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Discriminazione sul lavoro: è reato?

28 Giugno 2021 | Autore:
Discriminazione sul lavoro: è reato?

Cosa rischia il datore che privilegia certi dipendenti a discapito di altri solo per l’aspetto, il pensiero, il sesso o la nazionalità?

Un filtro non giustificato che impedisce un’assunzione. Una promozione che non arriva perché c’è sempre qualche collega che, chissà per quale motivo, ha la precedenza. Un collega che fa lo stesso lavoro di un altro ma guadagna di più solo perché condivide in pieno la stessa linea di pensiero del capo. Una collega che fa più carriera rispetto ad un’altra perché ha un aspetto più gradevole. Di esempi se ne potrebbero fare ancora tanti quando si parla di discriminazioni sul lavoro. È reato avere dei comportamenti come questi nei confronti dei dipendenti?

Se questa domanda fosse stata posta fino alle prime settimane del 2016, la risposta sarebbe sì. Dal 6 febbraio di quell’anno, però, il decreto che depenalizzò alcuni delitti in materia di lavoro e di legislazione sociale [1] spazzò via le conseguenze penali su chi puniva senza motivo alcuni lavoratori a beneficio di altri. O viceversa: favoriva certi dipendenti a discapito di altri.

Significa, dunque, che le discriminazioni sul lavoro non sono più un reato. Ma ciò non vuol dire che il datore di lavoro o il capoufficio che ha l’abitudine di «stendere il tappeto rosso» a un lavoratore e di chiudere puntualmente la porta in faccia ad un altro la passi liscia. L’atteggiamento discriminatorio è pur sempre un illecito amministrativo che comporta delle sanzioni pesanti e che, in determinate occasioni, cammina sul confine tra l’illecito e il reato. Vediamo.

Discriminazioni sul lavoro: cosa si intende?

C’è da fare questa premessa: ogni lavoratore ha il suo modo di recepire le cose e lo stesso comportamento tenuto da un superiore può sembrare discriminatorio a uno, mentre un altro lo prende in maniera più rilassata e non ci vede nulla di scandaloso. C’è chi si sente infastidito, ad esempio, perché il capo chiede sempre un parere allo stesso collega con cui prende sempre il caffè o esce nella pausa pranzo e chi, invece, lascia correre senza farsi troppi problemi, almeno finché tutto ciò non si traduce in una penalizzazione dal punto di vista professionale.

È utile, a questo punto, riportare una definizione, diciamo così, «formale» della discriminazione sul lavoro. Avviene quando il datore o un altro soggetto nello stesso ambito tiene un atteggiamento tale da comportare un trattamento differente nei confronti di uno o più dipendenti o collaboratori rispetto a quello dimostrato nei confronti della generalità di essi. Il comportamento discriminatorio non ha un motivo che lo giustifichi, ma è solo provocato da fattori del tutto irrilevanti ai fini dello svolgimento dell’attività lavorativa, come le idee politiche, la fede, il sesso, la cittadinanza, l’età.

Quindi, la discriminazione si manifesta in tutte quelle azioni volte a trattare in modo diverso delle situazioni che, invece, dovrebbero essere trattate in modo paritario solo perché la vittima appartiene a una determinata categoria o presenta un certo carattere.

Discriminazioni sul lavoro all’assunzione: cosa si rischia?

Come detto all’inizio, la discriminazione sul lavoro non viene più punita come un reato ma come un illecito amministrativo con sanzioni piuttosto elevate già dal primo approccio tra il datore di lavoro ed il potenziale dipendente, cioè al momento che precede l’assunzione. Lo stesso vale quando il trattamento non paritario viene riservato ad un collaboratore o ad un autonomo.

L’azienda dovrà stare molto attenta ai criteri con cui seleziona il personale e stabilisce le condizioni dell’assunzione. Negare un posto ad un candidato solo perché è donna, perché è troppo giovane o troppo in là con l’età, perché straniero pur dimostrando di avere una padronanza dell’italiano e delle capacità da fare invidia a molti colleghi, perché veste in modo un po’ stravagante, perché è musulmano, può essere considerato discriminatorio. Lo stesso vale in caso di promozioni a qualsiasi livello che penalizzino un lavoratore per gli stessi motivi.

In questi casi, il datore rischia una sanzione da 5.000 a 10.000 euro. La stessa sanzione è riservata a chi vincola l’assunzione all’appartenenza ad uno o all’altro sesso. Ad esempio, chi pubblica su un sito specializzato o su un giornale annunci di lavoro del tipo «Cercasi ragazza come segretaria», «Cercasi cassiera non oltre i 30 anni», «Cercasi ragazzo per riprese e montaggio video», «Cercasi uomo under 35 da formare con possibilità di carriera», ecc.

Rischia sempre tra 5.000 e 10.000 euro chi, dopo l’assunzione, fa delle distinzioni non giustificate tra uomo e donna nel distribuire mansioni o qualifiche.

Discriminazioni sul lavoro per motivi di famiglia: cosa si rischia?

Uno dei classici casi in cui si può avvertire odore di discriminazione è quello in cui una lavoratrice non viene assunta, oppure viene relegata ad una mansione ininfluente per l’azienda o non viene promossa perché appena sposata (e quindi presto farà dei figli), perché è sposata da tempo (e quindi i figli ce li ha già e non tanto grandi, si ammaleranno, farà delle assenze, dovrà andare alle riunioni a scuola, ecc.) oppure perché è incinta.

La legge punisce gli atteggiamenti discriminatori per lo stato matrimoniale o di famiglia e per lo stato di gravidanza della lavoratrice con una sanzione da 5.000 a 10.000 euro.

Discriminazioni sul lavoro nella cessazione del rapporto

Non cambia la sanzione per il datore che, dovendo sfoltire l’organico per motivi economici o di opportunità, penalizza le lavoratrici per privilegiare i lavoratori o viceversa. Lo stesso vale per la pensione: le donne che hanno i requisiti per l’assegno di vecchiaia hanno gli stessi diritti dei colleghi maschi, quindi non è applicabile una sorta di cessazione forzata del servizio solo nei loro confronti. Si rischia, dunque, dai 5.000 ai 10.000 euro.

Discriminazioni sul lavoro per la retribuzione

Tasto dolente, di cui – a ragione, secondo le statistiche – si parla spesso: a parità di mansione, a parità di orario di lavoro, in molte realtà un uomo viene pagato di più di una donna. Anche qui c’è la sanzione tra 5.000 e 10.000 euro per operare una discriminazione sulla retribuzione dei lavoratori per motivi di sesso, di età, di nazionalità, di opinione o di qualsiasi altro tipo.

Allo stesso modo, è discriminatorio non corrispondere nella medesima forma gli assegni al nucleo familiare alla donna e all’uomo.

Discriminazioni sul lavoro nella preparazione

Sanzione amministrativa da 5.000 a 10.000 euro anche per chi si rende responsabile di qualsiasi tipo di discriminazione in materia di:

  • formazione;
  • orientamento;
  • aggiornamento;
  • perfezionamento;
  • riqualificazione professionale;
  • accesso ai tirocini formativi e di orientamento.

note

[1] D.lgs n. 8/2016.


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1 Commento

  1. Buongiorno, chiedo se la sanzione viene applicata per ogni discriminazione oppure se, a fronte di più discriminazioni subite dal medesimo soggetto, vale una sola sanzione.
    Ringrazio.

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