.

Secondo i Supremi giudici, si deve parlare di coltivazione domestica penalmente irrilevante per via delle concrete modalità del fatto. Nel caso di specie, infatti, si trattava di piante coltivate in vasi, all’interno dell’abitazione, senza la predisposizione di particolari cautele per rafforzarne la produzione, quali la predisposizione di un impianto di irrigazione o di illuminazione. Il numero modesto di piante aveva peraltro consentito l’estrazione di un quantitativo minimo di sostanza stupefacente ragionevolmente destinata all’uso personale. Infine, non era nemmeno stato provato l’inserimento dell’imputato in un contesto di spaccio.

Alla luce di tutti questi elementi, secondo la Corte di Cassazione, la coltivazione domestica di cannabis non configura un reato.


note

[1] Cass., sez. un., sent. n. 12348/2020.

[2] Art. 73 D.P.R. n. 309/90.

[3] Cass., sent. n. 644 dell’11 gennaio 2021.

[4] Cass., sent. n. 6599 del 19 febbraio 2021.

Autore immagine: canva.com/


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