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Si pagano le tasse sui bitcoin?

23 Febbraio 2021
Si pagano le tasse sui bitcoin?

Accertamenti fiscali: vanno dichiarati gli utili effettuati tramite pagamenti con bitcoin? 

Le compravendite di bitcoin o quelle di prodotti e servizi effettuate tramite bitcoin non sono nominative. Come abbiamo già spiegato in un precedente articolo, tale forma di pagamento, per quanto tracciabile (in quanto sfrutta canali elettronici) resta del tutto anonima: non è cioè possibile risalire né all’autore né al beneficiario del pagamento (leggi Pagamenti con bitcoin: sono anonimi?).

Di qui un comune dubbio: «Si pagano le tasse sui bitcoin?». Nel momento in cui una persona dovesse decidere di effettuare un investimento in criptovalute, l’eventuale utile che ne conseguirebbe andrebbe dichiarato e riportato nella dichiarazione dei redditi? Cerchiamo di fare il punto della situazione.

In generale, è necessario “denunciare” al Fisco tutti i redditi conseguiti, anche quelli derivanti da attività speculative come lo scambio di valute diverse. Il più delle volte, quando gli investimenti dipendono da dividendi per acquisto di titoli di Stato o altre cedole, viene effettuata la “ritenuta alla fonte”: è lo stesso intermediario cioè (ad esempio, la banca) ad effettuare il prelievo fiscale, versando al contribuente l’utile netto. 

Nel caso però dei bitcoin, non esiste un intermediario finanziario: tutte le operazioni vengono infatti registrate da una blockchain. Proprio l’assenza di un soggetto terzo, rende impossibile effettuare la ritenuta alla fonte. Sicché, dovrebbe essere il contribuente, che faccia utile tramite l’acquisto e la rivendita dei bitcoin, a denunciare gli utili e a versare le relative imposte autoliquidandole con la propria dichiarazione dei redditi.

I bitcoin, moneta virtuale assimilabile a valuta corrente estera, in caso di scambi rilevanti che producano guadagni di tipo speculativo, potrebbero dunque, in linea generale, generare plusvalenze da dichiarare (appunto nella sezione redditi diversi).

Leggi anche “Bitcoin: vanno dichiarati e tassati?“.

Senonché, qui si inserisce la particolarità delle criptovalute che, come detto, sono sottratte a qualsiasi tipo di controllo: sia quelli delle forze di polizia, sia quelli degli agenti del Fisco. In buona sostanza, è impossibile sapere quanto è custodito nel wallet di un contribuente. 

Questo significa che, se anche astrattamente è necessario dichiarare gli utili derivanti da scambi di bitcoin, anche se ciò non dovesse avvenire, non si rischiano accertamenti fiscali. L’Agenzia delle Entrate cioè non è in grado di risalire al contribuente che ha ricevuto bitcoin. 

Il risultato è di facile comprensione: è possibile vendere merce o servizi tramite bitcoin, o anche fare scambi di bitcoin stessi, senza che l’eventuale evasione fiscale possa costituire un problema nei confronti delle autorità. 

Il problema potrebbe piuttosto porsi nel momento in cui il denaro ricavato da tali scambi dovesse poi transitare sul conto corrente, in tal modo diventando completamente tracciabile. L’Agenzia delle Entrate infatti avrebbe modo di verificare l’esistenza dell’accredito sul conto corrente – tramite l’Anagrafe dei conti correnti – e così accertare il reddito ricostruito in via presuntiva. 

Insomma, finché i soldi restano sul wallet della criptovaluta e non vengono fatti transitare sul conto corrente ordinario non c’è il rischio di accertamenti fiscali. 



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